Chi era l’ammiraglio Zheng He? Chi era il musulmano Ma He prima di diventare Zheng He, il favorito di Yongle, imperatore della dinastia dei Ming? È veramente arrivato in America il navigatore Zheng He? Solcando le onde dell’oceano dell’Ovest, quali paesi avrà trovato? Quali doni avrà scambiato?  Nel lontano 1433, dalla remota Cina, l’ammiraglio Zheng He salpò per l’ultimo dei suoi viaggi, alla volta di Giava, Malacca e Calcutta. Le fonti storiche raccontano che, nato Ma He e di fede musulmana, sia diventato Zheng He, grande eunuco alla corte dei Ming e poi navigatore dal 1403 al 1433. Zheng He compì sette spedizioni navali a carattere pacifico e diplomatico su enormi flotte cariche di doni, non giunse mai in America e non realizzò il pellegrinaggio alla Mecca. Le fonti storiche raccontano che il settimo viaggio fu l’ultimo compiuto da Zheng He, perché morì prima di far ritorno in Cina. Con l’ultimo dei viaggi di Zheng He, ‘il grande  viaggio’, si concluse il periodo delle grandi spedizioni navali del celeste impero.  Il settimo viaggio è il racconto orchestrato dalla regia abile ed eclettica di Robert Wilson (Einstein on the Beach, 1976), scandito dall’energia e dalla purezza dei tamburi dell’“U-Theatre” di Taiwan – in cinese la pronuncia della lettera ‘u’ è uguale a quello della parola ‘eccellenza’­–, cullato dalle armonie rassicuranti e dai ritmi liberi del sassofono di Dickie Landry e Ornette Coleman. Ma la storia del grande viaggio è animata anche dai costumi fantasiosi del premio oscar Tim Yip (Wo hu cang long, ossia La tigre e il dragone, 2000), interpretata dai movimenti accurati e perfetti di Chin-Chun Huang, maestro percussionista e di arti marziali dell’“U-Theatre”, intonata dalla suadente voce narrante di Mei-Yun Tang, attrice dell’opera tradizionale taiwanese, gezai. Un’armonia di generi e di musiche.

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È stato il bandoneista e compositore argentino Dino Saluzzi il protagonista del secondo appuntamento della rassegna Fano Jazz by the Sea 2010, che ha avuto luogo lunedì 26 luglio presso la splendida cornice della Corte Malatestiana, l’edificio restaurato nel XX secolo di cui rimangono originali le bifore in stile gotico così come le scale e la loggia, per proseguire poi come di consueto al Jazz Village per il concerto ‘round midnight con il Tingvall Trio.

Timoteo “Dino” Saluzzi, riconosciuto come l’erede musicale di Astor Piazzolla, e come lui di origine italiana, nasce a Campo Santo (nella provincia argentina di Salta) nel 1935 in una famiglia di musicisti folk. Lungo il corso della sua carriera ha affiancato musicisti come Gato Barbieri in Chapter One: Latino America, Palle Danielsson, Charlie Haden, Enrico Rava (con cui incide Volver), fino alla più recente collaborazione con la violoncellista tedesca Anja Lechner che lo ha accompagnato in questo concerto assieme al fratello Felix “Cuchara” Saluzzi al sax tenore e al clarinetto. Le sonorità proposte si articolano in un giusto equilibrio tra improvvisazione e composizione quasi d’estrazione classica, in una presa di distanza dai facili stilemi che imprigionano il tango in un unico linguaggio riconducibile a banali schematismi di maniera.

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Sembra ma non soffro, anagrammato da qui in avanti SMNS è il secondo lavoro della Trilogia dell’inesistente promessa dai Quotidiana.com, duo teatrale maturo rimasto in penombra fino a Tragedia tutta esteriore (Premio Stefano Casagrande "Loro del Reno" 2008).

Poche settimane fa l’anteprima di SMNS al Lavatoio della Santarcangelo di Romagna dove i Quotidiana vivono una loro periferia; prove aperte del nuovo lavoro davanti all’atteso fuoco di fila di critiche e perplessità di addetti ai lavori. Ma incassare colpi a fine esecuzione, provocarne spesso l’ampia portata, riscuotere veri applausi e sdegno del pubblico, rientra nelle aspettative dei Quotidiana Roberto Scappin e Paola Vannoni.Chi ha visto il precedente lavoro sa che i due attori riducono la scena a poco più di niente, azzerano ogni effetto sonoro, fanno della recitazione una sensibile parvenza. Un lavoro, anche SMNS, che si muove poco, fa poco rumore, e riesce a urlare di tutto.

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Teatri di vita, Bologna, 2.06.2007

Il ritorno al deserto di Bernard-Marie Koltès è stato messo in scena in prima assoluta a marzo 2007 dal regista Andrea Adriatico ai Teatri di Vita. Le repliche successive si sono svolte dal 2 al 8 giugno dopo aver riscosso consensi di critica e pubblico.

Il regista Adriatico ha permesso un primo e significativo approccio al testo dell’autore francese, scomparso nel 1989, finora mai preso in considerazione per una eventuale messa in scena. Il ritorno al deserto è il ritratto di una famiglia dell’alta borghesia francese in piena decadenza, divisa da scontri umani e lotte per l’eredità. Come sfondo a tutto questo troviamo l’imponente ritorno in patria dei coloni francesi scappati dall’Algeria in seguito alla guerra di indipendenza del paese nordafricano agli inizi degli anni ’60. Il ritorno al deserto è anche un ritorno alla solitudine e alla miseria che avvolge la natura umana, i personaggi di Koltès sono personaggi meschini che si auto-annientano per la conquista di beni materiali, che vivono una condizione sentimentale estremamente drammatica che può essere quella dell’amore incestuoso tra fratelli. I personaggi attorno ai quali ruota tutta la vicenda sono Mathilde Serpenoise e suo fratello Adrien.

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Marcus Miller 

Domenica 25 luglio 2010 le formazioni di Marcus Miller e Max De Aloe aprono ufficialmente la XVIII edizione del Fano Jazz by the Sea, il primo in un omaggio a Miles Davis, il secondo presentando un proprio progetto dalle ampie proporzioni in forma di suite.
Il Porto Marina dei Cesari di Fano è completamente pieno, la serata è percorsa da un vento fresco mentre il pubblico rivolto verso il palco sospeso sull’acqua attende l’inizio di un concerto che rimarrà nella storia della kermesse fanese. E pazienza se inizia in lieve ritardo. Quando salgono sul palco i musicisti e iniziano a suonare manca ancora lui, Marcus Miller, che non si fa attendere troppo e apre la serata con “Tomaas” brano dallo storico album di Miles Davis del 1986 “Tutu”, il cui titolo è un omaggio a Desmond Tutu, il primo arcivescovo anglicano nero di Città del Capo, in Sudafrica, vincitore del premio Nobel per la pace nel 1984. 

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 Fu Piero studiossimo dell'arte e si esercitò
assai nella prospettiva, et ebbe buonissima
cognizione d'Euclide in tanto che tutti i
miglior giri tirati ne' corpi regolari, egli meno
che altri geometra intese, et i maggior lumi
che di tal cosa ci siano, sono di sua mano...
Giorgio Vasari, Vita di Piero della Francesca,
1568

 

Troppo semplice citare Vasari, troppo scontato trovare come prima opera esposta all'interno della mostra un'antica edizione delle Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti. Ad Arezzo si esagera: sono ben due le edizioni presenti, di secoli differenti, aperte sul ritratto inciso che nel lessico vasariano indica l'inizio della biografia.
Il Museo di Arte Medievale e Moderna di Arezzo ospita la sede principale della mostra dedicata a Piero della Francesca e le corti italiane. Dico la sede principale perché è un mostra itinerante, cioè dislocata in diverse sedi, ognuna delle quali conserva le opere di Piero.

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Ascanio Celestini

 

 

Teatro della Corte, Genova, 5.05.2007

 

Un uomo spettinato e dal pizzetto chilometrico entra in sala preceduto da un violoncello, una fisarmonica e una chitarra. Attaccherà a parlare come posseduto dal demone del precariato per fermarsi solo due ore dopo, alla fine dello spettacolo. Ascanio Celestini si nasconde dietro le storie di un operatore in un “call center” anestetizzato dal suo lavoro meccanico e spersonalizzante.

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