La poesia per voce e suoni di Marco Paolini | Recensione di Valerio Cuccaroni

Fra i progetti speciali di Marco Paolini c’è U. piccola Odissea tascabile. Scritta quindici anni fa, da allora Paolini l’ha letta e suonata di tanto in tanto, sia da solo che in compagnia. È concepita come un oratorio, genere musicale epico-narrativo a soggetto religioso, nell’occasione diviso dall’autore in movimenti, rapsodie, ballate e frottole. Le musiche per la prima esecuzione nel 2003 furono composte e improvvisate da Giorgio Gaslini e Uri Caine. Qualche anno dopo sono stati Mario Brunello e Tolo Marton ad accompagnare e guidare Paolini nel rileggerla. Da quest’anno il drammaturgo ha ripreso ad allenarsi per narrarla e suonarla anche da solo.

E proprio così, da solo, è andato in scena a giugno al Festival internazionale di poesia di Genova e dal 31 luglio al 2 agosto nelle Marche per la rassegna Teatri Antichi Uniti dell’AMAT (per informazioni sui biglietti cliccare qui). Noi lo abbiamo visto e intervistato lunedì al Teatro romano di Ascoli Piceno.

«A me che, nonostante l’apparenza, sono pudico – ci ha confesso Paolini – il trash e il pop presenti in quest’opera, che scrissi quindici anni fa, creavano problemi, così l’ho ripresa solo poche volte e ancora è una traccia.»

U. piccola Odissea tascabile segue la trama del racconto omerico, tappa per tappa: Troia, le terre dei Ciconi, Lotofagi e Ciclopi, l’isola di Eolo e così via sino alla fine, non omerica, ma dantesca e «oltre Dante». Il racconto è punteggiato da citazioni omeriche, canti modali che evocano il mondo del lavoro dei marinai veneti e attualizzazioni parodiche, per cui Penelope diventa Penelope Cruz, «altrimenti – si giustifica Paolini – come avrei fatto a farvi capire quello che si aspettava Ulisse?».

Nei punti più riusciti del “reading” sembra che dopo millenni riprenda all’improvviso la tradizione orale dell’Odissea, che l’autore richiama all’inizio dello spettacolo e reinventa, come un rapsodo contemporaneo che deve fare i conti con l’immaginario della sua epoca, fatto di migranti naufragi e inni al respingimento.

«Grazie al canto e all’oralità – sottolinea Paolini – vorrei creare la vertigine fra alto e basso. Senza nessuna aspirazione poetica cerco di realizzare un poema orale fastidioso». Non è Apollo, in effetti, il dio di questo oratorio, ma Hermes, il protettore dei narratori e dei mendicanti. La citazione d’obbligo, a questo punto, è di quell’Andrea Zanzotto a cui Paolini dedicò un celebre Ritratto diretto da Carlo Mazzacurati: «Secondo Zanzotto, la poesia è una lettera che se ne va mendicando per il mondo, ma non bisogna dimenticare che il tono del mendicante è insistente, può essere una minaccia». E la minaccia di U. è quella di diventare, a furia di essere ripetuta, una «poesia per voce e suoni».

Valerio Cuccaroni

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