La formula magica | Mauro Meggiolaro – racconto

Chi l’avrebbe detto che sarebbe andata a finire così? pensava forse tra sé e sé, per quanto potesse veramente pensare in quello stato. Meda e Viganò, Paroliti e Rinaldini e quasi tutti gli altri in qualche modo si erano riciclati. C’è chi con la liquidazione aveva aperto un centro fitness, chi si era messo a fare l’insegnante a contratto in qualche università privata per somari ricchi. In tanti avevano anticipato di un paio di anni la pensione e si erano ritirati su una delle cinquantamila colline dell’Appennino o in riva al lago o al mare. Ma lui aveva 36 anni e non sapeva da che parte ricominciare. Nel dubbio spendeva tutto in tramezzini e caffè corretti, cordiali e aperitivi, prosecchini e digestivi, genzianelle e rosoli, amari, acquaviti e camparini e in questo, il Bar Lenotti era un porto sicuro, nascosto alla vista del mondo giudicante, piantato ormai “dal 1890” all’angolo tra via del Martirio e vicolo Santa Valeria, nel centro pulsante della metropoli della finanza, dove l’Italia era
Italietta, la Borsa era una borsetta e i bancari, banchieri, analisti,
correntisti, trader, broker, consulenti, revisori, sindaci, notai,
avvocati e commercialisti si conoscevano tutti, uno per uno e di tutti sapevano vita, morte, miracoli ma soprattutto piccolezze, sconcezze, rigurgiti, corna e cambiali e tutto il peggio che la natura umana nella sua debolezza intrinseca sa dare al mondo. Un tempo ai tavoli del Lenotti sedevano poeti del calibro di Borlotti e Bavaglini, premi Nobel per la Fisica, artisti ed equilibristi, giornalisti come il pluripremiato Mondelli, il temuto Del Brusco “dalla penna tagliente” e si dice che ci fossero passati anche Ernest Hemingway ed Allen Ginsberg e ci avesse dormito – non si sa dove di preciso né quando – nientemeno che Giuseppe Garibaldi. Ma erano altri tempi. Nel 2005 l’allora settantottenne Evaristo Lenotti, ultimo rappresentante della terza generazione di una stirpe di osti e locandieri, aveva alzato le braccia e venduto licenza e avviamento ai cinesi per “250.000 euro in contanti”, si mormorava nell’ambiente. In pochi mesi la sala biliardo fu evacuata e diventò una specie di magazzino conto terzi dove iniziò a passare di tutto e la storica “saletta dei poeti” fu subito riempita di macchinette di videopoker a cui, giorno dopo giorno, si aggrapparono file di disperati di tutte le razze, i sessi, le età e i colori.

In quel covo di diseredati Frigerio si trovava perlomeno a suo agio. Nessuno gli chiedeva chi fosse o cosa fosse stato né cosa se ne facesse ora del suo prestigioso CFA, quel titolo da analista finanziario che gli era costato almeno 50 fine-settimana a casa a studiare e la bellezza di due fidanzate che, nel frattempo, l’avevano mandato a quel paese. «Costi più che ripagati», rispondeva ai bei tempi a chi glielo chiedesse. «Un aumento secco del 25% della retribuzione lorda da su-bi-to!», diceva alzando il tono della voce e scandendo le sillabe davanti ai vecchi amici dell’oratorio quando si ritrovavano per le “cene del campetto”. Ora non rispondeva neanche più agli inviti. Chi glielo spiegava a quelli che era finita, che ora era lui il principe degli sfigati? Da quando la Nadir Società per Azioni di Gestione del Risparmio era stata comprata dagli americani il mondo gli era crollato addosso. E pensare che l’acquirente, Two Beta Investments Llc., fino a due anni prima non la conosceva nessuno, se non un gruppetto di nerd scacciafighe con le lenti spesse e il pizzetto a capretta che potrebbero scassarti la minchia per ore parlando di codici di programmazione. Appena perfezionato il contratto di acquisizione, Frigerio, Meda, Viganò e tutti gli altri analisti e analiste del terzo piano della palazzina Adriatica, piccolo monumento al neorazionalismo degli anni ’50, erano stati invitati a mettere i loro effetti personali in un piccolo scatolone, gentilmente offerto dai nuovi proprietari, e a togliere il disturbo. Erano rimasti solo i due commerciali, amiconi dalle narici d’oro e i denti affilati. Del resto qualcuno i fondi e le gestioni patrimoniali doveva pure continuare a venderli. Ma gli ordini di acquisto e vendita dei titoli, l’analisi dei dati di bilancio, il price to book value, l’impairment, la p/e ratio, la divinazione delle curve flattening e steepening, dei cigni neri e delle tempeste perfette, delle posizioni long e short in tutte le loro possibili combinazioni erano funzioni che poteva agevolmente svolgere una singola macchina, istruita a dovere. Un supercomputer, capace non solo di interpretare i dati, confrontandoli con una serie sterminata di casi simili ma anche di anticipare gli eventi con un margine di errore trascurabile. «L’idea al centro di tutto è che si possa rappresentare la realtà usando una funzione matematica che l’algoritmo ancora non conosce ma può intuire dopo aver processato un certo numero di dati» scriveva la Two Beta sul  proprio sito internet, che Frigerio non smetteva di perlustrare in lungo e in largo in cerca di risposte. Machine learning: macchine che imparano a fare cose che prima facevano gli umani e grazie alla capacità di digerire miliardi di dati alla fine le riescono a fare anche meglio. Gregor Szymborski e Robert Stielike, i due fondatori e direttori esecutivi della Two Beta erano diventati miliardari così, grazie a una funzione matematica prodigiosa, ormai conosciuta nel mondo finanziario internazionale come “la formula magica”: una serie di sgorbietti neri su un foglio di calcolo che i due, ora trentenni, avevano iniziato a mettere insieme quando ancora non gli cresceva barba a sufficienza per coprire le gote devastate dall’acne. Negli ultimi anni avevano rilevato decine di società di gestione in tutto il mondo a prezzi stracciati, mandato a casa centinaia di analisti e broker e sgomberato uffici su uffici che erano stati prontamente affittati o venduti ad altre ditte. I computer liberati erano stati regalati alle scuole con un atto di magnanimità debitamente pubblicizzato all’interno del bilancio di sostenibilità della Beta con la formula finance for education.

Alla fine serviva una sola macchina che usava un’estensione di memoria virtuale pressoché inesauribile nella grande nuvola informatica che avvolge l’universo. Luca Frigerio detestava la Two Beta e odiava Szymborski e Stielike di un odio mortale. Si sentiva solo, abbandonato da tutti. Aveva anche cercato di mettere in mezzo gli odiati sindacati. Ma che ne sapevano loro di intelligenza artificiale? Ormai erano buoni solo a ingrassare le pensioni di chi ce l’aveva già fatta.  O a nascondersi, come Frigerio, dal pensiero e dalla vita, in un posto ancora al riparo dal mondo, dai broker e dalle holding, dai supercomputer e dalla formula magica, ma certo non dai cinesi che lo avevano rilevato: il glorioso Bar Lenotti.

 

Fotografie scelte digitando ‘Merkel Robot’ su Google immagini.

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