La ragazza nella nebbia | di Donato Carrisi | recensione di Enrico Carli

Genere: thriller
Durata: 127 min.
Cast: Toni Servillo, Alessio Boni, Lorenzo Richelmy, Galatea Ranzi, Michela Cescon, Lucrezia Guidone, Greta Scacchi, Jean Reno
Paese: Italia/ Francia/ Germania
Anno: 2017

Lo scrittore Donato Carrisi, alla sua prima regia, traspone il suo romanzo omonimo del 2015, e il risultato è buon prodotto di genere capace di avvincere lo spettatore nella sua fitta trama ricca di contenuti e sorprese. Convince di meno (anche questa è una sorpresa) Toni Servillo, che qui e là si fa prendere la mano e carica il suo personaggio con una recitazione drammatica poco naturale, soprattutto all’inizio, quando lo vediamo a colloquio con lo psichiatra interpretato da Jean Reno. L’agente speciale Vogel, incaricato di ritrovare la ragazzina Anna Lou, scomparsa nel paese di montagna Avechot, ha un metodo d’indagine tutto suo, che consiste nel coinvolgere nel caso i media, con l’intenzione di creare lo scompiglio necessario a spingere il responsabile del rapimento a commettere sciocchezze. E così, al di là del suo metodo, ci viene in mente la cronaca nera televisiva nazionale cui abbiamo assistito nel corso di questi anni, con tanto di ricostruzione in plastico (ce n’è uno anche nel film) del luogo del misfatto e i molti opinionisti a riempire il palinsesto.

Perché si sa, se c’è l’incidente ci si ferma a vedere, e questo atteggiamento umano è quello che sfruttano i media per l’audience. Tematiche non nuove ma sempre attuali. Vogel è in questo senso un personaggio originale, si muove benissimo nell’ambiente dello spettacolo e lo usa, e sul suo comportamento grava sempre l’ombra del dubbio, mettendo lo spettatore nel ruolo di giudice morale che non sa se assolverlo o condannarlo (se il mondo va così, è davvero un male che si sappia come muoversi all’interno dello show must go on?).

E questa oscurità di fondo è nascosta in tutti i personaggi, dalle presunte vittime ai presunti colpevoli, anche con un guizzo da meta-racconto, quando il personaggio del professore Loris Martini (ben interpretato da Alessio Boni) dice in classe che i veri cattivi, in letteratura, sono tutti ambigui. Abbiamo tutti gli ingredienti e le atmosfere del buon noir, la critica sociale e, se non proprio l’azione, un modo di procedere coinvolgente, con continui cambi di prospettiva tra l’ispettore e il presunto colpevole, in modo da empatizzare con entrambi. Abbiamo una storia che inizia a cose già avvenute e un punto in cui tornare prima del balzo in avanti. Molti ingredienti stravisti nel cinema di genere, di rado tutti insieme.

Carrisi è molto abile, e prima come ideatore della storia, nel tessere questa tela che ci acchiappa, nel creare delle atmosfere un po’ sospese, e nel rivestire gli spazi oltre la ragnatela con carta da parati un po’ retrò, che si rifà, come è stato ampiamente notato, a certo cinema americano, dai Coen a Lynch. Se qualcosa a lungo andare non funziona, nella maniera in cui questi richiami sono poi sviluppati nella trama, è uno strano assembramento di due modelli di thriller, quello italiano (il poliziesco di denuncia) e quello americano (l’indagine sui generis killer-che-sfidano-la-legge).

È anche percepibile, a livello tematico, la giusta volontà dell’autore di creare, sempre per tramite del personaggio del professor Martini, dei cattivi riconoscibili, che hanno delle motivazioni inedite, più o meno recondite, più o meno indagate nel film, che siano il “vizio” della pesca o un venale peccato di sostentamento. Carrisi costruisce con cura e anche poesia questi retroterra, senza smettere di chiedersi, come i migliori detective visti al cinema e con la consapevolezza di quelli, cos’è che conduce un uomo a commettere delitto.

La “passione”, era la bellissima risposta che dava al quesito un personaggio del thriller argentino Il segreto dei suoi occhi, che La ragazza nella nebbia ricorda per la capacità di creare delle psicologie convincenti all’interno di un disegno tutto sommato convenzionale. Come accennavamo sopra, il miscuglio, potenzialmente vincente, di thriller di genere europeo e hollywoodiano, giocato nell’epilogo coi ritmi un po’ troppo sbrigativi di quest’ultimo, accelera inverosimilmente un film che si era guadagnato la sua lentezza, lasciando alcune sequenze all’immaginazione (spesso un bene, ma raramente in un meccanismo di questo tipo) per lo sfarzo di inanellare colpi su colpi di scena. Del resto oggi perfettamente adeguati a quella serialità che vuole concedersi l’opportunità e il tornaconto di “farlo ancora”.  

 

 

 

 

  

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