Il sisma nelle Marche, un cratere aperto nella terra e nei cuori | Reportage di Marco Benedettelli, foto di Ennio Brilli

Camping Holiday, Porto Sant’Elpidio. La mensa degli sfollati.

Questa è solo una delle tante mappe possibili del cratere sismico. Un itinerario fra mille, dentro un orizzonte incredibilmente denso, un paesaggio sfigurato. Dove la forza tellurica ha ucciso, con la pesantezza cieca delle macerie che si accatastano su se stesse, la vita di centinaia di persone. Ha aperto crepe, deviato fiumi, tappato strade con costoni di roccia franati. Svuotato borghi d’una bellezza angelica. Costretto decine di migliaia di persone a scappare via da sotto il proprio tetto, verso il mare. E a coagularsi in nuove, microscopiche comunità resistenti, aggrappate ad un paesaggio fiabesco, ad una natura indifferente, bloccate in stato di attesa dal caos kafkiano della burocrazia. 

Il viaggio inizia al Lido di Fermo, all’Hotel Charly. Un grande edificio che si affaccia sulla strada statale 16. Uno di quei luoghi che dà ospitalità ai trentamila e duecento persone costrette, nel susseguirsi delle ondate sismiche, a scappare via e a cercare aiuto nella Protezione civile nazionale. Al Charly vivono in cento cinquanta. La mattina di sabato una trentina di loro stanno al caldo nel salone dell’albergo. Giocano a carte, sprofondano nei divani. Vengono in prevalenza da Visso, Pievebovigliana, Pieve Torina. Luoghi devastati dall’attacco tellurico del 26 ottobre. In molti non hanno ancora avuto il coraggio di tornare da dove se ne sono andati. Vedere come è ridotta la propria casa. È un passo che fa paura. Che blocca la volontà e le gambe. La signora Giuliana, occhi azzurri, sulla cinquantina, racconta: “Non voglio chiedere, preferisco non sapere. Vengo da Visso e non ci sono mai tornata. La mia casa è nella zona rossa. Chissà come staranno i miei uccellini. Li ho lasciati là alle 7,30 della sera. E poi nessuno ha più dato loro da mangiare. Chissà che fine avranno fatto, nelle loro gabbie”. Otto km più in là c’è un altro luogo di accoglienza per persone terremotate. Il Centro turistico Holiday, sul lungomare di Porto Sant’Elpidio nord. Una grande struttura fatta di stanze d’albergo e vialetti con bungalow bianchi di legno. Divenuto, per la sua posizione strategica, l’hub della Protezione civile per l’accoglienza. Il punto dove chi è scappato dall’entroterra verso la costa ha ricevuto la prima accoglienza. Silvestro ci vive da quattro mesi. E’ un uomo baffuto e socievole. “Sono sempre raffreddato, vengo anche io da Visso, l’aria di mare è diversa che nelle nostre montagne e sto sempre a tossire”, dice. Silvestro faceva il salumerie ma ha perso il lavoro. Ora è in cassa integrazione. Ogni sera verso le otto col fratello e un paio di amici di Visso con cui fa gruppo si mette in fila in mensa per la cena. La spiaggia è a pochi passi, se tendi le orecchie senti il vento che ne porta il rumore. “Ci hanno accolto, dobbiamo solo ringraziare. La Protezione civile non ci fa mancare nulla. Però poi – continua, sospira –  nessuno ci dà notizie certe. Nessuno qui sa niente. Non sappiamo né quando potremo tornare, né dei container, né delle casette di legno”. Visso nella sua voce ha già il profilo di un sogno, di qualcosa che nessun racconto può restituire veramente.

Hotel Holliday, Porto Sant’Elpidio. L’esterno della mensa.

Un paese di torri medioevali

E’ un piccolo gioiello nelle Marche ai confini con l’Umbria, è un paese di torri medievali, palazzi rinascimentali gentilizi, chiese gotiche. Che dopo il terremoto se ne stanno tutte abbandonate nel silenzio della zona rossa. Una pompa di benzina presso cui i motociclisti si radunavano nelle loro scorribande sulle strade dei Monti Sibillini è sommersa dalle macerie di una parete rovinata in un fiotto di calcinacci ammuffiti. Nelle giornate di vacanza, il borgo pullulava di villeggianti da tutta Italia. Ora strade vuote, ponteggi. Case incastonate fra i dorsi delle montagne che viste da fuori potrebbero sembrare intatte, ma dentro hanno le pareti frantumate, come i biscotti in una scatola caduta a terra.

Ci sono una ventina di roulotte allineate a quadrato in uno spiazzo. Vi vivono famiglie di gente giovane, sono rimaste in paese anche col nevone di gennaio. I vissani che non se ne sono andati sono in tutto una cinquantina. A pranzo e a cena si incontrano sotto i tendoni verdi della mensa militare, dove si servono pasti caldi a pranzo e cena. Ma sono gli ultimi giorni, poi il servizio non verrà più erogato ai civili. “La decisione ci toglie una delle ultime, pochissime certezze. E ora, come cucineremo? Viviamo tutti in alloggi di emergenza precari – spiega Margherita Lemmi, geologa, nel punto informazioni turistiche – Senza mensa la nostra comunità si sfalderà ancora”.

Visso, case implose.

Un paio di curve oltre c’è il nuovo municipio, ricavato negli spogliatoi della ex piscina comunale. I tecnici se ne stanno concentrati al computer, fra pile di pratiche. Intenti a trovare il bandolo della matassa nella selva delle disposizioni burocratiche. Bisogna ancora pianificare l’assegnazione dei moduli abitativi per i pastori, urbanizzare le aree dove verranno istallate le casette di legno. E poi ci sono i container che a febbraio inoltrato non sono ancora stati consegnati. “Sono arrivati il 20 gennaio, dopo l’asta indetta dal Governo il 17 novembre”, spiega Mattia Cergol, amministratore di Italspurghi Ecologia, l’azienda triestina che fornisce in affitto i moduli abitativi. Allacci ai servizi e arredi spettano al comune e ad un’altra società. La lottizzazione delle competenze complica ancor di più il quadro. Tutto è inghiottito nel ritardo. I container blu sono disposti a pettine in uno spiazzo detto il piano, hanno stanze per i letti ancora vuote, spazi di passaggio interno, un grande salone condiviso ancora sguarnito. Prima o poi ci dormiranno in 48 lì dentro, dando vita a una nuova forma di micro comunità fra le montagne e le macerie, in attesa di tornare a casa.

Monsanpietro Morico e il centro storico disabitato.

I chitarrista dei Radiohead

È in una giornata di sole che arriviamo a Monsampietro Morico e Sant’Elpidio Morico addentrandoci fra strade e colline che nella bellezza della loro policromia invernale toccano l’animo. Col supporto della Protezione civile di Fermo entriamo all’interno della zona rossa. Fra campanili pericolanti, vicoli di mattoni arancio, rampe di scale che si immergono in microscopiche gallerie a botte. Da queste parti c’è anche la casa di Jonny Greenwood, il chitarrista dei Radio Head, che a Monsampietro Morico d’estate veniva a riposare. Dei settecento abitanti, cento cinquanta sono sfollati sulla costa. La sindaca Romina Gualtieri, avvocato, ora impegnata a tempo pieno come prima cittadina, spiega: “Siamo sommersi di lavoro, io e i tre funzionari comunali. Coordinare il censimento dei danni è già un labirinto. I certificati della nostra zona vengono dalla Lombardia. Poi ci sono le richieste dei nostri cittadini, gli anziani, che vogliono recuperare i beni nelle loro case”. In lontananza si vede il Monte Vettore, una massa verde e mansueta da cui si è generata l’onda sismica.  A Montefortino, confini del Parco dei Sibillini, gli evacuati sono cinquecento su mille e trecento abitanti. Alcuni di loro, cinquantasei, fra cui sei bambini, vivono in un capannone industriale, l’ex fabbrica dell’acqua Tinnea, ora in fallimento. Dentro la Protezione civile ha allestito una tendopoli. La luce è grigiastra sotto le tettoie ondulate. Luigi, 56 anni, sta seduto su una panca di legno. Viso mite, vispo, stanco ma lucido, dice che era ristoratore ad Ascoli prima di trasferirsi a Montefortino. “Non ho parenti dove andare, attendo in tenda. Sto vivendo un trauma ed un dolore che è difficile raccontare”.

Caseificio Marino Marchese, Monte San Martino. L’ovile crollato per la neve

Monte San Martino, provincia di Macerata. Le strade sono sepolte dalla neve, tutto è bianco e alla fattoria si arriva solo camminando, o a bordo di jeep 4×4. Dopo giorni di bufera l’area è totalmente isolata. Nell’aia, un gregge di pecore bela intirizzito fra i cumuli bianchi. Pastori e allevatori lavorano concentrati nel silenzio ovattato delle colline. Nottetempo è crollata una delle due stalle sotto il peso della neve e mentre Marino Marchese, il titolare dell’azienda agricola, si era infilato sotto le macerie per salvare i bovini incastrati, ecco che sono arrivate ancora altre scosse di terremoto, quelle del 18 gennaio. “Siamo senza elettricità da tre giorni, noi e tutti qua intorno. (Nelle Marche durante quella settimana di neve sono saltate 20mila utenze, ndr) Ho mezzo gregge con le mammelle gonfie. Dobbiamo mungerle, alla svelta”, e lui e i suoi colleghi rumeni e bulgari si rimboccano le maniche e iniziano a strizzare i capezzoli degli ovini, un piccolo gruppo dopo l’altro. Marino e la moglie Paola sono arrivati dal nord Italia in questo lembo di Marche trenta anni fa. Il casolare dove hanno sempre vissuto è inagibile dopo la scossa del 30 ottobre, la più violenta, di magnitudo 6.5, che ha crepato tutte le pareti interne e ha alzato un nuvolone di polvere e calcinacci. Per qualche tempo si sono trasferiti con delle brande nel salone della stagionatura.  Poi sono arrivati i container, una donazione privata, organizzata col crowdfunding dai ragazzi del Mercato Bio Mezza Campagna di Senigallia. La vita sembrava tornare alla normalità, la piccola comunità aveva resistito al sisma, si era rassettata ancora in un nuovo equilibrio, pur nell’incertezza di un futuro tutto da decifrare e costruire. Ma poi ecco la neve, fitta, per giorni. “La mattina mi sono svegliato ed è stato uno choc. Una delle due stalle era crollata. Speriamo non crolli anche la seconda, ora. Di cosa abbiamo bisogno? Di puntelli per il tenerne in piedi il tetto”. Arrivano i Vigili del Fuoco, sono una squadra di otto uomini da Pesaro. Tutti si mettono al lavoro per raccattare dei puntelli.

Arquata Del Tronto, l’interno di una casa distrutta dal sisma.

L’odore dei calcinacci

Il monte Vettore è davanti a noi, tondeggiante. La spaccatura si snoda come il filo di una collana nera sotto le cime della montagna. Si è aperta con il movimento tellurico, violentissimo, di magnitudo 6.5, del 30 ottobre. “Il ricordo peggiore del terremoto è il rumore. I crolli, i boati, il frangersi delle mura” racconta Sante Corradetti, volontario delle Protezione civile, 32 anni, oggi sfollato a San Benedetto del Tronto. Sante è della frazione di Colle di Arquata del Tronto, ed è da sempre attivo per il suo territorio. Organizza feste, attività socio culturali e turistiche. Lui c’era la notte del 24 agosto, si è subito gettato fra le strade di Pescara del Tronto per fare il possibile, aiutare, prestare soccorso. Poco dopo è arrivata la Squadra ricerca dispersi sotto le macerie della Protezione civile di Fermo. Sono loro ad accompagnarci, a mostrarci dove hanno recuperato i quarantanove corpi senza vita, dopo ore di scavi. L’odore dei calcinacci frantumati è ovunque. Il paese è ridotto a un cumulo di rovine. I pochi edifici ancora in piedi sembrano presi a morsi da gigantesche bocche che hanno strappato via porzioni di murature. Anche le tombe sono esplose nel cimitero. Le lapidi sono frantumate a terra. Nei loculi invasi dalla luce si vedono le casse di legno.

“Quella era casa mia” dice un altro uomo. E indica un caseggiato imploso. Poi fissa le rovine oltre l’avvallamento che si apre sotto la strada. “Mi sembra che il paese stia ancora crollando, che le macerie stiano sprofondando verso il basso”. L’uomo si chiama Domenico Pala, è l’ex sindaco di Arquata del Tronto. La notte del terremoto lui e il figlio hanno salvato la vita a 15 persone. “Conoscevano le vie e chi ci abitava, a uno a uno. Sapevano muoversi con velocità e così sono riusciti a estrarne tanti dalle macerie”, ci spiega Sante. Mentre usciamo da Pescara del Tronto incrociamo Angelo Ferracuti, chiacchiera sul ciglio della strada con un uomo barbuto, Enzo Rendina, l’ultimo abitante di Pescara del Tronto, che per mandarlo via, qualche settimana dopo, l’hanno dovuto arrestare. 

Capodacqua, qualche curva oltre, sopra la Salaria, si capisce che era una frazione bellissima. Lo resta ancora nonostante le ferite del terremoto che l’hanno sfigurata, sventrata. Ci avviciniamo a un edificio religioso. È l’oratorio della Madonna del Sole. Un ottagono di marmo bianco, candido, semplice e perfetto come un campo ammantato di neve. È del XIV secolo, dentro ci sono antichi affreschi, ma il tetto di guglie rosse è crepato e lascia filtrare acqua e umidità. Si sente il rumore del ruscello in lontananza, ci affacciamo a sbirciare dentro una cantina. Dentro, grandi fiaschi di vino cotto, impolverati, stanno raccolti in una rastrelliera. La zona è ricca di vino cotto e chissà su quante tavole imbandite quelle bottiglie si sono fermate, di sera, d’estate. Dobbiamo ricostruire tutto. Non dobbiamo fermarci.

Arquata Del Tronto. Il cimitero con le tombe crollate. Foto di Ennio Brilli.

Questo articolo e alcune delle foto sono state pubblicate nella rivista il Reportage, anno VIII, n.30. Aprile – Giugno 2016

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