Freya Stark: il Viaggio in solitudine | Francisco Soriano

Freya Stark fu una viaggiatrice instancabile, scrittrice, esploratrice, cartografa, ambasciatrice, in un periodo della nostra storia in cui attraversare Paesi e territori “sconosciuti” significava ancora possedere una originale qualità che permetteva di trasmettere tanto fascino quanto reale e creativa rappresentazione letteraria. La Stark si innesta in un filone di scrittori ed esploratori alla stregua dei Burton, Doughy, Hogarth, Bell, Thesiger e Lawrence, occupando però un posto privilegiato per l’originalità e per le caratteristiche della sua poliedrica personalità.

Nata a Parigi, nel 1893, si stabilì e visse in Itala, ad Asolo. I genitori, un padre pittore e una madre pianista, le diedero un nome preso da un racconto esotico di Conrad, Freya delle sette isole, quasi come preludio a quella che sarà l’esistenza lunghissima di questo personaggio straordinario. Nonostante il suo amore per l’Italia, la Stark manteneva integre le attitudini tipicamente anglosassoni nel temperamento quanto nello stile di vita. La sua innata curiosità, l’attitudine al rischio, il fatalismo tipico dei viaggiatori che accettano percorsi bizzarri e non privi di inconvenienti e contrattempi, non tradirono il suo amore per una scrittura senza sensazionalismi ed eccessivi esibizionismi. Nonostante avesse un fisico minuscolo, possedeva una forte personalità e una incline attitudine alle sfide spericolate. In fanciullezza subì un grave incidente che le provocò la perdita di una parte dell’orecchio e della capigliatura, la palpebra dell’occhio destro con una notevole cicatrice sulla fronte che cercò di occultare con cappelli e acconciature, in armonia con l’estetica dell’epoca e la moda inglese.

Ancora oggi si può visitare la sua casa di Asolo, appunto “Villa Freya”, che non conserva purtroppo i beni più preziosi, dai bauli zeppi di fotografia d’epoca e di suoi ricordi, il salotto decorato con le immancabili ricchezze orientali: tappeti, ceramiche e arazzi, i libri della sua interessante biblioteca, ricca di opere rarissime ed epistolari con politici e scrittori del tempo.

Freya Stark è una scrittrice particolare e non sempre il personaggio che ha incarnato nei suoi viaggi ha chiarito certe vicissitudini della sua vita. Molto spesso, coloro i quali hanno viaggiato o vissuto in Medioriente hanno concepito la propria esistenza identificandola con alcune caratteristiche peculiari di quei luoghi. Nel caso di Freya Stark, il fascino delle sue scoperte nei vari territori consiste essenzialmente nella curiosità di conoscere le “modalità” dell’intendere la vita di quei popoli, che è completamente diversa dalla nostra sensibilità e cultura occidentali. Infatti, in modo diametralmente opposto a tutti gli europei finiti in Siria, Freya non ha interesse e non cerca la comunità occidentale ivi residente e si vede sempre in compagnia di drusi e arabi, forse rischiando qualcosa anche in termini di sicurezza personale: “la vita qui ha il fascino di essere legata a uno sforzo personale di volontà ed è dolce che non le venga attribuito un valore troppo grande”, scrive lucidamente la Stark soffermandosi sulla conoscenza che ha consolidato, dei valori e della mentalità di quei Paesi. In primissimo ordine, c’è la convinzione che l’apprendimento delle lingue sia non solo competenza, ma un “impossessarsi” della logica che ciascun idioma rappresenta nella visione del mondo di quel determinato popolo che lo ha generato: “anche il paese più spento ha una sua anima, se sei in grado di capire cosa dicono le persone; e non solo le parole, ma i pensieri che le formano”. La lingua araba è nella fattispecie un obiettivo preciso per la Stark, non una ossessione: farsi “penetrare questa lingua nelle ossa”, significava per lei anche e soprattutto “pensare in arabo”.

È chiaro che l’interesse originario della Stark per quegli spazi non fu proprio amore a prima vista, ma un caso che si concretizzò grazie allo studio della lingua araba, forse in virtù della “vocazione” britannica al colonialismo, proprio nel momento in cui all’indomani della Grande Guerra, in Medioriente, si provvedeva al “frazionamento” delle nazioni: “credo che all’origine dell’interesse per l’Oriente ci sia una zia molto fantasiosa che per il mio nono compleanno mi regalò una copia delle Mille e una Notte. Inavvertita e perciò sconosciuta fino ad allora, la piccola scintilla accesa in questo modo cominciò in segreto a nutrirsi di sogni. Il Caso, cioè un missionario siriano che abitava vicino a noi, la attizzò; il Destino, sotto forma di lunghi mesi di malattia e di inedia, la ingrandì trasformandola in fiamma viva tanto da illuminare il mio percorso nei meandri del mondo arabo fino a farmi approdare, più tardi, sulle coste siriane, nel 1927”. Di sicuro, Freya era permeata da una tendenza all’avventura e allo sconosciuto che in alcuni è preponderante e motivante all’abbandono della propria terra per scoprirne altre. Dai suoi scritti si evince equilibrio estremo, senso di pace, racconto senza fronzoli, con uno stile essenziale. Freya è in quel tempo una giovane donna che viaggia da sola, intraprende mondi già esplorati ma non per questo misteriosi o privi di insidie o totalmente conosciuti; la sua vita reale non ha nessuna incoerenza con la sua vita letteraria. Notevolissimo il contributo alla redazione di carte nelle sue esplorazioni: infatti perfeziona le mappe di aree poco conosciute, aggiorna la toponomastica e riscrive la geografia. Il suo primo viaggio lo progetta e lo attua a 35 anni, dopo aver studiato le lingue con la passione che la contraddistingue: non solo l’arabo ma anche l’italiano, il tedesco e il francese. Tra il 1927 e il 1939 compie varie esplorazioni: in Libano, Siria, Iraq e Persia, sulla groppa di cammelli e pony, talvolta semplicemente dei muli. Molto si è discusso sulle presunte attività spionistiche di Freya, che pare potesse essere al servizio di sua Maestà. Nulla di nuovo. Basti pensare, ad esempio, alla figura straordinaria di Gertrude Margaret Lowthian Bell, sepolta a Baghdad dopo la sua morte avvenuta nel 1926. Fu un’archeologa, politica, scrittrice e agente britannica. La Bell svolse addirittura una “ufficiale” attività politica e di informazione a sostegno della Rivolta Araba, in supporto all’azione di Lawrence d’Arabia, durante la prima guerra mondiale.

Che cosa rappresentasse il viaggio per la Stark è proprio lei a dircelo: “semplicemente” incontro con “il meglio della natura umana”. Forse, diremmo oggi, per la sua natura cosmopolita la Stark sarebbe a suo agio in questo nostro mondo globalizzato già in crisi d’identità, in questa vorticosa e istantanea catena di informazioni, scambi e mescolanze. Freya non ha paura: anticonformista, ma nello stesso tempo rispettosissima delle regole, avventurosa ma equilibrata nelle sue gioiose e virtuose “stasi”, sembra essere un ideale di donna perfetta. Nel proprio dogma che “non esistono stranieri, ma solo sconosciuti” è contenuta non solo forza mentale, ma consapevolezza identitaria.

Il viaggio è per Freya possibile soltanto in solitudine: “Per viaggiare bisogna essere soli: se si va con qualcun altro tutto finisce in chiacchiere. Dobbiamo essere forti e aver fiducia nelle sorprese della vita”. La favolosa Stark ci lascia un patrimonio di taccuini da viaggio, una vera e propria letteratura on the road al femminile che si immette sulle trace dei “travels” in Arabia Deserta di Charles Doughty del 1888, e dei Seven pillars of wisdom, di T. E. Lawrence del 1922. Freya ci ha lasciato due testimonianze straordinarie quando ci ha narrato dei suoi viaggi in Baghdad Sketches del 1932, e due anni più tardi The Valleys of Assassins. Non da meno, bisognerà ricordare nella sua magnifica bibliografia, l’attualissimo Letters from Syria del 1943, The Southern Gates of Arabia del 1936 e The Lycian Shore nel 1956, Iona: A Quest del 1954, quattro volumi autobiografici, incluso il Traveller’s Prelude del 1950, più sei raccolte di lettere pubblicate tra il 1959-1961 e una seconda serie tra il 1974 e il 1981, consolidandosi come esperta esploratrice del mondo islamico.

Attuale in alcune sfaccettature e tematiche è il suo Letters from Syria. Il viaggio si protrasse per oltre due anni, tra il 1927 e il 1929. Freya si dedicò allo studio dell’arabo in modo profondo e appassionato e si stabilì a tal fine a Brumana, un villaggio siriano, dopo la partenza da Venezia passando per Beirut. Poi le visite a Damasco e Baalbek, il viaggio piuttosto pericoloso in Palestina sul dorso di un asino, nel frangente della rivolta dei drusi contro il mandato francese in Medioriente. È la stessa Siria che abbiamo imparato a conoscere oggi, dilaniata dalla guerra civile, il territorio raccontato dalla Stark è “tutto frammentato tra odi e sette e religioni”, in quella tensione che è ancora attuale oggi, in parte tra esigenze di modernizzazione e tensioni reazionarie, talvolta regressive e di estrema conservazione di alcuni valori ormai superati. Sono le rivolte tipiche del Medioriente, spesso destinate a infrangersi e incanalarsi in imbuti che in realtà sono regimi ancora più autoritari di quelli che si intendono sovvertire, nel tentativo di superare la propria identità senza saperne trovare una nuova e avviandosi poi a scelte ancora più devastanti e violente. La descrizione di Beirut è emblematica laddove la definisce “dolente città francese” che insegue la “penultima moda parigina”, frastornata dai suoi conflitti identitari ed etnici mai mediati. Per Damasco la descrizione è forse più paesaggistica: una città “gialla come un opale”, una luce delicata e sottile da trasformarla in una inattesa “regina dei colori” attraversata dal fiume Barada, come in ogni grande città capitale di regni con una storia lontana e profonda. La maturità della Stark sorprende nella sua descrizione che diviene chiarificatrice, quando rifugge da ogni esotismo folkloristico, si immedesima nell’altro, uomo o donna del luogo, cercando di comprendere ragioni, motivi, interessi: “Uno si sente come se ci fossero misteriosi segreti mentre ci si addentra”. È il vero, reale, “appassionato interessamento per una civiltà tanto diversa che ti dà una improvvisa nuova visione della tua”. È il Medioriente che sappiamo riconoscere nel suo prisma di luci e ombre e talvolta tenebre, quelle in cui sprofonda in tragedie fratricide ed efferati crimini che calpestano i fondamentali e irrinunciabili diritti umani. Non vi è dunque mondanità in Freya, in quei suoi scritti così lucidi e immersi nella realtà del vissuto, senza l’eccentricità di chi deve destare per forza sorpresa e mistero.

“Viaggiare, significa ignorare i fastidi esterni e lasciarsi andare interamente all’esperienza, fondersi con tutto quello che ci circonda, accettare tutto quello che succede e così, in questo modo, fare finalmente parte del paese che si attraversa. È questo il momento in cui si avverte che la ricompensa sta arrivando”. Freya Stark agli inizi della Prima Guerra Mondiale fu costretta ad abbandonare gli studi e ciò la spinse ad arruolarsi come crocerossina in un ospedale della Croce Rossa Inglese, divenendo testimone oculare e storica della disfatta di Caporetto. Racconterà anche questa esperienza in uno dei suoi diari. Dopo il Libano, ospite a Beirut nella dimora del poeta James Elroy Flecker e a Baghdad presso l’ambasciatore britannico, partì per la Persia: è il 1930. Il viaggio è affascinante. Raggiunge il Luristan, regione un tempo rocca degli ismailiti di Alamut, quando era imperversata dagli Assassini. I mongoli la devastarono in lungo e in largo, in quel Medioevo intenso e complicato che ebbe come fatto storico fondamentale la distruzione di Baghdad che Hulagu rese simile a un paesaggio lunare. Freya scrisse i suoi appunti sulla “Valle degli Assassini di Alamut”, cioè la Rocca delle Aquile di Hassan Sabbah che rappresenta una parte rilevante della storia della Persia e non solo. È quello “spazio” narrato favolisticamente anche da Marco Polo nel suo Milione, fatto di giardini pensili incantati e vergini danzanti, l’avamposto da cui partivano i primi martiri suicidi della storia dell’Umanità a punire infedeli e sultani recalcitranti, con i loro pugnali intrisi di veleno. Sul dorso di un cammello, di un asino, talvolta a piedi con guide locali, in posti impervi dove nessuno si era mai fidato di andare, Freya vuole vedere con i suoi occhi e considerare con il suo punto di vista lo scenario, il “palco” del teatro di quei secoli meravigliosi, da cui Nasser ed-Din Tusi, teologo, astronomo, matematico persiano trovava riparo dall’imperversare dei barbari della steppa dell’Asia centrale: i mongoli. E proprio da quegli anfratti impervi Freya scrive: “si arriva, con un piacevole senso di gratitudine, a realizzare quanto ampiamente siano sparse nel mondo la bontà e la cortesia e l’amore per le cose immateriali, che fioriscono in ogni clima, su qualsiasi terreno”.

Da ricordare che nel 1972 le venne conferito il titolo di Dame of the British Empire; il 9 maggio 1993 muore a 100 anni nella casa di Asolo, cittadina in cui già nei primi anni del ‘900 veniva ospitata una comunità di personaggi inglesi come il letterato e fotografo Herbert Young, amico personale di Freya e Pen Browning figlio del poeta Robert, che dedicò alla cittadina le famose liriche di Asolando. Si interrompe così “il viaggio in solitudine e interiore” di questa Lawrence d’Arabia al femminile, testimone e guida di ogni tempo.

Chi vuole viaggiare in pace deve trovarsi un pretesto più spirituale del puro godimento. Spesso, nel nostro mondo utilitaristico, fare le cose per divertimento passa per fatuità, anzi per immoralità”.

 

 

 

 

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