La Carmen di Bizet al “Teatro delle Muse” di Ancona | Lorenzo Franceschini

Dopo aver disertato a lungo questi lidi, finalmente, la lirica torna ad occupare le colonne argonautiche! Abbiamo visto per voi la Carmen di Bizet al “Teatro delle Muse” di Ancona, domenica 24 settembre 2017.

La rappresentazione cui abbiamo assistito ha molto poco dell’atmosfera spagnoleggiante che, almeno a nostro avviso, dovrebbe pervadere il capolavoro di Bizet: la scenografia ed i costumi di questo allestimento sono poco connotati e potrebbero essere adattati a qualsiasi contesto, e nel complesso la regia e le scene di Francesco Saponaro ci sembrano molto ingessate. Queste scelte intendono forse suggerire l’universalità della violenza di coppia, riscontrabile in Spagna come altrove, ma, ad ogni modo, il risultato nel complesso ci è parso troppo statico e noioso, soprattutto per un’opera tanto vivace e coinvolgente come la Carmen.

La scenografia appare da subito semplice e scarna: un ponteggio in metallo divide in due piani la scena, e una scala, sempre metallica, sulla destra, permette agli attori di passare da un livello all’altro. Ad un certo punto del primo atto il fondale si apre, mostrando il retroscena del teatro, con tanto di cavi a vista ed estintori; ma l’espediente scenico si spinge oltre: anche la parete di fondo si apre, mostrando la via che si trova sul retro del teatro. Molto efficace il momento in cui le lavoratrici della manifattura di tabacchi entrano in scena arrivando dalla strada; il realismo di questo passaggio è acuito dai costumi di cantanti e figuranti, curati da Chiara Aversano: umili per le lavoratrici, anonimi e austeri per i militari. Tuttavia, l’apertura del retroscena fa sì che gli attori debbano disporsi troppo distanti gli uni dagli altri, per coprire in modo omogeneo tutto lo spazio in cui si svolge la rappresentazione. Ciò comporta una minore intensità delle azioni compiute dai cantanti, che sembrano svaporare nel vuoto dello spazio scenico.

Anche dal punto di vista musicale, il coro delle lavoratrici offre un bello spettacolo. Il direttore d’orchestra, Guillaume Tournaire, è molto coinvolto e coinvolgente e né lui né l’Orchestra Sinfonica “G. Rossini” sbagliano un colpo. Sempre impeccabili entrambi.

Ma entriamo nell’analisi più specifica della rappresentazione cui abbiamo avuto il piacere di assistere. L’ingresso del mezzosoprano Martina Belli, nelle vesti di Carmen, non incanta: si accendono delle luci nel retroscena, ma l’espediente è poco efficace. Lei non è affatto prorompente, come ci immagineremmo la provocante femme fatale. Tutto ciò che la differenzia dalle altre sigaraie è il colore di bandana e scarpe, ossia rosso per lei e grigio o blu per le altre; per il resto la protagonista rimane piuttosto anonima, e il mazzolino di mimose che reca in mano non fa che peggiorare le cose. Molto probabilmente questo è il risultato della scelta di mostrare Carmen come una ragazza identificabile con molte altre, come dicevamo sopra, ma a nostro avviso l’effetto sullo spettatore è quello di un minore coinvolgimento emotivo.

Ad ogni modo, Belli sa esprimere una buona vocalità, che ben si sposa con le note del Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini” diretto da Carlo Morganti, sempre di alto livello. In alcuni rari casi la Belli canta note basse un po’ intubate. La cantante è molto bella ed elegante, ma si muove poco e la sua recitazione risulta piuttosto noiosa; il lato sensuale del personaggio è del tutto assopito, salvo trapelare ogni tanto in qualche alzata di coscia tra gli spacchi di abiti comunque troppo castigati. Tuttavia l’interprete viene molto applaudita: per le sue qualità vocali, immaginiamo. Belli è brava, ma ci sembra del tutto inadatta al ruolo di Carmen.

Sorprendente l’esibizione di Francesca Sassu, nei panni di Micaëla, soprano dal timbro bellissimo, potente e precisa, dotata di ottimi vibrati; è l’unica che si sente distintamente anche nei recitativi. Anche lei purtroppo risulta piuttosto statica, ma l’intensità della sua interpretazione ci ricorda che questo è un difetto da imputare alla regia piuttosto che a lei.

Il tenore Francesco Pio Galasso veste i panni di Josè; nel primo atto non s’impone come dovrebbe, è piuttosto debole, e non pare dotato di un bel vibrato, né di buona pronuncia. Nel duetto con  Francesca Sassu, nella sesta scena del primo atto, quasi non si sente. Nella scena settima, il coro di sigaraie si trova chiuso dietro il supporto metallico del ponteggio di scena. Questo fa sì che le lavoratrici appaiano troppo composte, in un passaggio in cui invece dovrebbero trapelare la concitazione e la confusione causate dalla zuffa nata tra Carmen e Manuela.

Nella rappresentazione sono presenti diversi recitativi, che risultano essere un punto debole della vocalità di Martina Belli, che si sente a malapena in questi passaggi. Dopo l’interrogatorio, nella nona scena del primo atto, Carmen viene legata per i polsi ai pali del ponteggio metallico, pertanto si trova a cantare l’aria Près des remparts de Séville, con cui ammalia definitivamente Josè, in una posizione di quasi assoluta immobilità. Si perde così tutto il fascino della sigaraia, i suoi movimenti maliardi con i quali conquista Josè conducendolo alla rovina; non si capisce come possa il militare cedere a lusinghe tanto poco sensuali, fino al punto di distruggere completamente la propria vita e la sua carriera. Davvero non possiamo immaginare una Carmen più statica di questa.

Il secondo atto, molto più movimentato del primo, si svolge alla taverna di Lillas Pastia: tavoli sottosopra, su di essi penzolano luci appese al soffitto, e una tenda rossa sulla sinistra. Dal lato opposto, in alto, due figuranti si scambiano effusioni su una sedia, in modo piuttosto esplicito; questo ci muove allo considerazione che non si tratta di un “Bizet moralisé”: non tutta l’opera, ma solo il personaggio di Carmen risulta castigato. Addirittura in questo atto la femme fatale veste un abito accollato nero e bianco che ricorda il lutto.

Progressivamente, durante la Canzone boema, gli attori rigirano i tavoli. La scenografia è qui ben bilanciata e più calda rispetto a quella del primo atto, migliori sono anche i costumi e le luci; molto bravi i cantanti. Entra il torero Escamillo, interpretato da Laurent Kubla, poco a suo agio nel registro grave, ma va meglio degli altri nei recitativi; inizia la sua aria, Votre toast, je peux vous le rendre, con poca convinzione, non riesce ad imporsi sulle altre voci.

Il quintetto della quattordicesima scena funziona molto bene. Non si può dire lo stesso della sedicesima scena, in cui Carmen balla e canta per Josè: qui lei dovrebbe essere all’apice della sua carica erotica, e lui dovrebbe “divorarla con gli occhi”, come recitano le didascalie del libretto, ma il tutto appare assolutamente freddo e noioso. La danza di Carmen non è una danza, lei si limita ad avanzare lentamente muovendo le mani in una sorta di caricatura riuscita male del flamenco. Invece Galasso dà qui il meglio di sé con Oui, tu m’entendras!: è potente, preciso e molto espressivo; bellissima la messa di voce prima di Carmen, je t’aime!. In questo atto il tenore è in uno stato di grazia, e ci emoziona anche quando dice addio alla sua bella.

Il secondo atto spicca anche per le scene corali ben costruite e coinvolgenti. Il coro è molto bravo, ed impeccabile l’orchestra. Anche qui il movimento è carente, ma abiti e scenografia compensano la staticità della regia. Carmen invece sembra quasi scomparire dalla scena.

Il terzo atto si apre con un’ottima performance orchestrale, ma quando il sipario s’alza scopre uno scenario piuttosto abborracciato: un pannello con due grandi buchi rappresenta il rifugio dei contrabbandieri. Ad ogni modo l’effetto d’insieme è salvato dal sapiente uso delle luci, gestite da Michele Cimadomo. Per quanto riguarda il personaggio di Carmen, anche in questo atto la sua recitazione è molto ingessata e il suo costume di scena non ci pare affatto adeguato: sopra un top finalmente generoso, la bella sigaraia indossa un mantello a fiori che, visto da lontano, sembra quasi una coperta di pile. Tuttavia qui Martina Belli canta davvero molto bene, riscuotendo, giustamente, il plauso del pubblico.

Nell’aria della ventunesima scena, Je dis, que rien ne m’épouvante, Francesca Sassu dà forse il meglio di sé, con vibrati bellissimi e una voce ricca di armonici; alla fine della preghiera esegue un’impeccabile messa di voce. Anche quando canta Là-bas est la chaumiére, le note sono precise e potenti, sembrano quasi scolpite nella roccia. L’interprete di Micaëla ci sembra la migliore cantante di questa esibizione. Kubla, dal canto suo, anche in questo atto mostra una buona presenza scenica. Galasso risulta potente e corretto, e si sa imporre a dovere.

La scenografia del quarto atto ci pare la più curata dell’intero allestimento, ben costruita, su quattro piani. Le luci in particolare sono molto opportune. Il Coro Piccoli Cantori, diretto da Giorgia Cingolani, canta e si muove con grande intensità. Pregevoli anche i costumi. Spicca Martina Belli nel duetto con Laurent Kubla; ma anche Francesco Pio Martino offre una buona prestazione. Solo una cosa non funziona, in questo atto: sul ponte che divide lo spazio scenico, collocato piuttosto in alto rispetto al palco, ci sono dei figuranti dei quali non si vedono le teste, perché coperte dal boccascena – non si capisce se l’effetto sia voluto o meno.

Tutto sommato la rappresentazione è risultata piacevole, soprattutto grazie alle belle voci degli interpreti – progressivamente migliorati nel corso del dramma –, alla buona prestazione di orchestra e cori ed alle luci, che hanno saputo bilanciare una regia e delle scene non sempre all’altezza.

 

Foto di Giorgio Pergolini

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