“La vecchia Caracas dove il chavismo non è morto” | Reportage di Marco Benedettelli

Quando si cammina per le strade della parte occidentale di Caracas, viene da credere che il chavismo sia ancora un movimento trascinante e carico di forza. Almeno a lasciarsi convincere dagli striscioni appesi ovunque, che inneggiano all’elezioni della nuova Assemblea costituente. O alla solenne compostezza delle centrali del potere madurista. Come palazzo Miraflores, la sede del governo, cinta da alberi color smeraldo, presidiata da giovani militari della Guardia Nazionale che osservano i passanti con distacco, ma sorridenti. In questa zona della città, ad ovest di Plaza Venezuela, l’ apparato retorico del potere continua a produrre propaganda senza apparenti cedimenti. Svetta il monumento di Hugo Chavez sulla sommità di una bianca scalinata che porta alla cima di una collina. Murales celebrano, nel loro sbocciare di forme carnose, l’epica della Rivoluzione bolivariana, unendo in un’unica saga il Libertador del Sud America Simón Bolivar, il comandante Chavez, e il continuatore del percorso rivoluzionario, Nicolás Maduro. I negozi di abbigliamento intorno a plaza Bolivar continuano a sparare dalle casse una insistente musica caraibica, quasi a scacciare, nel mito della festa perenne, lo spettro della crisi che ha reso la valuta nazionale carta straccia e falcidiato il potere di acquisto dei venezuelani. “Ma è colpa della congiura internazionale. Ci stanno sabotando, vogliono affossare la nostra rivoluzione popolare perché il nostro petrolio fa gola all’elite imperialiste – spiega con inscalfibile convinzione una donna sotto i tendoni di una Esquina Caliente, letteralmente “angolo caldo”, ovvero un gazebo informativo dove una dozzina di militanti pro governativi fanno propaganda, mentre a est di Caracas continuano le sanguinose manifestazioni anti Maduro.

“Le cause della crisi monetaria sono pilotate dalla destra che controlla i mezzi di produzione e distribuzione. È tutto spiegato nel libro di Pasqualina Curcio, La mano visible del mercado”, argomenta un’altra militante. Sul tavolo del gazebo occhieggiano libri e giornali filo rivoluzionari, fra tutti il Correo dell’Orinoco, quotidiano governativo che si definisce L’artillerìa del pensiamento, l’artiglieria del pensiero. Per i militanti dell’Esquina il Chavismo è ancora un progetto in pieno divenire. Le donne raccontano di essere tuttora impegnate in una tambureggiante militanza politica fatta di riunioni, comitati, assemblee, nella realizzazione delle missiones, i progetti sociali voluti dal Comandante. “Chavez è stato avvelenato. Il suo cancro è una invenzione”, spiega un altro. “La Costituente ci metterà al riparo dagli attacchi esterni – continua una donna – Andare a nuove elezioni politiche? No, non si può. I risultati verrebbero truccati dalle destre, è già successo. In Venezuela è in atto un attacco dei ricchi contro i poveri. Il Paese non è Plaza Altamira (dove partono le manifestazioni anti-governo, a est della città, ndr)”.

Intanto, lungo le strade intorno a Plaza Bolivar non mancano le librerie che in vetrina espongono volumi di impronta rivoluzionaria. Nelle vie del centro il Chavismo narra sé stesso anche attraverso i centri culturali come il Chacao o i teatri dove mostre e spettacoli non si sono fermati. Il Governo ha in mano quasi tutti i canali tv, che insieme alle radio comunitarie continuano una martellante campagna pro Costituente. Una retorica, quella della propaganda, che però sembra risuonare nel vuoto e non fare presa fra la gente. “A guardare la televisione c’è da credere che il popolo sia tutto preso dal sogno rivoluzionario. Ma sul metro, ascoltando i discorsi, la gente non sembra credere che la nuova Costituzione possa cambiare qualcosa, visto che a dirigerla ci sono gli uomini del governo attuale. La mancanza di tutto continua e quello che è riapparso nei supermercati ha prezzi fuori portata. I famosi pacchi clap (attraverso cui il Governo distribuisce gratuitamente derrate alimentari al popolo, ndr) offrono cibo scadente e comunque insufficiente – spiega Antonio Nazzaro, scrittore e accademico, attratto 15 anni fa nel Paese dai programmi culturali di Chavez, ma oggi profondamente deluso. Un disincanto raccontato nel libro, Appunti dal Venezuela 2017: vivere nelle proteste – In verità la gente nei minibus che scendono dai barrios se la passa ironizzando su tutto quello che è proposto dalla politica. Anzi, l’incapacità dei governanti del Venezuela sembra accendere nelle persone la speranza di un nuovo potere militare che faccia ordine e giustizia. Cosa terribile perché nella storia d’America i militari hanno portato solo disordine ed ingiustizia”.

Questo articolo è uscito su Avvenire del 29 Luglio 2017

 

Sotto l’Esquina caliente, con i militanti chavisti.
Il monumento di Chavez a Caracas ovest.
Un barrio di Caracas
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