La civetta tra Ulisse ed Harry Potter || Lorenzo Franceschini

In occasione della Giornata Europea della Civetta, volta a tutelare questo nobile ma bistrattato rapace, oggi, sabato 11 marzo, vogliamo parlarvi di quei miti antichi che, cristallizzandosi nella mentalità occidentale, hanno nutrito le nostre opinioni e i nostri pregiudizi sulla civetta, facendone un simbolo culturale e antropologico. 

Tutti gli uccelli venivano considerati dagli antichi dei messaggeri del volere degli dèi, poiché, volando, vengono a trovarsi in una posizione intermedia tra questi e i mortali. Nell’Odissea, per esempio, si narra che, alla fine di un banchetto, mentre Telemaco, figlio di Ulisse, parlava con l’indovino Teoclimeno, un falco, «nunzio di Apollo» (Odissea, XV, 527), volò sul suo capo; al che Teoclimeno disse: «Telemaco, a te l’uccello è volato da destra/ non senza il volere di un dio: l’ho guardato e ho inteso che buono è l’auspicio» (ivi, 531, 532). A conferma dell’importanza accordata agli uccelli nel mondo antico, il personaggio di Teoclimeno ci mostra qui una figura professionale assai importante nell’anticha Grecia: quella dell’àugure, cioè colui che interpretava il volo degli uccelli per capire se gli dèi approvassero o no l’agire umano.

Originariamente, il significato simbolico della civetta era sicuramente positivo. Questo animale era sacro ad Atena (Minerva per i Romani): dea della saggezza, delle arti, della giustizia, delle opere pubbliche e dell’agricoltura. La capacità di vedere al buio fece della civetta il simbolo della ragione che squarcia le tenebre dell’ignoranza. Se una civetta volava su un campo di battaglia prima dello scontro, i Greci lo consideravano di buon auspicio, per il fatto che Atena era anche dea della vittoria.

Ma alla civetta si associano anche argomenti meno seriosi. Gli antichi Greci pensavano che mangiare le uova della civetta facesse passare le sbornie e odiare il vino, e per questo era detestata da Dioniso (Bacco per i Romani). Il mito narra che un giorno tre fanciulle si rifiutarono di andare alle feste in onore di Dioniso per completare un lavoro di sartoria (arte sacra ad Atena), e il dio le punì, trasformandone una in gufo, una in civetta, una in barbagianni.

Scherzosamente, quando noi oggi vediamo una ragazza o una donna che ha molti corteggiatori ma non si risolve mai con nessuno, lasciando tutti in sospeso e attirandoli con moine e ammiccamenti, ci viene da dire: “ma guarda che civetta!”. Questo perché la civetta ha la singolare qualità di attirare gli altri uccelli, per il fatto che questi si sentono in pericolo, essendo la civetta ghiotta delle loro uova, e quando la vedono avvicinarsi al loro territorio, le vengono incontro per scacciarla (si tratta del cosiddetto mobbing, che, come sanno molti lavoratori, consiste nel far fronte comune contro qualcuno, rapace o collega che sia). Questa particolarità della civetta era sfruttata dai cacciatori per catturare gli uccelli attirati dal rapace – ora tale pratica è proibita, perché i rapaci sono una specie protetta.

Nella mentalità popolare questo avvicinarsi degli altri uccelli veniva erroneamente interpretato come derivante non dalla volontà di difendere il territorio, ma da un’attrazione esercitata sui volatili dalla civetta, a causa del suo rapido occhieggiare e dei suoi lesti saltelli, che sembrano dei vezzi atti ad ammaliare i corteggiatori. In grazia di questa interpretazione erronea, già nell’Odissea si ha traccia dell’accostamento dell’animale alla femme fatale: vediamo infatti che Calipso, la ninfa che trattiene Ulisse con il suo fascino, ha come suo simbolo proprio la civetta, che vola liberamente nella sua splendida dimora. È bello citare qui due esempi di questa concezione rubati alla letteratura. Per prima cosa, ecco una canzone a ballo di messer Angelo Poliziano (seconda metà del XV secolo), dove il poeta si rivolge alla donna desiderata rimproverandole la sua eccessiva leggerezza:

 

Già non siàn, perch’e’ ti paia,

dama mia, così balocchi;

conosciàn che c’infinocchi

e da tutti vuoi la baia.

 

Già credetti essere il cucco,

so che ’n gongolo i’ ti tenni,

ma tu m’hai presto ristucco

con tuoi ghigni, attucci e cenni.

Pur del mal tosto rinvenni

E son san com’una lasca:

anch’io so impaniar la frasca,

benché forse a te non paia.

 

Tu solleciti el zimbello,

e col fischio ognun alletti;

tireresti ad un fringuello,

ma indarno omai ci aspetti.

Quanto più, per Dio, civetti,

tanto più d’ognun sei gufo:

deh, va’ ficcati in un tufo,

cheta, e fa che non si paia.

[…]

Tant’è, dama, a parlar chiaro,

tu vagheggi troppo ognuno,

senza fare alcun divaro

s’egli è bianco o verde o bruno;

me’ faresti a tortene uno

(e sarei proprio buon io),

a quest’altri dire addio

e saresti fuor di baia.

Angelo Poliziano, Stanze, canzone a ballo CXII

 

Ecco poi alcuni versi del libretto di Così fan tutte di Lorenzo da Ponte (1790):

 

In un momento – dar retta a cento;

colle pupille – parlar con mille;

dar speme a tutti – sien belli o brutti,

saper nascondersi – senza confondersi,

senza arrossire – saper mentire

e, qual regina – dall’alto soglio,

col “posso e voglio” farsi ubbidir.

Lorenzo da Ponte, Così fan tutte, atto II, scena I (libretto per la musica di Wolfgang Amadeus Mozart)

 

Questi appena ricordati sono i significati più solari di cui si veste il simbolo della civetta, ma il nostro rapace assomma in sé anche delle valenze molto tetre. L’origine della deviazione in senso funereo del significato simbolico della civetta si ha col mito di Ascalafo, figlio di Acheronte e Orfne, cui si lega anche il motivo per cui la civetta divenne sacra ad Atena. Acheronte, sceso agl’Inferi come pena per aver offerto da bere ai Titani in lotta contro Zeus, ebbe un figlio, Ascalafo, appunto, il quale spifferò a Zeus che Persefone aveva mangiato sette chicchi di melagrana, frutto che era stato proibito dal padre degli dèi. La madre di Persefone, Demetra, per ripicca trasformò Ascalafo in civetta, pensando di fargli un danno, ma, poiché, trasformato in civetta, Ascalafo poteva vedere anche di notte, venne presto ingaggiato da Atena, che, in qualità dea della sapienza e della giustizia, lo volle sempre al suo fianco, per vigilare di notte al suo posto – un po’ come i nostri metronotte, o come le pattuglie notturne della polizia, che in Italia, appunto, vengono chiamate civette. Da questo momento in poi la civetta divenne l’animale simbolo della dea, e anche della città di Atene, di cui era protettrice – infatti, nelle monete da quattro dracme coniate ad Atene tra il VI e il III secolo a. C., così come oggi nelle monete greche da un euro, è effigiata una civetta. Il rapace compare spesso anche negli stemmi araldici, negli ex libris e nelle targhe di librerie e case editrici – si pensi, per esempio, a Les Belles Lettres.

Questo mito, che appartiene al regno degli inferi, getta comunque una luce tetra sulla fortuna della civetta come simbolo, infatti, già presso i Romani si pensava che le sue grida annunciassero avvenimenti nefasti. Si narra che Cesare, Commodo, Augusto e Agrippa siano morti il giorno dopo aver visto una civetta. Ancora oggi, in molte tradizioni popolari, se una civetta canta sul tetto di una casa, è segno che uno degli abitanti di lì a poco deve morire. In alcuni paesi europei è stata testimoniata addirittura la barbara usanza di inchiodare fuori dalla porta di casa una civetta perché si pensava, senza alcun fondamento, che divorasse gli animali da cortile, e che quindi dovesse essere tenuta lontano.

Nel primo capitolo de La pietra filosofale, l’autrice di Harry Potter si diverte a ribaltare queste credenze, stabilendo che nel suo mondo incantato vedere una civetta di giorno portasse fortuna. In Harry Potter si può altresì notare che ogni mago è accompagnato da un gufo o una civetta le cui caratteristiche fisiche rispecchiano i tratti morali del padrone: per esempio, l’animale del protagonista è una bellissima civetta delle nevi, Edvige; Ron ha invece un assiolo, che è un gufo molto piccolo e poco appariscente, e così via. Se pensiamo ad altre coppie di maghi e Strigiformi, ci verrà di certo in mente Merlino e Anacleto, il buffo gufo de La spada nella roccia. Ma gli esempi sarebbero infiniti.

La natura solitaria della civetta fa sì che essa si rifugi spesso nei cimiteri, dove può trovare la pace che cerca, ma questa sua abitudine l’ha avvicinata, nelle credenze popolari, al demonio e alle streghe. Un’antica leggenda in lingua spagnola narra che la civetta aveva in origine una voce soave, ma, avendo assistito alla morte di Cristo, le venne inflitta la pena di pronunciare soltanto “cruz, cruz”, che in spagnolo vuol dire, appunto, “croce”. In senso religioso la civetta ha anche significati positivi, simboleggia infatti Gesù Cristo, nella notte della morte.

Ci sarebbero altre mille leggende e mille proverbi legati alla civetta, che la dipingono come un animale luciferino o intemperante; a noi però piace immaginarla ancora vigile al fianco di Atena, a vegliare affinché la ragione e la giustizia non dormano mai. Ed è per questo che vogliamo chiudere il nostro esiguo intervento con una famosissima immagine tratta dai Lineamenti di filosofia del diritto di Georg Wilhem Friedrich Hegel, il grande filosofo tedesco, che paragona l’osservazione filosofica al volo della civetta: «quando la Filosofia tinge il suo grigio sul grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con grigio su grigio non è possibile ringiovanirla, ma soltanto conoscerla: la civetta di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo».

 

Alcune informazioni riportate nel presente contributo sono tratte dal saggio di Maria Altobella Galasso, dal titolo La civetta dagli altari agli scongiuri. L’immagine è tratta dal sito YouTube.

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