The Square | di Ruben Östlund | recensione di Enrico Carli

Genere: commedia
Durata: 142 min.
Cast: Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary
Paese: Svezia/Germania/Francia/Danimarca
Anno: 2017

Siamo tutti invitati a entrare nella piazza. Solo che a differenza di quanto recita la targhetta dell’installazione (un invito alla solidarietà e alla fiducia), potremmo trovarci all’interno di un quadrato nel quale i virtuosi sono lasciati soli a se stessi come chiunque altro. Il regista svedese Ruben Östlund, che in Forza maggiore aveva invertito l’ordine delle priorità (il titolo, più che alla valanga, si riferisce alla fifa del protagonista), con sguardo distaccato e una buona dose di sarcasmo, preferisce inquadrare le risibili piccinerie della specie. La maniera con cui si mercanteggia sempre qualcosa, ivi compresi i buoni propositi, come manifesto della fumosità delle intenzioni e del loro disvelamento.     

La risata è quasi intertestuale, anziché rimandare però a un testo letterario rimanda al contesto dell’arte contemporanea, e, pur essendo lo stesso Östlund l’autore dell’opera che nella finzione viene attribuita a un’artista argentina (l’opera “The Square” è permanente nella piazza di Värnamo), il regista sembra voler ammiccare a tutti coloro che guardano con sospetto all’arte relazionale e al suo corredo simbolico. Non lo fa fino in fondo: perché l’ingenuità con cui il curatore protagonista vuole crederci è probabilmente anche la sua, che è autore della sceneggiatura, eppure così come Christian annaspa tra le contraddizioni (che diventano virali per tramite della cattiva pubblicità e del cicaleggio che ne deriva) Östlund si rifugia nel grottesco per trasporre cinematograficamente una contemporaneità autoreferenziale che non potrebbe darsi altrimenti. Al di là della misantropia con cui questo genere guarda al mondo, c’è forse un rigore morale svilito dalla stessa critica che pone a un’etica frustrata e assurda quanto i suoi attori sociali. Che siano padri che smettono il ruolo di genitore con tutta l’urgenza del panico (Forza Maggiore), o baby-gang che invertono i ruoli accusando il soggetto della rapina (Play), il condizionamento sociale e il suo intempestivo rilascio sono al centro dello sguardo dell’autore, e in The Square la mostra d’arte contemporanea mette proprio l’accento su quest’ultima parola. Che cos’è il contemporaneo? In alcune riflessioni intitolate proprio con questa domanda il filosofo Giorgio Agamben provava a darci una risposta: […] contemporaneo è colui che percepisce il buio del suo tempo come qualcosa che lo riguarda e non cessa di interpellarlo, qualcosa che, più di ogni luce, si rivolge direttamente e singolarmente a lui. Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.

Ma facciamo un passo indietro: Christian (l’ottimo attore danese Claes Bang), il curatore della mostra di arte contemporanea allestita presso il Palazzo Reale di Stoccolma, subisce un furto nei caotici giorni della première. Nel tentativo di recuperare gli oggetti perduti s’imbarca in un’impresa dai risvolti tragicomici, e trascura così il suo ruolo di supervisore, il lancio pubblicitario della mostra fa scandalo e lui non se ne avvede. Intanto il giorno dell’inaugurazione si avvicina.  

Il focus sul mondo dell’arte contemporanea si presta dunque non solo allo spaccato di elitarismo e denaro che gli gravita intorno, contrapposto a quello dagli onnipresenti mendicanti in cui Christian s’imbatte in centro (ignavi e pretenziosi quanto i ricchi borghesi) e al quartiere criminale dov’è situato il palazzo in cui va in cerca del suo cellulare, ma anche a un discorso che sconfina al di là del museo coinvolgendo la piazza di cui ognuno fa parte. La pubblica opinione, di fronte a dei valori diventati un mucchietto di polvere e macerie come i cumuli esposti in una sala del museo, più che respingere il provocatorio spot di lancio della rassegna (che ricorda molto da vicino quello delle merendine-meteorite di cui si è discusso in Italia), potrebbe forse fare ammenda delle sue stesse “esplosive” contraddizioni (anziché quadrato all’interno della presunta integrità da cui guarda al resto del mondo). Il video lancio, infatti, spopola su internet, e poco importa della malafede degli ideatori che sopperiscono alle poche idee con la dissacrazione, la regola promozionale del “bene o male, purché se ne parli” è onorata. L’opinione pubblica crea e distrugge, e spesso fa le due cose simultaneamente.     

Ma per fortuna Östlund non è esplicito, preferisce semmai svagarsi mentre il racconto si prende la libertà di diramare senza farsi sermone, alternando tensioni interiori (e conseguenti tentativi di riscatto) a siparietti corrosivi sulla commedia umana. Nel suo metodo di ripresa europeo c’è tutta la distanza stilistica e ideologica dal campo e controcampo americano. Con l’occultamento di alcune reazioni ottiene tensione e realismo, e – alla maniera del nostro Sorrentino – Östlund inserisce musiche elettroniche stilose (Justice, Fedde Le Grand) come commento musicale diegetico alla storia. Tra gli attori, oltre al già citato Claes Bang, sono degni di nota l’americana Elisabeth Moss (la Peggy Olson di Mad Men) e lo “scimmione” Terry Notary, protagonista di una scena madre da antologia, costruita nella precedente riproposizione maxischermo dell’antenato che darà una scossa di animalesca autenticità agli ingessati evoluti. Palma d’oro al Festival di Cannes.

 

 

 

 

 

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