Qui sono raccolte le Favole della buona notte, pensate per i bambocci da Andrea Marcellino e Valerio Cuccaroni,
sorseggiando aperitivi notturni, nella pendenza della stanza sghemba.
Ogni estate i pastori portavano le loro pecore a pascolare sul monte. Di notte i lupi famelici si lanciavano all'assalto, scendendo in gran carriera dall'altura. I lupi più colti invece se ne stavano nelle loro tane a leggere il destino della specie sui filamenti d'erba.
I lupi famelici si scontravano con i pastori tedeschi: se le davano di santa ragione, ciascuno difendendo la propria squadra d'appartenenza. Prima cantavano in coro, per sfottere l'avversario e per farsi forza, poi attaccavano a testa bassa.
I lupi più colti si tappavano le orecchie appuntite, pur di non sentire quei cori indegni di un vero lupo. E quando i lupi famelici tornavano, giravano la testa dall'altra parte, pur di non vedere i loro corpi grondanti sangue, dalle bocche ma soprattutto dalle ferite aperte.
I lupi famelici, quando riuscivano a dribblare i pastori tedeschi, si avventavano sulle pecorelle, azzannandole e trascinandole via. Qualche lupo, raggiunto dal pastore, era costretto a mollare la preda, restando così a bocca asciutta. Ma i più, afferrata la preda, non la lasciavano più.
I lupi più colti commentavano con disgusto la ferocia dei loro fratelli, sicuri che derivasse dall'ignoranza. Provavano a trattanerli, mostrando le virtù sapienziali dei filamenti d'erba. Ma i lupi famelici non sentivano ragione. Giravano la testa dall'altra parte e partivano a caccia.
Quando i lupi famelici erano ormai lontani, i lupi più colti, prima uno poi l'altro, si allontavano di soppiatto dalla tana e si nascondevano dietro un cespuglio, per sbranare anche loro, al riparo da sguardi indiscreti, la propria razione di carne fragrante. Poi si asciugavano la bocca sulle foglie, finché la minima traccia di sangue non fosse scomparsa, e tornavano a leggere il destino della specie sui filamenti d'erba.

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Una volta, neanche tanto tempo fa, c'era un Mastro Casaro che perse le sue mucche. Non proprio le sue, in realtà erano quelle del fratello Josef, masaro con il debole per la grappa che tendeva a perdere di vista le sue cose ogni qual volta eccedeva con l'acqua pazza distillata dall'uva. Questo accadeva puntualmente dopo la mungitura, alle prime luci dell'alba. Così, il succo di mucca che aveva appena strizzato per bene dalle mammellone delle sue vacche, al restringimento del suo campo visivo dovuto ai fumi dell'alcol, finiva immancabilmente sprecato: al tramonto era già bello che rancido.
In quei tempi neanche tanto lontani le capre tendevano a essere paranoiche, così, l'altro fratello del Mastro Casaro, Sepp, finì col chiamare uno specialista in terapie psicologiche per animali. Come ogni bambino altoatesino sa fin dalla culla, le capre spruzzano latte decente solo se le si fa ridere, se si raccontano loro barzellette, storielle sconce o se loro stesse, quando proprio hanno brucato erbetta buona, sono in vena di scherzi pesanti.
Dovete sapere, bambini miei, che prima che si imparanoiassero, queste capre della Val Pusteria amavano fare scherzi hai bambini sprovveduti che pensavano di sgraffignare un po' del loro latte. Capitava al bimbo che si avvicinava alla capra apparentemente seria, gonfia di latte e disponibile a farsi dare una ciucciata, di ritrovarsi poi zuppo d'urina di capra tra l'ilarità animale.
Erano altri tempi quelli, ora, spiegò lo specialista, dopo che le capre iniziarono a vedere aquile dappertutto, se la fecero un po' addosso e si preoccuparono assai e continuamente. Non sapete che le aquile si pappano agnellini, capre, pecore e a volte anche piccoli contadini? Insomma, la provincia autonoma di Bolzano adottò l'aquila come stemma, così fecero in molti altri, veramente in troppi, così che il sonno delle capre fu compromesso, il latte, di conseguenza, come disse Sepp “faceva cagare”.
Il Mastro Casaro senza più latte né di mucca né di capra non sapeva più come fare per portare a casa i soldi che servivano a sfamare il suo amato husky dagli occhi azzurri; per i suoi quattro figlioli trovò rapidamente una valida soluzione: se la sarebbero cavata mangiando piccoli animali e d'inverno la neve con i panini avanzati dai turisti-sciatori. Fu così che questo suo profondo amore per la mite bestia lo spronò a buttarsi giù, a lasciarsi andare finché non finì nella bettola del paese dove trovò Josef già dal mattino e più tardi Sepp.
Dopo 34 giri di acquavite di pino mugo i due allevatori parvero avere il cacciavite dalla parte del manico, la vite fu il nostro Mastro Casaro, che, tra i giramenti di testa, finì con l'avvitarsi nelle logore assi di legno del pavimento. Fu così che iniziò il suo viaggio nell'inferno alpino dell'Alto Adige, dove tra tradizionali lavorazioni di pregiate materie prime, in un ambiente incontaminato che fa una zuppa delle verzure mediterranee mischiandole ai venti ghiacciati del nord, gli apparve la Madonna dei montanari.
Nel mezzo della caleidoscopica visione che ai Beatels faceva un baffo e a cui forse solo Dante avrebbe potuto rendere giustizia, in quegli inferi di cantina di bettola dove si alternavano immagini appartenenti a influenze culturali differenti, il Mastro Casaro, effettivamente al di sotto del pavimento di legno di parecchi metri, vide un modellino tridimensionale della soluzione ai suoi problemi, glielo indicò con una strizzata d'occhio la Madonna dei montanari, si chiamava “Formaggio di latte di donna” e lo salvò.

 

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Alice stava rientrando a casa quando sulla soglia vide un batuffolo tremante. S'avvicinò e riconobbe un piccolo coniglio bianco che non scappò. Le sembrò malato, in un moto di compassione lo raccolse, lo tenne delicatamente tra le mani e lo portò con sé. Allestì una scatola imbottita dove riporlo ma il suo nuovo amico continuò a tremare: sembrava divenire sempre più piccolo e indifeso. Alice si preoccupò e non sapendo come curarlo fece una ricerca in rete per poterlo accudire con metodo. Scoprì che per i primi mesi di vita i conigli hanno bisogno d'una temperatura mite, ma non solo, trovò anche i sintomi della malattia di cui pareva soffrire: si rimpiccioliva a vista d'occhio, era denutrito e aveva bisogno di latte.

All'indomani, preparata e volenterosa, si recò in un negozio d'animali per acquistare un kit che le permettesse d'allattare il batuffolo, che nel frattempo, non era riuscita ad alimentare. Il negoziante le consegnò una grossa scatola, per via del prezzo contenuto, la comprò senza far domande e rientrò a casa.

Il nostro piccolo amico stava ormai per scomparire: senza perdere tempo Alice aprì la scatola. Trovò al suo interno un paio di grandi orecchie da coniglio fissate su un cerchietto, un costume di pelo bianco con un grosso pompon sul fondo schiena e uno strano sistema di capezzoli idraulici. Interdetta lesse velocemente le istruzioni, capì il funzionamento del sistema idraulico e decise di dedicarsi con dedizione al piccolo sfortunato.

Reidratò il latte liofilizzato contenuto nel kit, s'infilò il costume e guardò l'orologio, preoccupata che i genitori potessero sorprenderla così agghindata. Prese il batuffolo che ormai le stava nel palmo della mano, lo portò sul letto e lo pose accanto a sé. Dopo qualche esitazione, guidato con dolcezza dalla premurosa fanciulla, il coniglietto trovò il capezzolo e iniziò a poppare.

Nei giorni successivi riacquistò peso: Alice fu contenta di constatare l'adeguatezza delle sue cure, l'animale cresceva a vista d'occhio, in tre giorni raggiunse le dimensioni d'un coniglio adulto.

Nella notte tra il terzo e il quarto giorno dal provvidenziale incontro, la candida mole era così imponente da farla cadere dal letto nel quale dormivano. Ad ogni modo, ligia alle istruzioni del kit, decise di proseguire con l'allattamento, diventato un rituale quotidiano intimo e gratificante. Il quarto giorno, dopo aver finito il latte in poche sorsate, l'animale fu grande quanto lei.

Lo guardò molto sorpresa ma non spaventata, infondo era sempre il batuffolo tremante che aveva salvato, quando improvvisamente la massa di pelo bianco le balzò in groppa e ricambiò le amorevoli cure.

In cuor suo Alice era lusingata d'essere oggetto di tanta passione ma spossata dai frequenti avvicinamenti dell'enorme coniglio decise di parlare con la madre. Quest'ultima pensò bene di riferire l'accaduto al marito che decise senza troppe remore di macellare il nostro nuovo amico.

Che gran pranzo! Con che abilità la madre cucinò lo stufato tramandando alla figlia i segreti dell'arte culinaria. Che gioia c'era quella sera in casa, quanti invitati saziò la carne di quello che fu un batuffolo piccolo e malato.

Quando tutti erano ormai rientrati nelle loro case,  Alice, nella sua cameretta, si sentì triste. Cercò di capire il motivo della sua inquietudine, aveva l'impressione d'essere sola pur avendo passato la serata in compagnia di molte persone. Coricata nel letto, poggiò il viso sul pelo del costume che alimentò la passione; in quel momento, dalle profondità delle sue viscere, avvertì diffondersi un torpore: era la digestione.

Gli occhi le si chiusero, per tornare a guizzare sotto la palpebra, all'apparire dei sogni.
 
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C'era una volta, in una chiavica di Bologna, un topo cocainomane, che si chiamava Pista. Un giorno Pista invitò a pranzo il suo amico Neve, anche lui topo cocainomane. Dopo aver mangiato i resti di un kebab e bevuto vomito di punkabbestia, Pista indicò a Neve una pozza dallo strano colore biancastro. «Bevi, amico mio, è manna dal cesso, viene dalle latrine degli umani». Neve assaporò un poco dell'intruglio ma subito si ritirò disgustato. «Perché mai te ne stai qua, in città, Pista mio, a bere quest'intruglio grossolano, vieni nelle fogne dei colli, sentirai che prelibatezza».
Pista seguì il consiglio dell'amico e se ne andò sui colli. Neve abitava in una fogna proprio sotto un magnifico parco. Al centro del parco si trovava un enorme laboratorio, in cui si raffinavano stupefacenti per i palati dei tossicomani più abbienti.
I due topi si leccarono i baffi a lungo, dopo aver succhiato la bianca polverina da provette di cristallo, fin quando non sentirono suonare uno squillante allarme. Il laboratorio era stato scoperto dai gendarmi, che si precipitarono nelle fogne, non avendo trovato nulla in superficie. Mentre Pista fuggiva, gridò a Neve: «Tieniti pure la tua polverina sopraffina, io me ne torno nelle mie fogne di città, che saranno certo più degradate, ma almeno mi assicurano cocaina in quantità e in tutta tranquillità».
I gendarmi, però, intercettarono il messaggio, lo tradussero con potenti decondificatori, rintracciarono il nascondiglio di Pista e lo intrappolarono. Neve invece fece in tempo a cambiare residenza, sfuggendo alla cattura.

I moralisti benpensanti stiano attenti, queste favole sono per loro un trappola ancor più pericolosa di quella che ha eliminato Pista. E c'è sempre un macello dietro l'angolo.
 
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Ogni tanto ne ho proprio bisogno, lo decido la sera prima, domani mattina non lavoro, prendo la macchina e vado in montagna. Amo il trekking, adoro il silenzio dei boschi e le atmosfere incantate delle Dolomiti. Guardo le previsioni sul sito provinciale perché è il più preciso e poi preparo lo zaino, i vestiti e questa volta farò meglio a ricordarmi di mettere le catene da neve in macchina.

Sono partita di buonora, ho lasciato la città con i suoi rumori e la sua frenesia alle mie spalle: lo faccio per prendermi cura di me stessa, la natura mi rigenera, la amo in tutte le sue magnifiche manifestazioni, anche quelle impreviste, violente. Ho lasciato la macchina nei pressi di un sentiero che ho già percorso d'estate, quando ci si poteva sdraiare sulla riva del laghetto a sonnecchiare dopo aver pranzato; ora gli scarponi fanno scricchiolare la neve ricoperta da una sottile crosta gelata.

Il cielo è velato ma l'aria è fresca e profumata di abeti, la sento rigenerarmi ad ogni respiro che cominciata la salita inizia ad essere accelerato, metto la giacca nello zaino. L'ossigeno dà nutrimento ai muscoli in azione, lo sento fluire trasportato dalla linfa calda che pulsa dal centro del corpo per poi irradiare calore fino alle estremità, mi sento tonica, elastica, fresca. La sensazione che produce il solo essere da sola in un bosco innevato ripaga la benzina che ho dovuto bruciare per arrivare fin qui.

Nel punto in cui il sentiero attraversa una stradina un poco più larga, quella che porta al rifugio in quota, anch'essa ricoperta di neve, avvertii uno scricchiolio più rapido dei miei passi, un rumore dietro la curva a monte. Rimasi immobile e al soffiare di un leggero venticello, sentii il fresco dovuto alla sudorazione che mi aveva imperlato la fronte. All'arrivo di una seconda folata più decisa rabbrividii e mi accorsi di avere anche le cosce sudate, poi, spostando il peso da una gamba all'altra, sentii il tessuto sfregarmi la pelle d'oca solleticandomela. I capezzoli mi si irrigidirono sotto la canottiera.

Il rumore era cessato, mi rimisi in cammino fendendo l'aria frizzante con passi veloci per non raffreddarmi troppo. Mi scappò quasi subito la pipì, mi tolsi lo zaino, abbassai in un solo movimento i pantaloni un po' troppo traspiranti e le mutandine, poi mi accovacciai a lato del sentiero dove iniziai a sciogliere la neve. Avvertii nitidamente un improvviso rumore di rami spostati emergere dal sottofondo scrosciante della mia pipì, guardai a destra girando la testa ma rimanendo accucciata; in un primo momento dovetti quasi chiudere gli occhi: un raggio di sole trovò un passaggio tra i fitti rami degli abeti, si riflesse sulla neve facendola brillare insieme a un paio di inaspettati occhi azzurri.

Mi fissavano intensamente privi di tentennamenti, il suo corpo era immobile; non mi sentii imbarazzata, nemmeno un po', tant'è che lasciai che il flusso della mia vescica scorresse fino all'ultima goccia. In realtà, con il senno di poi, credo proprio che questa libertà sia stata resa possibile dal fatto che mentre i nostri sguardi si incrociarono, fui come assente a me stessa, sprofondai in quei gelidi occhi azzurri senza dolore, con lascivia anzi, come ammaliata da una forza millenaria: la volontà della specie.

Lui si avvicinò senza esitare nemmeno un attimo, diretto, diritto, sicuro di sé, sembrava addirittura fiero con quegli occhi così decisi, sicuramente era a proprio agio come fosse a casa sua. Sembrava annusasse l'aria, credetti per un attimo che potesse fiutare la mia vagina e questa volta, leggermente imbarazzata, feci per tirarmi su il fagotto che avevo alle caviglie. In un balzo mi raggiunse, era agile e me lo trovai praticamente di fronte prima che la cintura dei pantaloni arrivasse alle ginocchia. Era sotto dei rami bassi, alzò la testa per tornare a fissarmi con i suoi occhi fermi e decisi, da animale selvatico, da predatore; anche questa volta accadde qualcosa: l'imbarazzo svanì dalle mie guance arrossite per lasciar posto alla coscienza che eravamo in due, soli in mezzo al bosco.

Una prepotente scarica mi annebbiò il cervello non appena sentii i suoi denti freddi affondare nella pelle della mano che stava alzando i pantaloni: non c'era bisogno di aggiungere altro, ero totalmente arresa e accondiscendente. Lasciai la presa, in un attimo fu dietro di me, leccate generose seguirono la linea tra le cosce, tra le natiche, un bidè imprevisto mi inondò di saliva. Avevo perso ogni ragionevolezza solo per via di quegli occhi, non mi era mai capitato di lasciarmi andare a quel modo: fu la perfetta cornice di ciò che accadde a determinare l'incastro delle concatenazioni naturali cui non potei sottrarmi.

Come se tutto ciò non fosse già eccessivo, come se non avessi immediatamente superato ogni umana decenza e contegno, il fiato accelerato di quell'animale da preda divenne insistente contro il mio orecchio destro. Un fiato che a ogni respiro mi cacciava dentro a forza il buio della lussuria, della depravazione, dell'immoralità; la me stessa precedente a quell'incontro non avrebbe mai nemmeno creduto che un tale stato d'animo potesse esistere, potesse rivelarsi e dischiudere al piacere animale il corpo esile di una ragazza di neanche vent'anni. Mi aprii le natiche scivolose con le mani, vi sguazzò contro in cerca di un passaggio nella carne ribollente di umori, la mia fessura era già gonfia e socchiusa. Sussultò quando presi in mano la sua carne rossa per indirizzarla dentro, nel culo. Scivolò tra la saliva, le spinte che mi dava erano forsennate, stavo esplodendo in contrazioni sempre più forti, il suo peso sulla mia schiena aumentava, stavamo arrivando al culmine di quell'unione divina, di quel magico incontro di occhi e di carni.

Stranamente volle venire nella mia vagina e scombussolata com'ero - è dire poco -, glielo permisi senza troppe remore igieniche ne di qualunque altro tipo. Fu l'orgasmo più violento, infuocato, bestiale della mia vita: a quattro zampe come una cagna m'ero fatta cavalcare entrambi gli orifizi in maniera furiosa, ne conservai graffi sul collo e sulle cosce per giorni. Quando trasse il suo membro esausto e stappato, dalla mia vagina traboccò il seme di cui provai la viscosità tra pollice e indice. Curioso mi si mise di fronte, leccò l'impiastro dalla mie dita e poi proseguì tra le cosce facendomi il solletico sulle gambe nude. Mi lasciai cadere sulla schiena, la neve scricchiolò e mi entrò un po' nel collo, lui mi fu sopra, ci guardammo negli occhi e insolitamente il ritorno alla realtà non fu per niente traumatico - non ci sarà nessuna conseguenza inattesa -. Non ho corso il rischio di rimanere incinta, era stato fantastico, ho conosciuto il piacere senza le cattive conseguenze, fui per la prima volta straordinariamente serena e in pace con me stessa dopo un amplesso, conobbi il piacere più intenso e puro e difatti rimasi impunita fino ad oggi.

Chissà quanti sogni feci prima di quell'incontro in modo da essere poi così disposta all'avventura, chissà per quanto il mio inconscio lavorò a favore della specie, degli istinti più animali. Ora mi pento quasi di non averglielo succhiato, per amore. Ricordo con tenerezza la sua pelliccia brillare quando veniva colpita dai raggi del sole, il suo odore forte, il pelo soffice e argentato, il calore, i baffi che mi facevano il solletico, la coda lunga e vaporosa: amo i cani, e in special modo questo husky, il primo cane che mi amò forsennatamente come solo un cane sa fare, senza limiti o condizioni. La passione originata da quell'improvvisa affinità elettiva rimosse le barrire nella mia mente. Quel giorno indimenticabile si aprirono per me le porte dell'amore interspecie, porte che chiusi volentieri alle mie spalle, negando fino ad oggi al mondo di conoscere questa immensa verità. Ormai sono più di trent'anni che quel cane è morto ma volevo lasciartene un ricordo, voglio che egli sopravviva a me stessa, voglio che entri nell'olimpo degli immortali attraverso la letteratura. L'amore che ci ha legato vivrà e rivivrà numerose volte in me e nei posteri: quando una donna incontrerà il suo cane rivedrà nei suoi occhi il mio husky come io l'ho cercato in tutti i cani che incontrai nella mia vita.

Questo sarà quello che racconterò a mia nipote dopo la cena perché quando è uscita di casa pareva confusa e imbarazzata: ha quattordici anni e ha avuto le sue prime mestruazioni. Immagino la tua faccia stupita nello scoprire che la voce narrante è quella di una vecchia donna, di una nonna. Non sono poi così vecchia, compierò cinquantotto anni in aprile e questa sera tramanderò a mia nipote la mia esperienza, il mio amore per la specie canina, ma soprattutto per le cose naturali. Di questo si tratta, non voglio che mia nipote su consiglio della moglie di mio figlio, sua madre, prenda la pillola. Le dirò: “Non prendere la pillola, piuttosto prenditi un cane: è fedele, si curerà di te senza pretendere nulla in cambio e gli effetti a lungo termine sono conosciuti, a differenza di quelli della pillola”.

Se ciò non dovesse persuaderla a riguardo delle antiche proprietà anticoncezionali del cane, la convincerà la storia dell'associazione da me fondata, “Gli amanti dei cani”, la quale finanziò le ricerche cliniche sulla sostituzione della pillola con il rottweiler. Scoprimmo che un enorme vantaggio era dovuto al fatto che il cane, a differenza della pillola, ti ricorda quando è ora di prenderlo.
 
 
“Una testimonianza toccante di amore per gli animali” L'Espresso 

“L'amore antico che supera le differenze” La Repubblica

“Una storia d'amore introspettiva e sorprendente” Nazione Indiana

“Una nuova liberazione della donna” Donna moderna

“La soluzione alla sovrappopolazione dei paesi del terzo mondo” Panorama

“Gli studi sugli anticoncezionali a quattro zampe riavvicinano gli amanti degli animali alla scienza” New York Times

“Una bibbia per gli amanti degli animali” Famiglia Cristiana
 
“Il migliore amante della donna. Il ruolo del cane nella società post-femminista” Micromega
 
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