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La terza Repubblica di Siri | di Ugo Coppari

Era tempo di elezioni e nel gruppo di Whatsapp che condivido con i miei amici storici, quelli che si sono andati a stratifcare tra il Liceo e l’università, quelli con cui riesci a parlare allo stesso modo di cose persone e idee, si parlava di politica. All’improvviso qualcuno posta una pubblicità della Apple girata da Spike Jonze, un video che piomba su di me come un meteorite. Per giorni non riesco a pensare ad altro.

Una donna torna a casa dal lavoro. È bella, forte, presumibilmente single, visibilmente stanca. È così stanca che nella metro finisce coll’addormentarsi in piedi. E una volta salita in superficie, ci si mette anche la pioggia, che al calar della sera rende tutto più difficile. Ma dopo essersi fatta largo a suon di excuse me e sorry tra i corpi silenziosi di un ascensore altamente afollato, riesce a uscire e a tornare in quel luogo dove fnalmente possiamo smettere di combattere e stare in santa pace: casa.

L’appartamento è piccolo ma accogliente, caratterizzato da elementi che narrano la vita di chi lo abita. Ad aspettare questa donna non c’è nessuno, se non Siri, l’assistente digitale ideato dalla Apple, che sceglie un pezzo che possa confortare qualcuno che torni stremato dal lavoro. E sembra proprio che l’algoritmo ci riesca. La canzone (Til it’s over di Anderson Paak) spinge la nostra donna a riprendere energia e a ballare, ne stimola la fantasia, trasformando lo spazio angusto di un monolocale nel contesto colorato e multidimensionale della sua immaginazione. La ballerina (FKA twigs) è così presa dalla musica, così in estasi, che finisce con lo sdoppiarsi. Si ritrova di fronte a uno specchio, che ingrandisce con lo stesso gesto con cui allarghiamo le immagini sui nostri schermi touchscreen, per poi oltrepassarlo e continuare a ballare con il rifesso di se stessa. Una performance che la vede competere anche tra le mura domestiche.

Poi la musica finisce, il divano chiama, la notte cala. E Apple vince.

Dicevamo che era tempo di elezioni e il giorno dopo il voto abbiamo tentato di dare una spiegazione ai risultati elettorali. Qualcuno si è chiesto se non fosse giunta l’ora di fare qualcosa di concreto per il futuro del nostro Paese, occupandosi di politica, di gestione del bene comune, del destino dei nostri fgli. Ci ho pensato per tutta la notte. E anche il giorno dopo. Ho perfino chiesto a un collega di partecipare a uno dei suoi incontri politici. Poi, ad un certo punto, ho capito che quella donna che balla nel suo appartamento sono io, è l’America (non gli Stati Uniti, ma l’America) che mi ha fatto crescere con il mito dell’autorealizzazione, spingendomi a concentrare tutte le energie su quel progetto politico chiamato io. A ballare da solo. Un progetto che posso ingrandire e rimpicciolire a mio piacimento, senza bisogno di mediazione con l’altro da me, che non è nello specchio ma fuori dalla finestra. Quella da cui si affaccia la terza Repubblica.

         

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