Il Diritto di Contare | di Theodore Melfi | recensione di Alessandro Faralla

Il diritto di contare

Genere: Drammatico
Durata: 127 min.
Cast: Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst, Jim Parsons, Mahershala Ali, Aldis Hodge, Glen Powell, Kimberly Quinn
Paese: USA
Anno: 2016

Passarsi un gesso è un’azione semplice, quasi innocua, se a farlo però è un uomo bianco e a ricevere tra le mani quell’oggetto è una donna afroamericana nella Virginia segregazionista degli anni 60 quella piccola azione diventa il segno di una legittimazione sempre rincorsa. È senz’altro il momento di Il Diritto di Contare più simbolico in cui Theodore Melfi (St.Vincent) sceglie di indugiare, facendo di un breve attimo una grande scintilla di umanità.

Basato sul libro di Margot Lee Shetterly, Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race Il Diritto di Contare racconta la storia vera di Katherine Johnson (Taraji P. Henson), Dorothy Vaughn (Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monae), tre straordinarie donne afroamericane, dipendenti della Nasa che lavorarono a diversi progetti spaziali, il più famoso fu quello che portò l’astronauta John Glenn a compiere il primo viaggio umano nell’orbita terrestre.
Ma se John Glenn, il team del programma delle Operazioni Spaziali guidato da Hal Arrison (Kevin Coster) e l’America tutta sono riusciti a raggiungere “quell’oltre” lo devono non semplicemente all’afroamericana Katherine, ma alla stoica e brillantissima matematica che leggeva i numeri come se fossero note di uno melodia fuori dal tempo, fuori dai pregiudizi, dall’ignoranza di una Stato fieramente rigido nel ricordare le differenze tra bianchi e neri, inclusi ma allo stesso tempo esclusi da tutto. Con bagni per sole persone di colore, posti a sedere, sugli autobus e a scuola, sempre nelle ultime file il quotidiano vivere per la popolazione afroamericana era  una conquista dal sapore amaro, partecipi a metà di una realtà vicina eppure lontanissima.

Era facile narrare tutto ciò con enfasi, retorica, situazioni portate all’estremo ma tale visione avrebbe snaturato una storia che del basso profilo, della sua calma, dell’instancabile lavoro ha fatto la propria bussola morale.
Theodore Melfi adotta intelligentemente uno stile pacato che senza tralasciare l’identità di ciascuna delle tre scienziate conferisce al film il vestito più idoneo per lasciarsi guardare. Non servono scenate, monologhi stucchevoli e prevedibili sulla giustizia o toni sopra le righe. Quello che Katherine e le sue compagne dovevano dimostrare lo fecero con rigore, correndo per un kilometro ogni qual volta dovevano fare pipì perché nel complesso che ospitava lo Space Task Group non vi erano servizi igienici destinati ai colored.

Il Diritto di Contare descrive, grazie ad un cast funzionale allo script, la grandezza delle tappe che portarono alla conquista dello spazio con lo stesso equilibrio incarnato dall’atteggiamento delle tre protagoniste a cui bastarono talento, impegno e una pacifica perseveranza per scalfire il muro di sopportazione che circondava la comunità afroamericana, ottenendo il riconoscimento del loro valore come persone ancora prima che Kennedy nel 1964 emanasse il Civil Rights Act.
Perché se l’America e l’umanità hanno potuto sognare e poi toccare le stelle lo devono a figure come Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson e a tutti coloro che cercano di fare un passo oltre le esclusioni, i diritti negati o concessi a metà, oltre la cecità umana che dopo più di 50 anni non ha ancora compreso la ricchezza del contributo che ogni individuo può donare al mondo per fare della vita un viaggio verso la luce.

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