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Come un polittico che si apre | Libro-intervista di Marco Corsi a Franco Buffoni




[Pubblichiamo in anteprima un estratto di Come un polittico che si apre, libro-intervista di Marco Corsi a Franco Buffoni, da oggi in libreria per i tipi di Marcos y Marcos. Narratore, poeta, saggista, traduttore, studioso, docente universitario, talent scout: Buffoni è uno degli intellettuali italiani più importanti, soprattutto in ambito poetico, non solo per la sua produzione in versi, ma anche per la sua capacità analitica, le sue doti pedagogiche e la sua predisposizione al dialogo intergenerazionale. Il libro è corredato da una nota biobibliografica sull'Autore, a cura di Massimo Gezzi.]

Tu sei un poeta, un intellettuale, che vive tra Roma e Milano, ma che gira anche molto l'Italia: quando la osservi e la vedi nelle sue province, nella sua dimensione meno metropolitana, che sentimento provi? Magari scendendo in una stazioncina…

Un profondo sentimento di amore. Sia che arrivi ad Aosta o a Treviso, sia a Palermo o a Taranto: vedermi venire addosso quei secoli di storia, quei monumenti, anche i meno importanti, e saperli leggere perché ne conosco i segreti (in Thailandia non mi succede, non li so leggere) mi appaga e a volte mi esalta. L'amore che nutro per le pietre che mi parlano, per i dialetti, le cadenze, le inflessioni, i cibi e i vini italiani, il sorriso di chi viene ad accogliermi: solitamente persone giovani, desiderose d'essere ospitali, gentili. Non idealizzo nulla e non voglio apparire ingenuo. Ma sono contento di essermi tenuto spicchi di lavoro a Venezia in Fondazione Cini per il premio Geiger, a Napoli a Palazzo Reale per il premio Napoli, o a Firenze. A Roma e in Lombardia ci vivo, a Torino ho insegnato, così come a Trieste, Parma, Bergamo, Cassino con San Vincenzo al Volturno che è qualcosa di immenso dal punto di vista della cultura tra carolingi e longobardi in Italia. Mi basta citare questi nomi per sentirmi appagato. Certamente, molte, troppe cose mi danno fastidio, però riesco ad astrarmi e una delle gioie più grandi è rivedere in seguito, a schermo, posti e monumenti. Un godimento estremo. Storia dell'arte, pittura, architettura, archeologia: tutto ciò che profondamente amo, che ho studiato e continuo a studiare. Scendere a Santa Tecla a Milano sotto il Duomo, o a Roma a San Clemente fino al mitreo, a Tivoli o Frascati, o tornare sul lago Maggiore dove ogni pietra, ogni piccolo borgo miricorda qualcosa. All'isola dei Pescatori in cinque minuti di barca da Stresa, il coregone un bicchiere di bianco il Mottarone di fronte e sono contento.

Ci avviamo verso la fine del pomeriggio, forse dell'intera intervista, e inevitabilmente arriviamo alle domande più scanzonate: quelle che ci piacciono e che a volte rischiamo di tralasciare, ma che qui non possono mancare. Abbiamo detto di un Buffoni up-to-date, informatizzato, da social media, ma dal punto di vista delle mode, delle tendenze, dei nuovi stili di vita e di quello che si legge sui giornali… c'è qualche nuova forma di costume, di piacere, di sfizio che ti affascina o qualcosa che ti repelle o che ritieni un abominio della specie?

Difficilmente uso termini severi come abominio. Per dire: non mi piacciono i tatuaggi, non riesco a stare con una persona dal corpo tatuato. Prima ti dicevo: l'odore, la pelle delle persone. Non sopporto la depilazione nei maschi. Un ragazzo con le sopracciglia depilate con me ha chiuso in partenza. Devono

tenersi i peli sotto le ascelle e dappertutto. Sopporto abbastanza invece, anche se non mi esalta, il ciuffo biondo sul castano. Comunque, se un ragazzo ha di questi vezzi, scende nella mia scala di interesse. Da un punto di vista estetico magari non mi dispiace guardarlo ma la cosa si ferma lì. Parlo

di maschi. Altro discorso è quello sul travestitismo e sulla transessualità. Ma Mario Mieli, che si travestiva, non si depilava… Queer ante litteram. Ho un servizio fotografico inedito a colori su di lui molto esplicito al riguardo. Probabilmente ne farò una mostra.

Di idiosincrasie te ne ho raccontate abbastanza?

No, parla ancora…

Sono cresciuto in un'epoca in cui il jeans non era tale se non spaccava sul culo. E i pantaloni erano a zampa di elefante, si allargavano sotto il ginocchio e sopra erano iperaderenti. Bisognava avere una linea perfetta. Era una moda mirata a esaltare il corpo maschile, come i paggi eternati dai pittori nelle corti rinascimentali. Oggi mi fanno tenerezza certe mode, come quella del tubino, il pantaloncino aderente che si ferma alla caviglia, strettissimo: anche in pieno inverno li vedi in giro con le caviglie nude… che teneri. Che gelida caviglina, insomma! Ormai le mode le ho viste girare tre volte… dall'aderentissimo al larghissimo, dalla vita bassa che più bassa non si può a quella altissima. Le mode non possono fare altro che giocare sugli eccessi. Quando a seguirle sono adolescenti qu'en même temps vanno scoprendo il loro corpo, il mio sguardo è indulgente; quando si tratta di persone sopra i vent'anni il mio occhio si fa ben più severo. Leopardi scrisse parole sacrosante sulla ‘foggia', moda e morte son sorelle: in La linea

del cielo ci sarà una sezione dedicata a lui.

[...]

Che rapporto hai con gli animali?

Ne studio i comportamenti, non riesco a staccarmi dai documentari che li descrivono. L'etologia è una scienza estranea al mio bagaglio formativo, che ho acquisito successivamente, con immenso interesse. Se invece ti riferisci ai pet, i cani li vedo con simpatia solo se hanno un giardino a disposizione: negli appartamenti sono sacrificati, e quando i ‘padroni' li conducono all'esterno di solito incrementano il degrado del nostro scarso verde pubblico e dei marciapiedi. L'idea di castrare i gatti per costringerli in casa mi repelle, come quella di tenere gli uccelli in gabbia.

 

 


Post date: 2018-01-31 07:00:46
Post date GMT: 2018-01-31 06:00:46
Post modified date: 2018-01-30 18:13:50
Post modified date GMT: 2018-01-30 17:13:50

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