Gertrude Bell, madre e regina del deserto (2^ parte) | Francisco Soriano

Argonline pubblica, suddiviso in 3 parti, lo studio di Francisco Soriano su Gertrude Bell: straordinaria archeologa ed esploratrice, vissuta tra fine Ottocento e inizio Novecento.

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Gertrude Bell, madre e regina del deserto (2^ parte)

Gertrude Bell fu appassionatissima del mondo arabo e non amò particolarmente lo sciismo che apparteneva nella sua origine mistica proprio all’Iraq, oggi religione preponderante nell’Iran teocratico degli ayatollah. Fu al re Faysal che disse: «io mi sento sunnita, mentre gli sciiti sono succubi di mullah fanatici che in nome di Dio possono ordinare loro qualsiasi cosa». Fu ancora lei a preparare la Costituzione, con un Parlamento, un sistema giudiziario e istituzioni civili di cultura e tradizione inglese. La sua passione sconsiderata ha segnato l’esistenza stessa dell’Iraq “mesopotamico”, immaginandolo come fortemente unitario nonostante le pulsioni violente e l’esistenza di forti rappresentanze etniche in contrasto, che avrebbero, con il tempo, dovuto smussare le proprie divergenze. Così purtroppo non è stato. Come ha affermato uno dei più grandi ambasciatori che l’Italia abbia avuto, Sergio Romano, «quello che oggi gli americani non sono riusciti a pacificare è proprio l’Iraq di Gertrude Bell». Il perdurare delle instabilità politiche in quelle aree risiede anche nella sua storia coloniale. L’estrema frammentarietà etnica e territoriale del Medioriente fanno sì che immaginarlo pacificato, ben amministrato, rispettoso dei diritti umani, divenga sempre di più utopico. Molti sono gli addetti ai lavori che prospettano, per il miglioramento della situazione caotica in Iraq, nient’altro che uno smembramento dello stato iracheno stesso: sarebbe l’antica riedizione delle tre entità che Gertrude Bell aveva cancellato e “riscritto”, nel senso lato del termine, in un solo spazio sovrano. Probabilmente, a parte le parentesi di pace dettate più che da un buon governo, dalla durezza delle repressioni inflitte alle diversità etniche e religiose (come nel caso della ricorrente repressione a danno degli sciiti, già maggioritari prima di Saddam Hussein in Iraq), c’erano già i segnali evidenti di un vero e proprio sgretolamento futuro, quest’ultimo provocato dagli enormi conflitti religiosi e interetnici. Dai tempi di Miss Bell a oggi rimane più o meno in vita il Museo Nazionale iracheno, danneggiato e saccheggiato nel 2003, rimasto chiuso per più di un decennio nella vergogna e nel silenzio, dopo l’operazione americana di liberazione del Kuwait.

Ma chi era Gertrude Bell? Fu una donna con due grandissime passioni: l’alpinismo e l’archeologia. Sfidò la vetta del Finsteraarhorn, sulle Alpi Bernesi, che non riuscì a conquistare: scampò a una terrificante bufera di neve, sopravvivendo in cordata per 53 ore. Assolutamente affrancata dalle convenzioni vittoriane, amò misurarsi con un mondo totalmente maschile, fatto di gentiluomini britannici, gente dedita agli studi archeologici e orientalisti spesso utilizzati anche per compiti “segreti”. Il suo primo grande amore fu un diplomatico britannico, finito male al pari della relazione successiva con Charles Doughty-Wylie. Avrebbe potuto affrontare la vita con la serenità di una ricca lady inglese di buona famiglia, prestata allo studio e alle controllate passioni, ma era l’impresa avventurosa che le interessava. Il suo viaggio più pericoloso fu a Ha’il, presidio quasi inespugnabile dei nemici della famiglia saudita degli ibn Saud, alleati degli inglesi e sostenuti durante il disfacimento dell’impero ottomano. La Bell rischiò seriamente la vita, ma sembrò impassibile, continuando a dedicarsi all’affannosa ricerca: cartografa, studia, cataloga, scrive, esplora. Una donna con un carico inesprimibile di fascino, con i suoi elegantissimi cappelli, immancabili anche in situazioni di vita complicate in mezzo a deserti e carovanieri, con una chioma folta di capelli rossi e ricci, e con una silhouette inconfondibile. Fu proprio lei, che non aveva mai indietreggiato al cospetto di un uomo e che aveva affrontato a viso aperto società maschiliste – detestava le mogli degli ufficiali e diplomatici “oziose e nullafacenti”- che fondò le prime scuole per donne musulmane, che finì per schierarsi contro le suffragette inglesi che combattevano per l’eguaglianza tra i sessi. Amata o detestata, di certo Gertrude Bell non passava inosservata. Fu più colta, intelligente e profonda di Lawrence d’Arabia, più conosciuto e famoso in Europa. In suo onore, i cibi e le primizie migliori, le cene più sontuose, così anche tra le tribù più povere nel deserto palmirese o tra le montagne di Jebel Drus.

Si era abituata probabilmente a essere malvista in modo pregiudiziale: fin dai tempi di Oxford i suoi trionfi furono segnalati addirittura dal «Times». Gli aggettivi nei confronti di Gertrude non furono benevoli da parte dei suoi detrattori. Di sicuro, gelosi della parabola fulminea e ascendente della Bell: “giramondo mascolina”, “seno piatto”, “tronfia”, “sculettante e blaterante”, e altre volgarità del genere. Ma Bell era una donna elegante, una funzionaria politica di altissimo livello se non la prima fra tutti; e forse, qualche ufficiale o colonialista arrogante mal digeriva i suoi interventi.

Il personaggio era unico anche in viaggio o sul lavoro, tra rovine, mappe e cocci da rimettere in ordine. Cavalcava per decine di ore a cavallo o su un cammello, facendosi cucire vestiti appositi. Non cavalcava all’amazzone, ma con una mano riusciva a reggere con maestria il suo ombrello parasole. In baule due tende: una per la notte, l’altra per la vasca da bagno. Era una donna dalla tempra incredibile, aveva imparato a bere l’acqua in posti forse poco salubri e a fumare oppio nei deserti, soprattutto in quelle notti devastanti in cui l’escursione termica fiacca qualsiasi essere vivente. Secondo quanto viene tramandato, il suo bagaglio conteneva abiti eleganti da sera, alla moda, straordinarie gonne-pantalone di lino, camicette di batista e pellicce, stivali di tela e di cuoio, scarpe finissime. Questa sua raffinatezza le dava la possibilità di frequentazioni particolari, anche per raccogliere notizie riservatissime in ogni dove, addirittura fotografando siti militari e motivando il tutto per i propri fini artistici e di studio. Si racconta che la Bell, sotto i suoi lussuosi abiti, nascondesse spesso fotocamera, binocoli e pellicole, armi da fuoco per la difesa personale o da donare a sceicchi ed emiri suoi amici.

Era un Medioriente ancora da esplorare, scoprire, verificare, studiare: Gertrude Bell è appassionata ma non sprovveduta. In uno dei suoi immensi scritti così dice: «Ho vissuto in Siria abbastanza a lungo da capire che il governo turco è ben lontano dall’essere una forma ideale di amministrazione, ma ho anche visto abbastanza delle turbolenze in cui si muove per capirne le difficoltà di gestione». Si riferisce infatti ai governanti di quell’impero ottomano che presto lei stessa contribuirà a sfasciare, già precario per le difficoltà che nel Medioriente sembrano essere endemiche.

In Siria, terra di folgorazioni, testimoniò la frammentazione e la lotta che si definiva quotidianamente contro ogni forma di unità identitaria ad opera delle popolazioni autoctone. Oggi forse capiremmo di più se leggessimo le pagine di Gertrude Bell sulla Siria, dilaniata sempre di più dalla guerra civile. Sullo scontro vivissimo tra sciiti e sunniti, scrive: «Non esiste una nazione degli arabi; la terra siriana è abitata da razze parlanti l’arabo tutte pronte a saltarsi addosso a vicenda».

Bell visitò la Siria cristiana che ho avuto la fortuna di attraversare prima dell’orrore disumano e dell’olocausto delle opere d’arte, per mano degli islamisti: il fantastico Crac de Chevaliers, castello crociato anch’esso teatro di atrocità indefinibili, Jebel Zawyia, Hama e la fascinosa Aleppo, gli antichi villaggi cristiani oggi teatro di crocefissioni da parte degli squadroni neri dell’IS, Palmira e la sua immagine di oasi del deserto. Tanti i suoi riferimenti alle faide di sempre, tra drusi e musulmani, impegnati in tutti i modi a testimoniare continuamente la propria identità senza ritenere necessario rispettarsi e cercare come modello di convivenza la pacificazione e l’incontro, praticando, al contrario, l’esclusione e addirittura percependo la negazione fisica dell’altro come soluzione alle controversie.

Leggi la terza parte qui.

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