Voci di artisti e viaggi ai quattro angoli del globo
Discussione sul poema Viaggio nella presenza del tempo e sull’ultima opera dell’autore La dittatura dell’ignoranza

Il poema di Giancarlo Majorino Viaggio nella presenza del tempo è un lungo cammino letterario che abbraccia l’arco intero di una vita. L’autore raccoglie nell’opera impressioni, umori e pensieri in più di quaranta anni di composizione. Alla lunga vicenda elaborativa corrisponde una complessità non comune di linguaggio e contenuto che rende l’opera unica.
Nell’epoca del “tutto e subito”, del rumore televisivo e della frenesia del consumo, l’autore ci ricorda il valore di un necessario dissenso. Quella di Majorino è una voce che non desiste, malgrado tutto, dal suscitare domande e, soprattutto, dal richiedere, anzi dall’esigere un serio impegno al lettore impigrito.
Già il titolo definisce la volontà totale dell’autore. Il viaggio richiama la categoria fondamentale dello spazio, ma esso non è che lo strumento per avvicinarsi all’immanenza del tempo, vera forza demiurgica e primigenia. 

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Tu a più riprese hai dichiarato di non leggere. C’è un motivo per cui hai deciso di procedere a questo annullamento della memoria, oppure è solo mancanza di voglia?
Beh, io e Flavia Mastrella lavoriamo in due, quindi abbiamo deciso che Flavia legge e io no. Basta che legga uno! Non leggo perché penso che l’ignoranza, se portata avanti come pratica ascetica, come professione, non come essere ignoranti, ma come metodicità dell’ignorare, fa sì che uno si mantenga più fresco rispetto alle invenzioni. Non conoscere porta a derive lontane dalle direzioni seguite dall’arte.

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Come grattacieli di vetro e d’acciaio vicino a maciya1 di legno, vertiginosi tacchi a stiletto accanto ad agili infradito che spuntano da kimono fluttuanti, le bambole di Maruhei, un artigiano della vecchia e colta Kyoto, s’incontrano, convivono, e si scontrano con quelle di Yotsuya Simon, creatore del mito e a sua volta mito di Tokyo, nonche’ artista di punta dell’arte contemporanea asiatica. Risulta evidente che i due artigiani di bambole rappresentino spinte interne, e forse dilanianti, del Giappone.
Condurre un’intervista a Maruhei e a Yotsuya Simon ha significato entrare in contatto con due universi contrapposti ma che, pur lampanti differenze, presentano affinità. Senza dubbio il moderno è derivazione dell’antico e senza di questo non sarebbe nato; il moderno, però, è anche il prodotto della progressiva apertura all’estero da parte del Giappone.

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Lei è cileno, ma vive negli Stati Uniti, come mai ha deciso di rimanervi?

Veramente non sono stato io a decidere di restare negli Stati Uniti, sono stati loro a decidere per me... Non ero venuto per rimanerci. La prima volta che fui chiamato negli Stati Uniti ero giovane ed esercitavo la mia professione di architetto, insegnando, allo stesso tempo, storia della musica al conservatorio di Santiago del Cile. Nel 1944 mi fu proposto di venire negli Usa attraverso una borsa di studio della Fondazione Rockfeller e Guggenheim e vi rimasi fino al 1947.

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Anteprima di ARGO n. 16 / Id. La materia che amava chiamarsi umana (ed. Cattedrale, in uscita a giugno 2010)

Tano D’Amico è stato lo sguardo capace di catturare quelle immagini che hanno raccontato il dissenso in Italia negli ultimi trent’anni. Ha saputo osservare i disordini sociali, le manifestazioni dei lavoratori, non in quanto fenomeni di massa, ma in quanto espressioni di umanità. L’interesse della fotografia di Tano D’Amico non è mai stato per i numeri, né quello di mostrare le diecimila persone di una manifestazione, ma quello di far parlare i volti e i corpi che componevano queste masse con la loro individualità irripetibile.

Cos’è per te l’immagine?
Parlare d’immagine è difficile, perché nelle immagini c’è come una crosta che le rende impenetrabili. Sono come il calcio, ne parlano tutti ma non lo fa nessuno. Le immagini nascono dai sofferenti, da quelli per i quali la vita è insopportabile, e le immagini stanno con i sofferenti. Questo sembra un dogma dimenticato. Le immagini nascono dagli insoddisfatti, perché quelli che sono soddisfatti del mondo così com’è non hanno motivo di guardare il mondo in un altro modo: a loro bastano i modi di vedere che già esistono. I nuovi modi di vedere invece nascono dagli insoddisfatti. E quando ciò accade la prima a cambiare è l’immagine. L’immagine, quella vera, nasce dall’insoddisfazione, nasce dalla partecipazione ai drammi umani, vissuti in prima persona o partecipati se vissuti da altre persone.

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Ascanio è così, una figura piccola e snella, agile e nervosa, dall’accento spiccatamente romano. Il suo parlare, anche durante l’intervista, ha il sapore di una racconto di altri tempi, pieno di divagazioni, di aneddoti e di esempi, di espressioni formulari sempre ripetute e di amici e familiari evocati dalle sue parole. Parlarci è stato come ascoltare di nuovo il suo spettacolo. Ho visto «La pecora nera» due volte, al «Teatro Verdi» di Terni, e poi di nuovo al «Teatro Comunale» di Narni. E l’ho anche intervistato due volte: la curiosità me lo ha imposto.

Vorrei iniziare con una domanda che si è presentata la prima volta che ho assistito alla «Pecora nera». Ho letto sulla locandina che prima di realizzare questo spettacolo hai girato per qualche anno l’Italia intervistando persone che erano state nei manicomi e chiedendo di raccontare la loro storia; mi domandavo il perchè.
Mi incuriosiva conoscere come una persona si racconti dopo aver trascorso una parte consistente della vita all’interno del manicomio, dove si fa del tutto per cancellare la propria identità. Pensando al manicomio mi viene sempre in mente la fabbrica.

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