La morte violenta di Isabella Morra. Un libro di Francisco Soriano | di Rossella Renzi

Isabella Morra (1520-1545) è stata uccisa, ma curiosamente questo assassinio non ha fatto di lei un mito. Insomma non è accaduto quello che è accaduto a Pasolini.
Isabella ha risposto all’oppressione con la poesia. Non poteva fare altro. Ancora una lezione sull’energia del soffrire. In fondo si tratta di un caso eclatante di femminicidio. Una donna uccisa dai suoi fratelli oggi avrebbe gli onori della cronaca.
Isabella un giorno potrebbe comparire sulle magliette delle ragazze del Sud, un giorno in cui qualcuno vorrà affermare la forza della poesia e del margine.
                                                                     (dalla prefazione di Franco Arminio)

 

Con il pretesto di una fotografia scattata ad una scolaresca nel secondo dopoguerra, nel paesino di Morra De Sanctis, parte il viaggio che Francisco Soriano compie in questa opera: La morte violenta di Isabella Morra (Stampa Alternativa 2017). Viaggio nella storia e nella geografia di un territorio pieno di luci e ombre, tra boschi intricati e paesaggi soleggiati, tra sogni leggiadri e rancori sanguinari.

Siamo in seno al Regno d’Italia meridionale, intorno al ‘500, nella cornice dei conflitti ispano francesi. Morra De Sanctis, il paese in cui è stata scattata la fotografia, si trova nell’alta Irpinia e prende il nome dai Morra, famiglia di nobili guerrieri che nei secoli estese la propria influenza in gran parte di questa zona, dall’Irpina, al Cilento, alla Lucania, fino al paesino di Favale (oggi Valsinni), da cui si può ammirare il mare. In passato terra di papi e di nobili casate, ora custodisce tra i boschi e le mura del suo castello normanno, vicende appassionanti, drammatiche, poetiche da riscoprire. Francisco Soriano, in questo saggio illuminante e nutrito, ci porta a ripercorrere la storia di quel luogo, attraverso la figura delicata e intrigante di Isabella Morra, promettente poetessa dalla raffinata sensibilità, vittima di un feroce delitto, a soli 23 anni.

In questi luoghi, tanto remoti quanto vivi, afflitti da un passato di carestie, guerre, brigantaggio, ribellioni popolari al sopruso delle classi nobili, si svolge la storia incontaminata di due giovani poeti che dialogano appassionatamente attraverso i loro versi. Storia che viene presto tinta di rosso dal comportamento vile, rozzo e calcolatore dei fratelli Morra.  
Isabella, colta e sensibile, vive segregata dai fratelli in un castello tra le selve, abbandonata dal padre esiliato e da una madre instabile in salute.

La poesia rappresenta l’unica salvezza per Isabella: le permette di uscire da quell’isolamento forzato e brutale, costretta «nelle vili e orride contrade», le permette di raggiungere il mondo per comunicare con esso, anche se tale tentativo risulterà fatale per lei e per chi volle credere nel suo talento.

A condividere con Isabella lo stesso destino brutale, fu Diego Sandoval De Castro, uomo d’arme, prestante d’aspetto e valoroso cavaliere, attento all’arte poetica e alla scrittura. Negli anni dei suoi viaggi per l’Italia, Diego intrattenne fitti rapporti epistolari con la fanciulla di Favale, uno scambio di versi e rime assolutamente platonico, che provocò la morte dei due giovani. Le loro lettere furono intercettate dai rozzi fratelli di Isabella, che non potevano capire, né condividere quel rapporto tra i giovani poeti. I motivi della tragedia furono sì morali – per difendere la purezza della casata e cancellarne la macchia del disonore- ma anche politici ed economici, se ci si addentra in una indagine più acuta, come ben spiega Soriano tra le pagine della sua ricerca.

E infatti, dalla storia particolare di un relazione idilliaca trasformata in un bagno di sangue, si dipana la storia universale, quella delle famiglie Morra e Castro, delle dinastie, dei poteri sulle terre del sud Italia e sulle rotte del Mediterraneo, del contrasto tra francesi e spagnoli. Sono quelli, anni durissimi «caratterizzati da guerre tra potenze europee e lotte fratricide, inganni e tradimenti, voglia di rinascita e libertà». Anni di rivalse, calcoli, dominazione, violenza e soprusi che, oggi come allora -siamo nel 1545- vedono spesso tra le vittime donne innocenti.
Soriano scrive questo libro sulla base di attente ricerche storiche, indagini, analisi e studi. Il suo racconto fa riferimento alle principali pubblicazioni sulle vicende della famiglia, come i preziosi testi di Benedetto Croce. Le suggestioni e gli intrecci di potere che hanno caratterizzato quell’area geografica sono spiegati sin dalle origini, a partire dalla nascita di quella casata nel VI secolo, per ripercorrerle nel 1200, arrivando al 1500, epoca in cui è vissuta, seppure per breve periodo, la giovane poetessa. L’analisi dei fatti è dettagliata e rigorosa, degna di uno storico che apre i suoi orizzonti a considerazioni di carattere letterario, poetico, sociale; accanto a spunti di riflessione che pongono nuovi interrogativi. Come l’idea – in contrasto con quella di molti critici – che la poesia di Isabella abbia in qualche modo influito sulla lirica di Leopardi, o alcune congetture sull’uccisione e l’occultamento del cadavere della giovane, o il concetto che lo scarso canzoniere a noi pervenuto faccia emergere una sorta di erotismo cristiano e mistico da parte di Isabella, verso la figura del Cristo-uomo.

Da una fotografia degli anni ’50 a un canzoniere del 1500: tra queste coordinate si compie il viaggio in un luogo pieno di suggestioni, offuscato da un’ombra incancellabile che ancora oggi non è stata del tutto chiarita. Un castello normanno, un bosco, un fiume, una poetessa e un prestante cavaliere, due canzonieri… Ecco che la crudele spada della realtà recide la magica atmosfera fiabesca: la meschinità, il calcolo, l’invidia, il potere, la cupidigia, e ancora una volta -oggi come allora- il sacrificio di una donna innocente.

 

dalle RIME di Isabella Morra

XII

Se a la propinqua speme nuovo impaccio
o Fortuna crudele o l’empia Morte,
com’han soluto, ahi lassa, non m’apporte,
rotta avrò la prigione e sciolto il laccio.
Ma, pensando a quel dí, ardo ed agghiaccio,
ché ’l timore e ’l desio son le mie scorte:
a questo or chiudo, or apro a quel le porte
e, in forse, di dolor mi struggo e sfaccio.
Con ragione il desio dispiega i vanni
ed al suo porto appressa il bel pensiero
per trar quest’alma da perpetui affanni.
Ma Fortuna al timor mostra il sentiero
erto ed angusto e pien di tanti inganni,
che nel piú bel sperar poi mi dispero.

XIII
Scrissi con stile amaro, aspro e dolente
un tempo, come sai, contra Fortuna,
sí che null’altra mai sotto la luna
di lei si dolse con voler piú ardente.
Or del suo cieco error l’alma si pente,
che in tai doti non scorge gloria alcuna,
e se de’ beni suoi vive digiuna,
spera arricchirsi in Dio chiara e lucente.
Né tempo o morte il bel tesoro eterno,
né predatrice e vïolenta mano
ce lo torrà davanti al Re del cielo.
Ivi non nuoce già state né verno,
ché non si sente mai caldo né gielo.
Dunque ogni altro sperar, fratello, è vano.
 
 
 
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