Anteprima di Argo n. 16 / ID. La materia che amava chiamarsi umana (ed. Cattedrale, 2010) in libreria a settembre

Una domenica sera stavo vedendo una trasmissione che aveva per oggetto la chirurgia estetica, e tutti si chiedevano se era giusto o no stare a rifarsi, e la conduttrice riteneva che se uno vuole rifarsi è giusto che si rifaccia, se gli serve a star bene, e dopo c’era anche un’intervistata che raccontava che prima si era rifatta le tette, e diceva che era fin da quando aveva quattordici anni che voleva rifarsele, e la conduttrice poi le chiedeva anche: ma lei dov’è che li ha presi i soldi per l’operazione, allora l’intervistata le diceva che li aveva messi via anno dopo anno, perché era da tanto che aveva in testa questo progetto di rifarsi il seno, quindi ogni anno metteva via un po’ di soldi, così alla fine se l’era potuto rifare; dopo però ci aveva preso gusto a rifarsi, anche perché non si soffre per niente a fare queste operazioni di chirurgia estetica, quindi avendoci preso gusto aveva messo via un altro po’ di soldi e si era anche fatta rifare il naso, e in particolare del naso era contentissima perché nessuno se n’era accorto, così diceva lei, perché se ti rifai il naso e nessuno se ne accorge vuol dire che il rifacimento è fatto a regola d’arte, cosa che veniva confermata anche da un altro chirurgo estetico che era sempre lì in studio, e ancora dopo la conduttrice le chiedeva come si era sentita dopo queste operazioni, e lei diceva che adesso finalmente stava benissimo con se stessa, e così via; poi c’era uno che anche lui aveva fatto due o tre piccole operazioni, come autotrapianti di cuoio capelluto e eccetera; e invece poi la conduttrice aveva fatto delle domande a una giornalista bionda un po’ in carne che non si era rifatta niente ma era lì in trasmissione perché aveva fatto un’inchiesta sul problema delle ragazze giovanissime che ricorrono alla chirurgia estetica e a quindici anni vogliono già rifarsi il seno, e io, mentre guardavo, pensavo a tutte queste cose e pensavo:

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Dice che quell’anno l’avevano organizzata per bene, la gara di briscola in piazza. Dice che avevano persino fatto una simulazione al computer, che se no si rischiava che le cose finissero come la volta prima.
Dice che avevano messo sei file di ventiquattro tavolini ciascuna, poi avevano lasciato dello spazio, dopo avevano messo sei file di dodici tavolini ciascuna, poi dell’altro spazio, poi quattro file di otto tavolini, lo spazio vuoto, quattro file di quattro, l’altro spazio, due file di quattro, lo spazio, una fila di quattro, ancora lo spazio, una fila di due, l’ultimo spazio e l’ultimo tavolino, quello della finale. Dice che sul tavolino della finale avevano persino steso un panno verde.
Dice che dalle finestre del palazzo del comune c’era anche il sindaco che guardava. Dice che era contento come una pasqua.
Dice che i giocatori si erano lamentati che stavano stretti, poi però dice che quando hanno cominciato a smazzare le carte non si sentiva volare una mosca. Dice anche che la madonna che ha tirato Augusto a un certo punto che il suo compagno gli aveva fatto segno di avere il fante e lui invece aveva capito l’asso, dice che quella madonna era così robusta che nel silenzio aveva fatto paura ai piccioni, che erano volati tutti via.

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Mi ha detto di camminare. Almeno un’ora, un’ora e mezza, dopo pranzo. Mi ha detto ti fa bene, il tuo organismo ne ha bisogno. Lui, il mio medico, non cammina mai, peserà più di cento chili ormai, lui fuma almeno venti sigarette al giorno, e io devo camminare, io che peserò si e no cinquantacinque, sessanta, ma a esagerare, chili, e sono quasi un metro e ottanta e non ho mai fumato, né bevuto, e mangio poco, e quel poco sano. Però io cammino volentieri e seguo sempre il solito percorso, come un automa programmato, senza allontanarmi troppo da casa. Esco alle tre e alle quattro e mezzo, massimo le cinque, sono di ritorno a casa. Non è che abbia degli impegni, ormai sono in pensione, in pratica non ho niente da fare, ma è un’abitudine e le abitudini col tempo diventano rigidi copioni sempre uguali, cose che bisogna fare per il nostro bisogno di consolazione, anche. Sono sì in pensione, ho appena compiuto settant’anni, ma la mia pensione è miserrima, intendiamoci, colpa mia, versati pochi contributi, e adesso quello che arriva arriva, ma non è con quello che campo, diciamo che negli anni ho accumulato denaro vendendo le mie opere: ah già dimenticavo di dirlo, sono un artista, e anche ben quotato, e in teoria gli artisti non è che vadano in pensione, uno è artista per sempre, o qualcosa del genere.

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Alzarsi quando è ancora buio per fare il pane non è la migliore cura per la solitudine. Ricordo quando uscivo a quest’ora, qualche anno fa. A quest’ora le strade sono vuote, il silenzio è opprimente e te lo senti dentro il cuore. Quando alzi la saracinesca, persino quel rumore metallico, sgraziato, ti restituisce un po’ di calore.
Qualcosa da fare.
Poi, lentamente, vedere che puoi farlo, e stupirti che anche oggi, nonostante tutto, riesci a vincere l’inerzia, a rimettere in moto quel meccanismo interno che ti permette di andare avanti, di continuare a vivere, di pensare che la vita non è né bella né brutta. È soltanto vita. Ti viene incontro e tu non riesci a scansarla, e continui a vivere.
Nonostante tutto.
E il pane, che rompe la forza di gravità, esplodendo di vita, insolentemente te lo ricorda, mettendo ogni giorno in scena le parole di Riccardo.
Riccardo diceva sempre che vedeva la vita nelle mie mani, nei miei gesti.

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I lampioni, tondi e concavi, versano sul piazzale una luce giallastra e uniforme.
Se ne stanno lì, arrampicati in cima a grigi pali che partono robusti da terra, per poi assottigliarsi man mano che salgono verso la sommità. Sembra quasi che quelle lampade siano sospese nel nulla, che quei piatti se ne stiano lassù da soli, con le loro forze, una specie di dischi volanti che incombono sulla stazione, pronti a fulminare con i loro raggi mortali i viaggiatori ignari che escano allo scoperto, fuori dagli edifici squadrati di marmo.
Troppo stretto quel piazzale, costruito anni fa quando le macchine erano poche, quando erano piccole e strette, macchine che accompagnavano qui, al treno, quelli che tentavano l’avventura in città, che lasciavano il campo per un impiego al ministero. Adesso le macchine sono grandi, larghe, occupano troppo posto e il piazzale è diventato piccolo, sembra un cortiletto sempre ingombro.
Ci sarebbe un altro piazzale, nuovo, oltre i binari, legato alla stazione da un budello che corre appena sottoterra, muri di marmo e scritte di writers fuori zona a lordarli, linoleum a terra e lampade bianche a disegnare coni di luce, ma non è lì che passerà Hanja per raggiungere il treno, non da lì.
 Elio rimane nascosto nella pozza di buio disegnata dalla chioma del platano che scherma la luce del lampione; la sua mano destra ha un movimento continuo all’interno della tasca del giaccone, le sue dita scorrono sulla superficie d’acciaio, seguono il profilo del ponticello del grilletto, i suoi polpastrelli sentono i minuscoli rilievi, le microscopiche valli della zigrinatura che disegna l’impugnatura della pistola. E’ una 92 Brigadier, sta lì nella sua tasca a lasciarsi accarezzare, sta lì nella sua tasca, in attesa di Hanja.
“Il legno non dovrebbe essere freddo. Il legno lo sente il calore, lo conserva. Non è mica come il metallo, che basta lasciarlo un attimo perché ritorni gelato, perché si dimentichi del tuo calore.”
 Vincenzo si sistema sul sedile della sala d’aspetto; se ne sta compatto, stretto in se stesso, a trattenere qualcosa che sembra voler scappare via in quella stanza fredda, foderata di pannelli di marmo di un colore desolante.
“E’ la febbre. Si deve essere alzata se sento perfino i brividi, e non c’ho neanche un’aspirina…”
 I suoi occhi si alzano fino al grosso orologio circolare, essenziale, dal quadrante bianco su cui spiccano le cifre nere.
“Ancora un’oretta, tanto per gradire, proprio per andarsene nel cuore della notte, col silenzio, senza nessuno che ti veda. Night train…se fosse un blues sarebbe un titolo perfetto, ma uno di quei blues trascinati, strappati, da chitarra dobro.
 Ma in un blues così non c’è posto per uno che si chiama Vincenzo e neanche per una stazione come questa, per un posto come Orte.”
“Puttana, puttana…troia maledetta che m’hai strappato l’anima, che m’hai preso in giro, da coglione m’hai trattato…che coglione!”
Brutti pensieri confusi girano nella testa di Elio, che gli fanno stringere i denti fino a fargli male, che gli incordano i muscoli dietro il collo facendogli bruciare la nuca, la testa, il cervello.
“Puttana no…che non s’è portata via un soldo…”

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