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Il Mastro Casaro

Una volta, neanche tanto tempo fa, c’era un Mastro Casaro che perse le sue mucche. Non proprio le sue, in realtà erano quelle del fratello Josef, masaro con il debole per la grappa che tendeva a perdere di vista le sue cose ogni qual volta eccedeva con l’acqua pazza distillata dall’uva. Questo accadeva puntualmente dopo la mungitura, alle prime luci dell’alba. Così, il succo di mucca che aveva appena strizzato per bene dalle mammellone delle sue vacche, al restringimento del suo campo visivo dovuto ai fumi dell’alcol, finiva immancabilmente sprecato: al tramonto era già bello che rancido.

In quei tempi neanche tanto lontani le capre tendevano a essere paranoiche, così, l’altro fratello del Mastro Casaro, Sepp, finì col chiamare uno specialista in terapie psicologiche per animali. Come ogni bambino altoatesino sa fin dalla culla, le capre spruzzano latte decente solo se le si fa ridere, se si raccontano loro barzellette, storielle sconce o se loro stesse, quando proprio hanno brucato erbetta buona, sono in vena di scherzi pesanti.
Dovete sapere, bambini miei, che prima che si imparanoiassero, queste capre della Val Pusteria amavano fare scherzi hai bambini sprovveduti che pensavano di sgraffignare un po’ del loro latte. Capitava al bimbo che si avvicinava alla capra apparentemente seria, gonfia di latte e disponibile a farsi dare una ciucciata, di ritrovarsi poi zuppo d’urina di capra tra l’ilarità animale.
Erano altri tempi quelli, ora, spiegò lo specialista, dopo che le capre iniziarono a vedere aquile dappertutto, se la fecero un po’ addosso e si preoccuparono assai e continuamente. Non sapete che le aquile si pappano agnellini, capre, pecore e a volte anche piccoli contadini? Insomma, la provincia autonoma di Bolzano adottò l’aquila come stemma, così fecero in molti altri, veramente in troppi, così che il sonno delle capre fu compromesso, il latte, di conseguenza, come disse Sepp “faceva cagare”.
Il Mastro Casaro senza più latte né di mucca né di capra non sapeva più come fare per portare a casa i soldi che servivano a sfamare il suo amato husky dagli occhi azzurri; per i suoi quattro figlioli trovò rapidamente una valida soluzione: se la sarebbero cavata mangiando piccoli animali e d’inverno la neve con i panini avanzati dai turisti-sciatori. Fu così che questo suo profondo amore per la mite bestia lo spronò a buttarsi giù, a lasciarsi andare finché non finì nella bettola del paese dove trovò Josef già dal mattino e più tardi Sepp.
Dopo 34 giri di acquavite di pino mugo i due allevatori parvero avere il cacciavite dalla parte del manico, la vite fu il nostro Mastro Casaro, che, tra i giramenti di testa, finì con l’avvitarsi nelle logore assi di legno del pavimento. Fu così che iniziò il suo viaggio nell’inferno alpino dell’Alto Adige, dove tra tradizionali lavorazioni di pregiate materie prime, in un ambiente incontaminato che fa una zuppa delle verzure mediterranee mischiandole ai venti ghiacciati del nord, gli apparve la Madonna dei montanari.
Nel mezzo della caleidoscopica visione che ai Beatels faceva un baffo e a cui forse solo Dante avrebbe potuto rendere giustizia, in quegli inferi di cantina di bettola dove si alternavano immagini appartenenti a influenze culturali differenti, il Mastro Casaro, effettivamente al di sotto del pavimento di legno di parecchi metri, vide un modellino tridimensionale della soluzione ai suoi problemi, glielo indicò con una strizzata d’occhio la Madonna dei montanari, si chiamava “Formaggio di latte di donna” e lo salvò.

 

Andrea Marcellino

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