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E ogni tanto veniva a trovarmi una ragazza spagnola | Racconto di Emanuele Kraushaar

E ogni tanto veniva a trovarmi una ragazza spagnola, ma forse era portoghese o sudamericana, non ricordo più, confondo le cose, da quando ho iniziato a stare male tutto è mischiato nella mia testa, ma ho scolpito nella mente com’era il suo viso d’angelo di quando entrava nel negozio dove vendevo collanine o forse libri usati con le pagine strappate o regalavo pensieri, ora non saprei proprio dire cosa facessi, ma passavo tutto il giorno in questo negozietto microscopico, la gente lo chiamava il nanonegozio, lì questa spagnola o portoghese o sudamericana veniva a trovarmi
spesso e spesso mi diceva che capitava per caso, che era andata a correre o a una mostra all’ambasciata spagnola o aveva bisogno di comprare una collanina, un qualcosa da mettersi al collo, ma forse erano libri, e quando lo diceva arrossiva, perché io subito tiravo fuori alcune parole da film con Hugh Grant: allora non sei venuta per me, e magari la pioggia cadeva veloce su Roma, e lei che era andata a correre aveva i capelli bagnati ed era molto attraente, magari con i capelli sulla fronte era ancora più bella. Le dicevo che mi faceva piacere vederla, le dicevo di passare anche più
spesso, di venire tutti i giorni, ma forse questa cosa di venire tutti i giorni l’ho solo pensata, non gliel’ho detta, me la sono tenuta per me, come mi sono tenuto per me tante cose da dire alle ragazze; negli anni ho detto molte cose alle ragazze e poi alle donne, ma forse ho sempre detto le cose sbagliate, le cose sbagliate alle ragazze giuste e le cose giuste alle ragazze sbagliate, forse ho solo sbagliato il tempo o, come diceva un mio amico, il ritmo della frase, perché con le donne, affermava, era tutta una questione di ritmo: si doveva mettere l’accento giusto e lui con le ragazze parlava per settenari e anche quando faceva l’amore cercava di tenere un ritmo, che però era un ritmo del corpo, non della parola, al massimo un ritmo del sospiro, ma mentre faceva l’amore non parlava mai, mentre faceva l’amore stava zitto, tuttalpiù sospirava, e diceva che uno per parlare mentre faceva l’amore doveva essere come minimo Petrarca, ma forse anche Petrarca stava zitto. Queste cose gliele aveva insegnate suo padre, e quando gli chiedevo di farmelo conoscere, allora guardava verso l’alto e se eravamo all’aperto il suo sguardo si perdeva nel cielo, se eravamo al chiuso fissava il soffitto e stava zitto. Proprio con la spagnola o portoghese o sudamericana avrei voluto parlare per settenari, ma la verità è che con lei al massimo riuscivo a balbettare qualcosa, il cuore mi saltava dentro come una rana e non ci capivo più niente, anche se poi una volta ho preso coraggio di colpo e sono riuscito a invitarla a cena. Come al solito mi ero portato dietro un po’ delle mie ombre, anche se lei sembrava farle sparire tutte con il luccichio dei suoi denti: il suo sorriso c’era dalla nascita dell’universo, tutto era fermo quando compariva nel mio campo visivo, solo i suoi capelli si muovevano al vento, mentre tutta Roma, o meglio quell’angolo sfasciato dove stavamo noi era fermo, immobile, fissato da una luce impossibile, e tutti sembravano essere contenti di incontrarci mentre io sentivo che mi montava dentro qualcosa, non posso chiamarlo amore, perché negli anni è l’unica cosa che non sono riuscito mai a definire, perché sempre mi è sfuggito come una cosa veloce, scivolosa, invisibile, a tratti gigantesca e spaventosa, ma qualcosa con questa ragazza c’era, c’era qualcosa che iniziava a palpitare, misterioso come la nascita di un fiore su un marciapiede: era bello quello che stava dentro di me, ma io non guardavo dentro di me, guardavo solo lei, e lei, anche se io volevo che fosse già dentro di me, era fuori, completamente fuori da me, con la sua testa bionda che brillava nella notte, e allora io fissavo i suoi capelli mossi dal vento e non capivo dove finivano, perché anche se vedevo la loro fine, in realtà mi sembravano infiniti e nella mia testa potevano fare il giro del mondo, così la sola idea di sfiorarle la mano mi ribaltava, e facevo capriole nell’aria da fermo, tanto che per un attimo ebbi l’impressione di non capire dove finivo io e iniziava lei. Eravamo seduti uno di fronte all’altro sotto il portico di una trattoria e ci guardavamo, lei parlava e io l’ascoltavo, anche se mentre l’ascoltavo sentivo pure un’altra voce, una voce più profonda, che veniva dal basso e faceva tremare la terra, una voce ancestrale, forse la voce di mia madre, o di mia nonna, o di un’antica ava perduta nel tempo, o della
madre di tutte le madri, una voce che diceva cose incomprensibili, che emanava allo stesso tempo un calore riposante e un tremolio inquieto e così io stavo lì fermo a guardarla come se fosse una statua e avvicinavo la mia mano alla sua muovendola lentamente come un insetto che tende un agguato, come per unirmi a qualcosa che avevo cercato da sempre, e proprio mentre le mie dita sfioravano le sue, allora lei prese in mano il cellulare, mi mostrò la sua foto abbracciata al suo Amadeo, o come diavolo si chiamava, e mi disse con un sorriso di medusa che sparigliava pure l’aria: “Stiamo lontani, ma ci amiamo tanto” e io mi vedevo rimpicciolito, volevo sparire all’improvviso e ritirare i remi in barca, ripiegare le vele, lasciarmi trasportare da una corrente limacciosa e quasi immobile, tornare da solo per il sentiero che porta al centro del bosco oscuro, dove non c’è nessuno ad aspettarmi, dove si gela, i denti battono l’uno contro l’altro e ogni giorno si ripete freddo, buio e identico a se stesso.
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