Lo scrivano Fedyf | Racconto di Federico Roncoroni

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La sera era scesa rapidamente, quasi di colpo. Il sole, pallido per tutta la giornata, al tramonto aveva acceso il cielo lontano di mille fuochi rossastri. Il vento che soffiava gelido infilandosi giù dal Nord, dai contrafforti del Libano, come lungo una pista millenaria, aveva spazzato via ogni più piccola nube, e la notte si preannunciava limpida e fiorita di stelle.

Fedyf, finita la sua giornata, tornava a casa, perso nei suoi pensieri. Le stradine di Bethlehem erano ormai deserte. Le comitive di Galilei e di Samaritani che erano venute in città per registrarsi erano scomparse. Alcuni gruppi erano già sulla via del ritorno. Altri avevano forse trovato ospitalità presso parenti. Altri ancora bivaccavano nei recinti delle pecore, appena fuori l’abitato.

Fedyf era stanco. Aveva cinquantotto anni, e una lunga, misteriosa malattia che lo aveva lasciato prostrato, vuoto come un guscio di noce. Di tanti sogni e di tante speranze gli erano rimasti solo i suoi studi. Era uno studioso, Fedyf. Studiava il Libro. Lo studiava da anni, da sempre. Vi cercava un più solido appiglio alla sua fede vacillante e vi cercava anche se stesso. Studiava, ma per vivere lavorava. Era scrivano, addetto all’anagrafe e all’annona nella sede locale dell’autorità governativa: un umile servitore di Erode, quel re che era re solo di nome, perché ormai in Palestina comandavano i Romani. Il lavoro, piuttosto noioso, lui lo svolgeva coscienziosamente. Tanto, poi, la sera e la notte si consolava leggendo il Libro o ripensando a ciò che poteva essere e non era stato.

Quell’anno, però, gli era capitata un’incombenza diversa dalle solite, e in un certo senso anche piacevole. Gli era stato affidato il censimento degli abitanti di Bethlehem, quel censimento – voluto da Romani ma condotto secondo le leggi di Israele – che aveva messo in movimento tutta la Palestina, con famiglie che, per registrarsi, attraversavano il paese da nord a sud e da sud a nord, dalla costa alle montagne, dalle montagne alla costa.

Davanti a lui sfilavano i suoi compaesani. Molti li conosceva, e non aveva neppure bisogno di chiedere loro il nome. Altri ignorava chi fossero, perché erano troppo giovani. Ma i più venivano da fuori, spesso da lontano, da molto lontano. Il censimento prevedeva infatti che ognuno si registrasse nel luogo di origine della sua stirpe. E così molti venivano da Yerushalayim e da Bethania, molti dalla Samaria e molti ancora più da lontano, dalla Galilea, da Naim, da Nazareth e da Cafarnao.

Come quei due. Quell’uomo alto e possente, e quella bambina, la sua sposa, dal viso così dolce e dal pancione più grosso di un otre. A vederli era rimasto colpito. Era gente povera, affaticata da un lungo viaggio, ma attirava l’attenzione. Soprattutto per la tenerezza che li animava, l’uno nei confronti dell’altra: lei, con quella pancia enorme, che si appoggiava a lui con totale fiducia e lui che la sosteneva con la dolcezza con cui il gambo sostiene la corolla del fiore.

Quando poi l’uomo aveva detto il suo nome, Fedyf era trasalito, e si sarebbe anche alzato in piedi per rendergli omaggio, se non si fosse vergognato del suo giovane e ironico assistente. “Sono Yoseph, aveva detto l’uomo, della stirpe di Dawid”. Della stirpe di Dawid! Fedyf ripercorse in un attimo il lungo elenco di personaggi che, come aveva letto tante volte nel Libro, legavano quell’uomo forte e squadrato al grande re Dawid. Lo guardò e colse, o gli parve di cogliere, nei suoi occhi di persona umile e buona, un lampo di regalità. Ma gli occhi di lei… teneri e grandi come occhi di cerbiatta, lucidi e luminosi come gocce di rugiada, ridenti e schivi come gli occhi di una vergine. E quel pancione, così grosso per una bambina come lei. Si chiamava Miryam. “Questa è Miryam, la mia sposa” aveva sorriso Yoseph. “Da dove venite?” “Da Nazareth.” “È lontano.” “Si, abbastanza”. E sorrise tranquillo. Sorrideva anche la piccola Miryam. Sorrideva, poi vacillò un attimo e un breve gemito le uscì dalle labbra. Yoseph la sorresse, come il tralcio sorregge il grappolo. “Siamo vicini, eh?” “Sì, ormai il tempo è arrivato.” “E quando sarà?” “Quando Lui vorrà”. E se ne erano andati, lei appoggiata a lui con l’abbandono con cui la spiga matura si lascia carezzare dalla brezza.

Fedyf entrò in casa. Si gelava, là dentro: tra quei muri sottili il freddo si faceva sentire più forte che fuori, tra i sassi e l’erba dei magri pascoli. Fedyf accese il fuoco. Ma nell’accingersi ad appendere all’anello il coccio con il latte da riscaldare per sé e per il suo gattino, si fermò. Era stato improvvisamente colto da un dubbio. Più che altro uno scrupolo. Forse infondato. Certo inutile. Ma il lavoro si fa bene o non si fa. Quella donna, Miryam, era prossima a partorire. Forse l’avrebbe fatto proprio lì a Bethlehem, perché certo in quelle condizioni e a quell’ora i due non potevano essersi rimessi in viaggio. Forse quella creatura sarebbe nata proprio lì, prima della chiusura del censimento. Cosa doveva fare Fedyf?

Aveva registrato due nomi, Yoseph e Miryam. Ma quelli ormai erano tre e non più due. Che fare? “Niente”, gli avrebbe detto, se fosse stato lì, il suo giovane assistente. Niente. Eppure non sarebbe stato corretto. Forse non era neanche legale. No, no. L’indomani avrebbe aggiunto un nome in più accanto a quello di Yoseph e Miryam, ad allungare di una nuova generazione le cento generazioni della stirpe di Dawid.

Ma quale nome? Come si sarebbe chiamato il bambino? Il bambino? Perché un bambino e non una bambina? E di colpo una luce aprì gli occhi della mente di Fedyf. E Fedyf ricordò. Miryam, la piccola donna con la pancia, aveva detto, mentre si parlava del suo parto ormai prossimo, di essere sicura che sarebbe stato un bambino; e in un soffio, a voce bassa, come se parlasse con se stessa, ma non tanto bassa da non farsi sentire da Yoseph, che aveva sorriso, e da lui, che quasi non ci aveva fatto caso, aveva pronunciato anche il nome con cui l’avrebbe chiamato: Yeshua.

 

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