Il barbiere di Siviglia al Teatro delle Muse di Ancona

Venerdì 13 e domenica 15 ottobre ad Ancona è andato in scena Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini. Questa produzione nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Teatro delle Muse e l’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda”, e vede sul palco giovani cantanti cresciuti nell’Accademia pesarese. Proprio a Zedda è dedicato questo allestimento, a pochi mesi dalla scomparsa del grande interprete rossiniano. È certo il caso di ricordare i grandi meriti di questo illustre direttore d’orchestra e filologo che, insieme a Gianfranco Mariotti, ha saputo riscoprire il Rossini più autentico. Fu Alberto Zedda, infatti, ad approntare l’edizione critica del Barbiere, con una paziente opera di ripulitura del testo rispetto alle versioni tradizionali che ha restituito una lezione più autentica e permesso una resa artistica più sobria e moderna.

Noi abbiamo assistito alla replica domenicale, che si è tenuta nel pomeriggio. Il teatro era pieno, la rappresentazione è stata molto divertente e ben fatta, priva di particolari punti deboli. Ma andiamo ad analizzare lo spettacolo più da vicino.

L’Orchestra Sinfonica “G. Rossini” ci è parsa nel complesso omogenea, ed ha offerto un’ottima prestazione dall’inizio alla fine, anche grazie all’ottimo lavoro del direttore José Miguel Pérez-Sierra, molto attento alle dinamiche e convincente. L’opera per l’occasione è stata ambientata negli anni Cinquanta del Novecento, con una scenografia e dei costumi, entrambi curati da Lucio Diana, molto allegri e colorati, capaci di proiettare lo spettatore in un’atmosfera calda e frizzante allo stesso tempo. Lo spazio scenico è sapientemente gestito, dà una sensazione di ampiezza ed ariosità che contribuisce all’atmosfera scanzonata del melodramma buffo. Anche le luci, di Michele Cimadomo, sono molto appropriate. Sulla scena, ampia e profonda, vediamo sulla sinistra le mura esterne di una casa, quella di Rosina, e uno spazio antistante l’edificio. Prevalgono colori tenui, a tinte pastello, bianco, rosa, arancione, qua e là un po’ di marrone.

William Hernandez, baritono che interpreta Fiorello, convince, con una voce potente ed espressiva. Il tenore Xabier Anduaga, nei panni del conte di Almaviva, è elegante ed ha una voce potente e dal bel timbro; ci piace molto all’inizio di Ecco, ridente in cielo, un po’ meno alla fine dell’aria, dove risulta un po’ incerto in alcuni passaggi, ma per il resto della rappresentazione convince e sa dare ottima prova di sé. Anduaga ha un’ottima pronuncia, ogni sua battuta si comprende in modo ben distinto. In particolare, è molto applaudita la serenata del primo atto.

Le scene corali sono ben allestite, bravo il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, diretto dal Maestro Carlo Morganti. Figaro entra sulla scena in sidecar – espediente non proprio originale, ma comunque appropriato in questo contesto. L’attore che lo interpreta è il baritono Gurgen Baveyan, dotato di grandi capacità mimiche ed attoriali, si muove disinvolto e diverte il pubblico in modo coinvolgente. Dal punto di vista canoro, invece, ci pare un po’ debole. Simpatico il balletto di Figaro e del conte sulle note di Che invenzione prelibata – anche in altre occasioni balletti del genere verranno riproposti, nel corso della rappresentazione. Baveyan, dopo qualche scena si scalda e migliora la propria prestazione canora. Anche le incertezze iniziali di Anduaga scompaiono dopo poco.

A metà del primo atto la scenografia cambia: la casa di Rosina si gira e compare l’interno dell’abitazione. Prima le luci sono soffuse, poi aumentano repentinamente d’intensità, e scoprono le coloratissime carte da parati in stile anni Cinquanta.

Il mezzosoprano Martiniana Antonie, nelle vesti di Rosina, ha un buon timbro, negli acuti eccede un po’, ma nel complesso offre un’ottima performance. Don Bartolo entra in scena in accappatoio, uscendo da dietro le tendine della vasca da bagno (una scelta non molto elegante, ma assai divertente); l’attore che lo interpreta è Pablo Ruiz, baritono molto adatto alla parte. Nella tirade alla fine della quattordicesima scena, Ruiz è però poco chiaro, è difficile capire cosa dica nei passaggi più veloci, dove pasticcia un po’. I suoi movimenti sono molto ben costruiti, l’interpretazione davvero spassosa. A un certo punto Don Bartolo si toglie, come colto da un raptus, maglione e camicia, e, rimasto in canottiera, si attacca a Rosina come un cane; lei si divincola, e, mentre l’altro continua il suo sproloquio di gelosia, trova un mattarello, con cui lo colpisce alla testa, facendolo svenire. Ruiz viene molto applaudito, giustamente, per l’ottima interpretazione che ha saputo offrire.

La regia di questo spettacolo, in passaggi come quello appena descritto, mostra tutta la sua dinamica freschezza. Dalla scena ai costumi, tutto è molto allegro e colorato. Anche le uniformi dei carabinieri ci piacciono. Bellissimo il finale del primo atto, una scena corale molto movimentata, ben organizzata e divertente. Nessun attore spicca sugli altri, ma sono tutti bravi e ben amalgamati tra loro, paiono molto affiatati. E il cervello, poverello: qui tutti cantano mentre corrono sul posto. La scena conclusiva del primo atto è molto gioiosa.

Il secondo atto ha la stessa scenografia del primo. Siamo nell’interno della casa di Rosina. Apprezziamo in particolare la scena della lezione di musica impartita dal conte di Almaviva, mascherato da Don Alonso, a Rosina.

Giorgia Paci, nelle vesti di Berta, si muove in modo molto aggraziato, ha acuti molto potenti, ma negli altri registri si sente poco. Don Bartolo chiama “la Forza”, ossia i Carabinieri, per sventare i piani del conte e di Figaro; poco dopo vediamo aggirarsi guardinghi tra il pubblico uomini in divise scure con delle torce. Anduaga nella scena ultima è potente e davvero imperioso; verso la fine dell’opera sembra avvertire un po’ di stanchezza e perde in agilità. Ad ogni modo l’interprete del conte di Almaviva è applauditissimo.

Abbiamo assistito ad una spassosissima rappresentazione, un allestimento dinamico e coinvolgente, che ha di certo messo a dura prova i giovani interpreti, che sono stati, però, certamente all’altezza del compito. 

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