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Fare Poesia

FAREPOESIA / Rivista di Poesia e Arte Sociale N. 3 Ottobre 2010

 La parola attiva 2

 Dall’Officina alla Quarantena, poi Verso-dove? 

Cronache di un possibile ritorno

di Lorenzo Mari

 Ti aspetti di trovare poesia in una rivista di poesia?

Le cose non sono così semplici.

Charles Bukowski

Can you treat it like an oil well
when it’s underground out of sight
and if the sight is just a whore sign
can it make enough sense to me…

Pavement, In the Mouth of a Desert

(Slacked and Enchanted, 1993, ora in Quarantine, 2010)

Più che segno, sintomo: quando apre i battenti Tabard, una delle riviste di critica militante attive su suolo bolognese nel decennio 2000-2010, la rubrica dedicata alla poesia viene intitolata, sin dal primo numero, uscito nel gennaio 2006, “Quarantena”.

La metafora, apparentemente banale, è in realtà ricca di ambivalenze e di spunti critici.

In primo luogo, nelle intenzioni dei curatori (Mimmo Cangiano e Oscar Schiavone, poi anche Luca Ariano), la scelta della ‘quarantena’ coincide con l’estrema frammentazione del panorama poetico italiano, che è, effettivamente, caratterizzato da una miriade di posizioni autoriali scarsamente socializzate, frequentemente ombelicali e spesso tanto minute da essere analizzabili solo su vetrino.

Per queste voci virali – che in ogni caso potrebbero ancora, stando alla famosa metafora di Burroughs, dar luogo a una contaminazione linguistica creativa, in un contesto di greve appiattimento della lingua – è quarantena, oggi: si potrebbe dire, così, con un pizzico di ironia, che Bologna si conferma, su scala nazionale, come “città-laboratorio”, ma si trova costretta a sostituire all’elogio della qualità e dello sforzo del lavoro artigianale (presente, tra l’altro, nel titolo di una rivista fondamentale, nella storia letteraria cittadina e nazionale, come l’Officina di Pasolini, Leonetti e Roversi) l’immagine scientifico-apocalittica del laboratorio medico.

La necessità semantica di una quarantena si configura, dunque, come una testimonianza chiara e diretta di una patologia irreversibile, e pericolosa, in atto – malattia che in ambito bolognese è sicuramente l’esito di (almeno) un contagio, tra l’altro… Non si presti orecchio, dunque, al ritornello del declino, cui Bologna si è con troppa facilità abituata, dopo essersi costruita una mitologia di città intellettuale, rivoluzionaria e allo stesso tempo individualistico-anarchica e godereccia (e aver presto conferito un elevato valore di scambio a questo immaginario). Si tratta, invece, di una situazione politica dai contorni abbastanza netti, in cui il modello emiliano si trova stretto tra nuove forme di egemonia culturale, stentando a uscire dalla propria crisi, vecchia ormai di anni, e dalla propria lunga convalescenza.

In questo contesto, il dibattito culturale, che individua nelle riviste letterarie (e di poesia, auspicabilmente) uno dei suoi terreni d’elezione, ha cercato di mettere una pezza, per tempo e per che gli compete, iniziando dalla strategia retorica più semplice e a disposizione di (quasi) tutti, ovvero l’emersione, per autodenuncia – mettendosi in mora, o, appunto, direttamente in quarantena.

Le voci ospitate nello spazio poetico di Tabard sono, in gran parte, voci “generazionali”, appartenenti agli autori nati nella seconda metà degli anni Settanta (Massimo Gezzi, Matteo Fantuzzi, Matteo Marchesini e Luigi Nacci, tra gli altri). Agli autori canonici o pre-canonici, invece, si concedono spazi di dialogo e comunicazione, come nel caso delle interviste a Edoardo Sanguineti (num. 2) e Franco Buffoni (num. 7) – quasi a togliere l’ipse dixit, l’imposizione di parola.

La rivista, tuttavia, non arriva, a farsi essa stessa scuola, interrompendo le proprie pubblicazioni nel 2009: non si è avuto nemmeno il tempo di costruire un rapporto duraturo con personalità già di spicco, nel panorama cittadino, come Alberto Masala (protagonista di uno scoppiettante scambio di vedute nel primo numero, poi lasciato cadere) o con i poeti di FuoriCasa.Poesia (Alberto Bertoni, Stefano Massari e Giancarlo Sissa) antologizzati nel secondo numero; non si è provveduto a coltivare l’humus cittadino, interrompendo, qui, come del resto è per tutte le altre riviste del periodo, il lungimirante progetto di rinnovamento intellettuale e creativo portato avanti da Roberto Roversi e della cooperativa culturale Dispacci negli anni Ottanta.

Lo spazio dedicato alla poesia da Tabard è, stato d’altronde, quello di una rubrica di 4-5 pagine all’interno di più ampi numeri monografici, nei quali si è inteso applicare l’esercizio di una critica militante e pluridisciplinare alle principali intersezioni culturali della contemporaneità: dalla personalità autoritaria alla “fine”, o forse al vero inizio, del postmoderno; dall’indagine critica sul secondo grado alla riflessione sulla città… Si è trattato di uno spazio limitato, in funzione del quale Tabard non si è mai qualificata fino in fondo come ‘rivista di poesia’, ma – assomigliando in questo a un’altra vivace realtà cittadina, ancora attiva, seppure fuori mura, come Argo (nata nel 2000, pubblicata a partire dal 2005 per i tipi Pendragon e recentemente passata alle edizioni Cattedrale di Ancona) – ha avuto la capacità di intervenire senza indugi nel vivo del dibattito culturale, adottando, ove necessario, uno dei linguaggi che possono costruire, o decostruire, più a fondo la contemporaneità, ovvero il linguaggio della poesia.

Tale prospettiva – affatto ancillare – sulla poesia contemporanea è stata più volte ribadita anche dai curatori della rubrica “Pezzi di Vetro” (titolo che, a differenza di “Quarantena”, è un riuscito incrocio tra i cocci di vetro montaliani e più recenti suggestioni cantautorali) di Argo: Rossella Renzi, Lorenzo Franceschini, Giovanni Tuzet. E questo, par di capire, è anche il credo di uno degli animatori storici della rivista, Valerio Cuccaroni, attivissimo organizzatore di eventi culturali – tra i quali i reading poetici hanno sempre un posto di riguardo – in territorio marchigiano.

Anche in Argo la pubblicazione di testi inediti ha riguardato principalmente autori nati negli anni Settanta, o poco prima (si annoverano, tra gli altri, Salvatore Ritrovato, Elisa Biagini, Tiziana Cera Rosco, ma anche Andrea Gibellini e Luigi Socci), con una serie di eccezioni anagrafiche di elevata qualità, come per esempio Fabio Pusterla o Luigi Di Ruscio, cui si è aggiunta, sul numero 15, la firma internazionale di Jack Hirschman. Anche qui, in ogni caso, il dialogo con figure poetiche già consolidate nel panorama nazionale è stato affidato alla forma dell’intervista, come per esempio è accaduto con Gianni D’Elia, sul numero 5, o al genere della discussione critica all’interno di agili soggetti monografici.

La forma mentis accademica, d’altronde, è un’eredità difficilmente estirpabile (anche se destinata a una riduzione progressiva, osservando i numeri più recenti) per Argo, così come lo è stata per Tabard: in questo, si nota chiaramente che entrambe le riviste sono state ideate e organizzate da gruppi di studenti, dottorandi e, tangenzialmente, docenti dell’Università di Bologna. L’impostazione saggistica, tra l’altro, non è necessariamente un tratto negativo in sé; tuttavia, diventa probabilmente un segno di ‘sudditanza psicologica’, nel caso di Bologna, città universitaria per antonomasia, nonché, in via Zamboni 32, patria ufficiosa del verri.

Inoltre, Argo e Tabard, sposando le forme del discorso critico di stampo accademico, non solo sono venute meno a certa vocazione underground – anch’essa, per carità, non vincolante… – ma hanno finito anche con il riproporre temi e modalità d’intervento già praticati da altre riviste bolognesi, destinate, però, in modo conclamato a un ristretto pubblico di eruditi.

Se quindi da un lato si continua, giustamente, ad accogliere con favore la pubblicazione di preziose e, in certi casi, eccellenti monografie (si pensi alle pubblicazioni, ora a tomi, di In forma di parole, la rivista fondata da Gianni Scalia nel 1980 con ben altri formati, tascabili), d’altro canto si deve riconoscere che questi prodotti culturali non contribuiscono certamente ad ampliare il pubblico, da sempre deficitario, ed oggi puntiforme, della poesia.

Nella direzione del pubblico della poesia, peraltro, sia Tabard che Argo si sono sempre mossi con buoni risultati: se la stagione dei “martedì al Macondo” di Tabard ha riecheggiato, in tonalità minore, le riunioni letterarie dei “lunedì al Montesino” di Marco Ribani (figura di ‘oste illuminato’ in attività fino a metà degli anni Novanta), cercando di contribuire alla vita culturale del Pratello, per rafforzarne un’immagine ormai, per concorso di troppe cause, sbiadita, l’azione performativa di Argo è stata plurale e pluridirezionale, spandendosi nell’organizzazione di eventi poetici “da Bolzano a Siracusa”, come il sito della rivista giustamente ricorda.

Entrambe le riviste, inoltre, hanno partecipato a due manifestazioni assai rilevanti, nell’ottica di una restituzione performativa e interdisciplinare della poesia al pubblico: il Laboratorio Internazionale di Poesia Sperimentale (LIPS) tenutosi all’Artería il 12 aprile 2008 (per poi vedere il progetto naufragare di lì a poco; ne rimane documentazione sul blog http://lipsbo.splinder.com) e la Bagarre Internazionale delle Riviste Alternative (BIRRA), tenutasi in forma sperimentale a Perugia, durante Umbrialibri, nel novembre 2007, e ripetutasi il 12-13 giugno 2010 a Bologna, presso lo spazio autogestito Bartleby. Luogo, quest’ultimo, di aggregazione sociale e culturale per il movimento universitario dell’Onda, che ha avviato anche  una stretta collaborazione con un’altra rivista italiana indipendente, Il primo amore, dimostrandosi così sponda utile per nuove triangolazioni culturali all’interno della città.

Naturalmente, le attività di Tabard e di Argo, nonché quella di Bartleby, in larga parte sconosciute o misconosciute, nella città, a tutti i livelli, non esauriscono il panorama culturale cittadino – neanche per quanto riguarda, nello specifico, i fogli di poesia.

É, tuttavia, significativo che ci si debba in qualche modo riferire a queste realtà, per dar conto del panorama delle riviste bolognesi nel decennio ormai alle spalle: se una delle caratteristiche salienti delle esperienze finora prese in esame è l’interesse al dibattito culturale, in un’ottica interdisciplinare e militante, che include, e si fa forte, del linguaggio poetico (non relegandolo a posizioni ancillari, né indulgendo verso l’isolazionismo di certo poetare votato, ieri come oggi, alla sindrome della torre d’avorio), bisognerà allora fissare questo, come parametro di base, e scandagliare anche le altre esperienze cittadine alla ricerca di questa dominante, per cogliere eventuali motivi di confronto e di approfondimento dell’analisi.

Escludendo In forma di parole – oltre ai bollettini telematici di Bibliomanie e della Griseldaonline – per ragioni, cui già si è accennato, di stretta pertinenza accademica, sarà d’obbligo riferirsi, innanzitutto, ai fogli poetici, che hanno infine compiuto il passo dal ciclostile all’e-zine, del gruppo di Roberto Roversi, Luca Egidio, Jean Robaey e Salvatore Jemma.

Se la storia del ciclostile roversiano trova le proprie origini negli anni Sessanta e Settanta, contemporaneamente a prestigiose riviste stampate comeOfficina e Rendiconti, non è però la pura e semplice nostalgia di quella storia e di quel fervore culturale ad animare questi nuovi fogli, che escono sul volgere del millennio. Né ci si può riferire soltanto all’analoga esperienza di Al Praga Caffè, coordinato dallo stesso gruppo, negli anni Novanta – quando, con un interventismo culturale oggi accantonato, si distribuivano fogli poetici tra i tavolini dell’omonimo bar, appena aperto, nella periferica via Toscana (luogo fisso, per qualche tempo, di un’attività poetica oggi disseminata, se non dispersa, per la città).

Viceversa, quando, nel 1999, esce il primo numero de Il giuoco d’assalto (in cui due giuocatori debbono “mangiarsi” vicendevolmente) – Giuoco bolognese del ‘700, una pubblicazione dalla forma grafica e dal contenuto chiaramente inattuali, la volontà degli estensori è quella di rimanere aderenti al presente – nell’immediatezza, ad esempio, della consegna brevi manu – eppure di segnare uno scarto, ironico e critico, rispetto alla propria epoca, che non per caso è quella della prima elezione a sindaco di Bologna di un uomo di centrodestra, Giorgio Guazzaloca. È lo shock politico e sociale legato a questa svolta, politica e culturale, della città che spinge il cenacolo d’intellettuali già attivo nella cooperativa Dispacci a riunirsi attorno a un nuovo foglio, avente un carattere molto più politico che poetico – se, per caso, la distinzione, artificiosa, tenesse, ma per Roversi e i roversiani non tiene neppure…

Il giuoco d’assalto risulta essere, quindi, un insieme di 4-5 articoli, talvolta, ma non sempre, completati da una selezione di testi poetici: il complesso della proposta poetico-politica, caro agli estensori, viene comunque tenuto insieme dai testi argomentativi limpidi, spesso adamantini.

Lo si può riscontrare, ad esempio, sul primo numero, nei pezzi a firma di Salvatore Jemma («Fallimento del proprio snaturamento, dicevo: questa sinistra non è che abbia e stia tradendo le proprie ragioni – almeno lì ci sarebbe consapevolezza (una natura del tradimento è, per l’appunto, quella di avere ben chiaro il fine per cui si compie l’inversione, il cambio di rotta) – ha proprio sposato le ragioni dello sviluppo attuale…») e di Roberto Roversi («Adesso, dicono, chiuderanno anche le pagine locali dell’Unità. E che altro hanno da buttare via, da svendere, da rifiutare? Le tazzine per il caffè? i cucchiaini ricevuti in regalo dalla nonna? Quali idee potreste suggerire, anche una sola, a noi che ci arrovelliamo incontentabili e in attesa?»).

Nei brani riportati si nota la qualità dell’azione culturale, che non si ferma alla discussione dei “grandi temi” dell’epoca (giustamente lasciati sul piatto, affinché siano raccolti da interventi più corposi, e a mezzo stampa: sfida che, come s’è visto, solo Tabard e Argo hanno poi raccolto), ma si muove in una direzione più squisitamente politica.

Il “giuoco d’assalto” (alla politica cittadina e nazionale, sia di centrodestra che di centrosinistra) continua, in forma praticamente immutata, anche sul successivo, e ultimo, a mia conoscenza, ciclostile, Fischia il vento (2002-03).

Sembra, invece, abbandonare d’un colpo il lessico della lotta e della resistenza, nonché il rituale sociale della consegna a mano del ciclostile, Il foglio degli eremiti, che inizia le proprie “libere spedizioni” via e-mail nel febbraio 2010, dopo anni di pausa.

L’eremitaggio nelle forme del virtuale potrebbe essere forse colto come un segnale di ritirata dall’agone culturale, serrando le fila di un discorso per pochi eletti, ma, leggendo gli articoli del Foglio, coerentemente e vivacemente schierati ai margini e contro (per citare Di Ruscio) la politica cittadina e nazionale, si capisce che così non è, neanche per Roversi stesso, che a 87 anni si conferma voce instancabile della propria città, capace di sperimentare gli strumenti della rete e a non sottrarsene per sopraggiunti limiti d’età.

In conclusione, anche questa scelta, come la “Quarantena” di Tabard, è servita, e serve, come auto-denuncia di un clima politico e sociale insostenibile, affatto alleviato, quando non peggiorato, dalle amministrazioni succedute alla giunta Guazzaloca. Ed è rimanendo ancorati a questa retorica di auto-contenimento ironico e di auto-denuncia che emergono, per contrasto, le uniche due riviste di “ricerca poetica pura” che fino a qui ci si è, intenzionalmente, scordati di menzionare e analizzare: Frontiera e Versodove. 

Esse indicano, già a partire dal titolo, spazi nuovi, o spazi ‘altri’ rispetto al limitato, asfittico presente storico, per l’avventura intellettuale e creativa – spazi che, in quanto liberamente e consapevolmente scelti, recano con sé la possibilità di generare percorsi innovativi e indurre una qualche forma di crescita culturale.

Nello specifico, Frontiera (2004-2005) ha legato le proprie sorti a quelle della casa editrice Gallo & Calzati, che ha attraversato come una cometa il panorama letterario bolognese, illuminandolo di importanti scelte editoriali e pubblicazioni, ma dovendo rinunciare presto alla propria luce, e con essa ai pur promettenti itinerari della propria rivista di punta

In ogni caso, Maria Gervasio, Francesco Genitoni, Salvatore Jemma, Cesare Giacobazzi e Francesco Maria Gallo hanno saputo dar vita, in collaborazione con il “gruppo modenese” di Alberto Bertoni, Elio Tavilla ed Emilio Rentocchini, a una rivista di alta qualità, composta quasi esclusivamente di testi inediti, con la eccezione di qualche recensione e di alcuni saggi, più densi e con un’aura più “definitiva” (spesso indotti a questo dalla necessità di illustrare le proprie scelte di poetica, individuali o collettive) rispetto a quelli di altre riviste.

Frontiera, inoltre, ha ospitato, sin dal primo numero, l’interessante sperimentazione di Radiofrontiera. Audiorivista di voci e scritture contemporanee, ovvero la pubblicazione, in allegato alla rivista, di un cd di audiopoesia. Ospiti di Radiofrontiera sono stati, oltre all’ineludibile Roversi, Andrea Gibellini, Neil Novello, Manuela Pasquini, Vincenzo Bagnoli…

Ed è proprio al nome di Vincenzo Bagnoli, nonché a quello dei sodali Stefano Semeraro e Vito Bonito, che rimanda l’altra rivista di ricerca poetica bolognese, Versodove, pubblicata da Pendragon, che ha avuto una lunga e fortunata vita tra il 1994 e il 2002, per poi prendersi una lunga pausa, durata sino alla primavera del 2009.

Da allora, la rivista ha ripreso con cadenza (più che) annuale, tornando alla luce nell’aprile 2009 – con un numero 14 che segnala la ricerca di continuità cronologica e tematico-ideologica con il lavoro già svolto, in particolar modo con l’alternanza di spazi critici (In teoria) e poetici (In pratica) – e apprestandosi a una seconda uscita nell’autunno del 2010.

Da segnalare, nel primo dei due numeri del nuovo corso, l’interesse per il gruppo romano di Marco Giovenale, Giulio Marzaioli e Giuliano Mesa – a recuperare, forse, uno dei fili caduti con più facilità nella storia poetica recente di Bologna, ovvero l’antologia ákusma, curata, appunto, da Giuliano Mesa (Edizioni Metauro, Pesaro, 2000).

Nel secondo numero, invece, l’attenzione a testi di autori un poco più giovani dei precedenti, come Mariangela Guatteri, Alessandro Raveggi e Fabiano Alborghetti, si unisce a recuperi importanti, come quelli dello stesso Vitaniello Bonito e di Giancarlo Sissa, traduttore dallo spagnolo di Luis García Montero (autore ancora poco conosciuto, come molta altra poesia spagnola contemporanea, in Italia).

Versodove, dunque, fa ritorno alla carta stampata, così come Stilos, un anno fa, e Alfabeta, ora Alfabeta2, nella primavera di quest’anno (interessante trait d’union con Alfabeta2, l’intervento di Andrea Inglese sul secondo numero di Versodove): si è di fronte, con tutta probabilità, a una tendenza ampia e generalizzata, che, oltre alla riconquista dello stampato tipografico (sintomatica nel caso del passaggio al cartaceo del collettivo poetico Sparajurij, conAtti Impuri, nel 2010), ha determinato la nascita di nuove aggregazioni.

E questo anche nel caso di Bologna, dove il Gruppo Scrittori Bolognesi, presieduto da Stefano Tassinari, ha fondato la rivista apoditticamente chiamataLetteraria (al momento, con un solo numero in campo, decisamente più orientata verso la narrativa che verso la poesia).

Versodove e Letteraria, in particolare, hanno avviato, negli ultimi tempi, un interessante dialogo: il 2 dicembre 2009, ad esempio, hanno dato vita, insieme ad Argo, a un incontro a tre presso la Libreria Modo Infoshop di Bologna, in via Mascarella 24/b, significativamente intitolato “Il ritorno delle riviste viventi”.

Alla luce di quanto esposto finora, tale condizione (apparentemente zombificata, e in realtà superstite) potrà essere esplorata con profitto dalle riviste presenti e future, tenendo presente: la scarsità di pubblicazioni che si è avuta tra il 2005 e il 2009; l’importanza delle riviste uscite dall’ambito universitario e che hanno riproposto le modalità, sempre abbastanza vergini, della critica militante; la nascita di nuovi interlocutori culturali nella città, anche e soprattutto nello spazio, ultimamente vituperatissimo, dei centri di socialità giovanile; la mancanza di esperimenti interdisciplinari, non solo poetici, e di qualità, che raccolgano il testimone di Radiofrontiera; la mancanza di un humus poetico locale da coltivare; l’assenza di elaborazioni poetico-politiche che continuino o anche divergano dal tracciato roversiano.

Tutto ciò, per uscire finalmente dalla quarantena, dall’eremitaggio, riconquistare le piazze del degrado e andare finalmente verso dove….

Completare a piacere, non per costrizione, o per dovere.

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