Mother! | di Darren Aronofsky | recensione di Enrico Carli

Genere: drammatico
Durata: 120 min. 
Cast: Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Ed Harris, Michelle Pfeiffer
Paese: USA
Anno: 2017

Mother! arriva in sala con l’eco dei fischi del pubblico del festival di Venezia. Darren Aronofsky sembra esserci abituato, “Tutti i film di Darren sono stati fischiati ai festival ai quali sono stati presentati”, dichiara in un’intervista Jennifer Lawrence. E se alcuni si scandalizzano dello scandalo altrui, ne sono in seconda battuta più che soddisfatti e gridano al capolavoro; altri si uniscono al coro dei fischi e bocciano la deriva neobiblica del regista, che l’abbiano capita o meno. I più moderati stanno sempre in mezzo: o si ama o si odia. Questo il panorama intorno all’ultimo discusso film del regista di The Wrestler e Il cigno nero.   

Questa volta l’autore fa ammenda della versione hollywoodiana vecchio stampo del diluvio universale (Noah, sua penultima fatica) e attualizza il vecchio testamento. Ma procediamo per ordine, la trama: un poeta di successo in crisi creativa sta cercando di ritrovare l’ispirazione nella sua vecchia dimora andata in fiamme e in corso di ristrutturazione da parte della giovane moglie tuttofare. La casa è in una radura in mezzo al bosco, lontana da tutto e tutti, ma ecco che arriva un ospite inatteso (e poi un altro, e poi ∞) a portare nella storia qualche scossone e il quasi sempre benvenuto ulteriore mistero: chi sono i nuovi venuti, che cosa vogliono? (Tra parentesi, il mistero di partenza era: siamo nella veglia o nel sogno? Giacché la vicenda, dopo le veloci, enigmatiche sequenze introduttive che comprendono fiamme, corpi bruciati e auto-rigeneramento delle pareti della casa, inizia con la donna che si sveglia da sola nel letto).

Se si potesse filmare il subconscio durante una notte particolarmente agitata e rivederlo da svegli, avremo più o meno il procedere di Mother! In questo senso il film è riuscito: è intenso come una di queste notti da incubo; ma purtroppo l’autore insiste troppo sul piano allegorico, come se Freud o chi per lui stesse lì a spiegarci le situazioni contenute nel sogno mentre assistiamo alla registrazione (e un po’ come quando nei dvd si guarda il film col commento del regista). E siccome quest’incubo che codifichiamo non è in questo caso il prodotto del nostro sonno, la cosa può non risultare particolarmente interessante – è risaputo che i sogni siano la cosa più barbosa da ascoltare, anche se chi li racconta ne prova evidentemente un certo gusto. Aronofsky dirige comunque bene, il suo incubo è più teso che tedioso, come già ne Il cigno nero si incolla alla soggettiva della protagonista per invischiare lo spettatore nelle percezioni liminali di una donna che sta avvertendo lo sconvolgimento in atto.

Il film vuole infastidire e disturbare ma riesce in questo intento programmatico solo a metà, l’altra metà soffre invece della ripetitività delle situazioni irritanti, esasperando così la visione più per l’appesantirsi delle reiterazioni che per l’effetto drammatico che queste vorrebbero ottenere. Si pensi ad altri inferni femminili, per esempio quelli di Von Trier (che segue da sempre il “teorema ferradini” – prendi una donna trattala male), dove però la prospettiva di realtà non si riduce a quell’unico personaggio mentre tutti gli altri sono strambi e sopra le righe (e devono sempre correre da qualche altra parte quando gli viene chiesta spiegazione dei loro atteggiamenti a dir poco bizzarri), ma anzi laddove è proprio la forte potenza (e violenza) della volontà altrui a far sì che le sventurate si ritrovino ad essere vittime sempre più inermi e lo spettatore, anch’esso impotente di fronte alla sequenza di disgrazie cui assiste, patisca per e con loro.

I grandi autori hanno sempre avuto il desiderio di prendere a cazzotti il pubblico, ma non è affatto facile tirare colpi così efficaci da lasciare il segno. Il ricorso continuo e ridondante al simbolo biblico, come si è detto, di cui Aronofsky fa un uso fin troppo didascalico, è un altro di quei motivi che portano il colpo alla cintola piuttosto che al volto e, per rimanere nella metafora pugilistica (trasgredendo così l’articolo delle stesse obiezioni che muove ma guadagnandoci in stile), se il pubblico fischia non è perché gli arrivano schizzi di sangue dal ring, ma perché il colpo risulta un po’ troppo basso rispetto alla cintura che si era precedentemente meritata il campione.

Le stesse interpretazioni degli attori risultano ingessate in questa struttura straniante, la Lawrence misuratamente attonita per quasi tutto il corso del film, Bardem ambiguo/diabolico come molti dei suoi villain seduttivi. Ed Harris e Michelle Pfeiffer si limitano a portare il loro carisma a due personaggi invasivi originali quanto lo erano i nostri più remoti antenati (originali in quanto i primi, ma dalla notte dei tempi a nulla serve vietare qualcosa, l’uomo si caccerà sempre nel peggiore dei guai per la sua Eva). E, a proposito di “costole”, vale la pena notare che la Lawrence ha dichiarato di essersene incrinata una mentre giravano una scena del film. Viene da domandarsi se Aronofsky, suo partner nella vita, si sia preso la rivincita sul genere, oppure se la provvidenza divina gli abbia reso il favore originario. In ogni modo una strana coincidenza – o un’ennesima, smaccata allegoria. Di lancio.  

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