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Portrait / TiloS30 | Racconti di Manuela Mazzi

portrait / TiloS30 / 002
 
No. Lei non si spazzola. Però è pulita. Quando sale, alla stazione dopo quella principale, guarda dritto. Lavora in periferia. Ma non le importa. È abituata agli sguardi cittadini che fa scivolare di lato. È vestita comoda, fuorimoda. Sembra seria. Sembra. C’è un posto libero vicino a dei ragazzi. Urlano, ridono, si fronteggiano; loro. Chiede se può sedersi; lei. Svogliati, spostano le loro borse. Lei lancia lo zaino sul porta valigie, armeggia con giacca e borsa, poi si lascia cadere sul sedile. È ancora seria, ma ha appena accennato un sorriso di ringraziamento. Un segno di non pensiero. Quando il volto torna asciutto, gli occhi riprendono a muoversi. Si potesse leggere dentro quel cervello, ci sarebbero dirottamenti, albe ubriache, lettere impastate, fondali aridi, temporali messicani, una cucina condivisa con un ragazzo d’Israele, più basso di lei (gambe corte, volto bellissimo), un segreto non condiviso, battaglie d’onore, ma soprattutto un sacco di silenzi. È oltre. Non è sul treno. I ragazzi si tirano bottigliette d’acqua vuote, ma lei non se ne accorge: le passano davanti, ma gli occhi non si fermano sulle bottigliette. Prova a leggere una pagina ma non ce la fa. Non per colpa del caos. Riprendere il filo dei suoi pensieri per rinchiuderli non è possibile: non riesce a fermare gli occhi nemmeno sulla pagina. Prova con un taccuino, vorrebbe scrivere qualcosa, ma gli occhi continuano a roteare, girano e girano e girano. Lei sta camminando lungo una strada libera, un ampio sentiero, si sta allontanando sempre di più, ma persone, cose, ombre fastidiose continuano a tirarle la giacca, a slacciarle le stringhe, a trattenerla avvinghiandosi alle sue caviglie. Zavorre. Si ferma, guarda quelle ombre per capire. Non solo le sue ombre. Non capisce. Riprende a camminare. Nel silenzio, mentre le lingue nere alzano la voce. Come ti permetti? Le chiedono. Non ho chiesto niente, pensa tra sé la ragazza. Il mondo è una distrazione. Chi ostacola la distrazione è fastidioso. E gli occhi roteano roteano roteano roteano, poi si rimettono in carreggiata. Andrà lontano. È la sua fermata: “Lontano”. Scende, invisibile, imperturbabile, e riprende a camminare, fuori, oltre il finestrino.
 
portrait / TiloS30 / 013
 
È bellissima. Alta. Magra. Pelle liscia. Taglio parigino. Colorito delicato. Occhi freschi. Postura elegante. Gambe accavallate sottili e lunghe. Proporzionata. Con un carisma naturale che immobilizza. È stata plasmata da un artista la cui mano ha generato imbarazzo invece di innamoramento in chi guarda la sua opera. Sì. La bellezza non richiede parole complicate. La bellezza è semplice. Lei è bella. Non è sfacciata eppure si fa notare, traliccio dopo traliccio, come passi cadenzati da tacco 12, tic-tac-tic-tac, e se le scappa un sorriso ne piega una dozzina. Lei è bella. Tutti lo vedono. Tutti lo sanno. Tutti in silenzio pensano che lei sia davvero molto bella. Lei è così bella che tutti quelli che pensano che sia davvero tanto bella, cioè tutti, non osano avvicinarsi a lei, o prendere posto in sua presenza. Piuttosto stanno in piedi. È troppo bella. E alle cose belle, e dunque semplici, non è semplice avvicinarsi. Le persone belle rischiano di rimanere più sole di quanto non capiti alle persone meno belle. Attorno a lei pare essersi formato un vuoto di rispetto. Un distacco da “tanto manco lo vede uno come me”, o da “quella, ma chi si crede di essere solo perché è bella?”. Tutti vedono quanto sia bella, ma lei non capisce perché quella distanza dovrebbe essere causata dalla sua bellezza. Lei si sente trascurata. Tutti parlano tra loro, si raccontano storie e sciocchezze. Lei avrebbe tanto bisogno di una sciocchezza. Immaginava di essere bella, ma ora è certa di non piacere. Sorride con timidezza sincera, ché quella di posa rende brutti. Cerca sguardi che la evitano. Rimane spesso a guardare dal finestrino. Mentre gli altri la sbirciano senza farsi notare. Si girano con delle scuse. Abbassano il libro che stanno leggendo. Si distraggono dai pensieri. Destreggiano coi telefonini per rubarle un’immagine. Eppure lei di tutto questo movimento non ha contezza. Lei è bella ma la gente ha il potere di farla sentire brutta, perché la ritiene troppo bella. Le belle persone non sono abbastanza imperfette per far parte dei semplici. I non luoghi dove vivono i belli e le belle sono isole sconosciute, Maldive senza turisti. Lei è bella ma vorrebbe essere un po’ più brutta per fare due chiacchiere con un’amica che non la guardi con disprezzo o scambiare una battuta sul sedere di una che passa, lì per caso, con un uomo che si dimentichi per un attimo che lei è una donna, e pure bella. Molto bella. Troppo bella. Così bella che non sa neanche più che cosa sia oltre al fatto di essere bella. Non ha modo di scoprirlo perché nessuno le ha mai chiesto come sta, che sogni ha, lei, non la sua bellezza. Mai vista una donna tanto triste e tanto sola, tanto bella.
 
portrait / TiloS30 / 020
Il ragazzo con cui stava parlando ha chiuso la telefonata già da qualche minuto, ma lei è rimasta appoggiata al cellulare a sua volta schiacciato contro il finestrino. È mezza storta, giacca indossata a metà, capelli scompigliati, un ginocchio sollevato, jeans strappati, scarpa sul sedile, l’altra gamba allungata là, sotto l’altro posto a sedere. È rimasta con gli occhi semichiusi. A parole pareva fredda, sicura di sé, una risata tranquilla, ma certo, fa mica niente se non ci si vede questo fine settimana, anzi avevo proprio qualcosa da fare così ne approfitto, un altro sorriso, non ti vede lui, ma tu mostri davvero i denti e tiri un po’ su le labbra ma gli occhi restano annacquati di una delusione dolorosa. Ma sì, lo so, che non hai avuto tempo per quella cosa che mi dicevi che avresti fatto, non c’è problema, va bene così.
No, il cinema poi non sono riuscita ad andarci… non m’andava da sola. Qualche battuta ancora e poi aveva iniziato ad annuire e assecondare. Si era staccata dalla realtà già a metà chiacchierata, forse non se n’è nemmeno ancora accorta che l’amico ha già abbandonato il campo. È rimasta lì, a guardare il niente, abbracciandosi il ginocchio, due battute semi-fredde: quanto è faticoso trattenere un affetto profondo? Lei è graziosa, un tipo, diciamo, uno che può anche piacere ma che nessuno si gira a guardare. Non piange. Non è davvero triste. Sta come una foglia colorata ma secca. Come una pianta senza acqua. Non alza la testa, non si muove, non sorride, non sposta lo sguardo, non abbassa la
cornetta, non bada alla gente che parla, non è qui. Non si può immaginare dove si trovi in questo momento ma è certo che ha un carico di bene che la immobilizza. Non ci sono cose molto più soffocanti e paralizzanti di una spinta a voler bene trattenuta. Avete presente quando vi trovate davanti a un bambino bellissimo, dolce, bisognoso di una cura, di un’attenzione che la madre distratta non riesce a dargli e voi, Dio, quanto vorreste poterlo prendere in braccio e coccolarlo e farlo sorridere e dirgli delle parole rassicuranti e giocarci un po’ insieme ma proprio a quel punto vi torna in mente che siete uno straniero e che per questo qualsiasi gesto potrebbe venir frainteso? Ecco lei, la ragazza graziosa era sconosciuta nella sua vita, era un grumo di affetto trattenuto, era straniera di un’amicizia inesistente. Abbassa il telefonino, fissa lo schermo per un paio di minuti senza muovere dita, senza guardare il display ma il vuoto che c’è tra questo e i suoi occhi, poi lentamente si riprende, lascia scivolare il telefonino nella borsa, si abbraccia meglio il ginocchio e torna a guardare fuori dal finestrino, sul quale il suo riflesso si fa sempre più trasparente, invisibile: a volte scomparire è la condizione più naturale per alcune persone.
 
portrait / TiloS30 / 005
 
Ha una faccia triste ma fiera. Non felina. Sicura e intransigente. Deve aver pagato un prezzo caro per difendere la sua posizione. La schiena è dritta, ma due linee scure incise nella pelle tra le sopracciglia raccontano uno sforzo costante, l’ombra di una lotta giusta. Quella di un’autodeterminazione fondativa. Nessuno le ha tenuto un posto a sedere. Non ha nemmeno sbirciato lungo gli scomparti. Si è fermata nell’area di stazionamento di fronte alle porte. È mattina, ma il suo corpo riflette l’oscurità di un cielo invernale. Basta a sé stessa, non per scelta, ma per sorte. Come la notte. Senza coperte. Si leva la borsa a sacca sfilando la tracolla dalla testa. Ha una calma incarnata, lo dice il cappellino stile irlandese che cade per terra due volte, la prima con la striscia di stoffa della borsa che se lo trascina, la seconda dopo averlo afferrato male. Il suo volto è disteso, asciutto. Non è turbata. È sopravvissuta. Si riprende il cappellino se lo infila pazientemente. Poi appoggia con cura la borsa, incrocia le gambe come una molla a spirale e si siede così a terra, senza appoggiare le mani prima di arrivare a fine corsa. Tre compagne la squadrano da poco lontano; ridono come scimmiette curiose, indicandola con smorfie. Abbassano le voci. Lei non si cura minimamente di loro. Non ama i giochi infantili, le ripicche, le sberleffe da permalose, i complotti adolescenziali, le amicizie di parata, le scimmie invidiose, i
dispetti da bullette. Prende un taccuino, sfila dalla borsa una matita, si accomoda meglio, sistema la giacca in modo da coprirsi le reni, non bada al risvolto rialzato dei calzoni di velluto marrone, smolla una bretella che la fa sentire costretta in un momento di libertà, e comincia a solcare un foglio bianco avorio, ruvido. Una ragazza del gruppo, quella che si dà più arie, si alza con il ghigno, sussurra qualcosa alle altre, poi saluta. Si voltano tutte verso la disegnatrice. Mentre la più popolare si avvicina alla porta per scendere alla sua fermata, fa una giravolta su sé stessa vicino alla ragazza seduta per terra e, inavvertitamente, finisce per calpestare la borsa; un crash di matite rabbrividisce gli
impassibili passeggeri che occupano gli altri posti anonimi. La ragazza popolare si esibisce in scuse e risate consumate, la disegnatrice abbassa lentamente le palpebre, respira, e poi le riapre alzando lo sguardo più che severo, fermo e schietto, bruciante. Non è incattivita. Ma la minaccia è reale. La giovane spavalda maschera l’imbarazzo con uno scatto da prima donna. La disegnatrice spolvera la borsa e ricomincia a disegnare. Linee precise e curate, leggère come il suo spirito, fredde come la sua decisione, dolci come il cuore che cerca di proteggere, volatili come le sue aspirazioni, profonde come le rughe della sua fatica.
 
portrait / TiloS30 / 006
 
Da commerciante all’ingrosso a ristoratore reinventato, ora sta andando a Berna per un colloquio di lavoro. Lo racconta a una conoscente. Troppo impostato per essere suo amico di vecchia data, pur trattandola come tale. Deve presentarsi per cercare un accordo che potrebbe permettergli di aprire una filiale in Ticino. Ricciolo composto, fermo. Calzoni con la riga; giacca grigia di taglio classico, calda. Un signorino a modo. Sorriso collaudato, di quelli da parata, di quelli che modellano il volto partendo dagli angoli esterni degli occhi: due rughette alte, tre centrali ad attraversare le tempie, tre basse e lunghe verso orecchio, guancia e mento. E poi? Poi vi sono tre o quattro scavi lungo tutta la fronte, frutto di un lavorio teatrale, fatto di risate contenute intercalate da finte sorprese che spingono verso la stempiatura le curate sopracciglia; circa ogni due minuti. Sorride anche mentre spiega che lavorare in un ristorante è molto dura e non c’è più vita, né sociale né famigliare, sorride anche quando dice che non è stato facile passare da cameriere a contabile, e
sorride anche quando dice che alla fine è fallito. Lui sorride e intanto si tortura le dita delle mani: con la sinistra gratta
l’interno della destra, cerca pellicine, stringe e smolla le tensioni invisibili. Comprime e allunga la pelle tra indice e
pollice. Ginocchia unite, talloni aderenti. Gli manca una stagione di pugilato, un filo di rabbia sana, qualche striscia di colore sul volto, una goccia di malvagità che renda vera la sua pacatezza, una cicatrice nella carne che riprenda a sanguinare. Gli manca di trovarsi nudo in mezzo a una spianata di ghiaccio mentre un branco di lupi lo preda. Non per mettersi a lottare, ma per finalmente fingersi, mostrarsi, sentirsi davvero morto, immedesimandosi nella morte stessa. E che poi risorga… davvero più forte, davvero vivo, non per finta.
 
portrait / TiloS30 / 015
 
Tiene una lattina di birra aperta con entrambe le mani, tra le gambe, altezza genitali, ginocchia divaricate. Braccia distese. È un corpo rilassato. Non felice. Non triste. Stanco. Si è abbandonato sul sedile, non per mettersi comodo ma per esaurimento delle forze. O per recuperarne almeno un pochino. A questo gli serve usare entrambi le mani, per non rischiare di lasciar cadere la lattina. Come fosse un neonato da non stringere troppo, da proteggere, da cullare per godere del suo ristorante sonnecchiare. Siamo a fine giornata. Si rientra. Tutti più o meno stravolti da una levataccia, la solita levataccia quotidiana che ha accumulato nella giornata un altro carico di stanchezza, che pesa come un binario morto e arrugginito. La testa leggermente inclinata. Gli occhi, una feritoia sempre più stretta. Gonfi. Non preoccupati. Solo stanchi. Puzza di ferro, di polvere di ferro, di ferro smerigliato. Non si è tolto il berretto di maglia che ancora gli ricopre le orecchie. Ha freddo. Deve aver lavorato tutto il giorno all’aperto, su una strada oppure lungo la ferrovia, lo dicono i vestiti arancioni per farsi notare, e il rossore delle dita che arriva fino alle nocche delle mani. Comincia forse ora a ricircolare il sangue, grazie a qualche grado alcolico di quella birra bevuta a sorsi lenti e lunghi. La barba curata, il naso a punta, un piercing al sopracciglio sinistro. Le scarpe col rinforzo da cantiere. Potesse addormentarsi lì su quel sedile parzialmente imbottito lo farebbe senza problemi. Ma anche se il lavoro è finito, il suo corpo dice di essere solo in pausa. L’aspetta un pupino a cui badare questa notte, per dare il cambio alla mamma anche lei ormai esausta. Un po’ per uno. Questa notte tocca a lui correre per le coliche del pupo. C’è ancora però mezz’ora di treno da potersi godere, lui, un vuoto di pensieri e la sua birra, che non gli scivoli di mano.

 

         

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