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All that Percussions! (I CD del Conservatorio di Musica di Vicenza, 2009)

“Quando non si ascolta «per ascoltare musica» è in modo percussivo che si sentono, l’uno dopo l’altro i suoni reali. Questo dovunque, in casa e fuori, in città e fuori città. Su questo pianeta soltanto?” Con questa domanda John Cage apriva nel 1989 “Le Percussioni” (EDT/SidM, Torino), il voluminoso tomo di Guido Facchin arricchitosi nel 2000 di una seconda prefazione, questa volta di Mauricio Kagel. Il disco All that Percussions!, nato dalla collaborazione tra il percussionista veneziano e il Conservatorio di Musica di Vicenza, si apre con il Concerto for Violin with Percussion Orchestra (1959) di Lou Harrison (1917-2003) in cui, dall’inizio alla fine, il violinista suona solo tre intervalli melodici (la seconda minore, la terza maggiore e la sesta maggiore), dove anche gli inizi delle frasi sono collegate tra loro da uno di questi intervalli. Compositore simbolo della West Coast, dopo un apprendistato incentrato su una libera interpretazione del serialismo schoenberghiano, Harrison si avvicina alla musica giavanese e coreana adottandone gli strumenti tipici e i sistemi scalari non temperati.

Scritto nel biennio 1972-73, il suo Concerto for Organ with Percussion Orchestra (1973)[1] risente dell’influenza delle orchestre indonesiane, le cui sonorità sono ricreate da unensemble strumentale composto da pianoforte, celesta, glockenspiel, vibrafono, campane tubolari e gong, dando vita a un gamelan tutto californiano. In questo concerto inciso per la seconda volta da Pierpaolo Turetta (la prima registrazione è reperibile nel disco “A Homage to Lou Harrison, Vol. 4”, Dynamic, 2001), organista perfezionatosi a Ginevra con Lionel Rogg, è richiesto all’interprete di colpire i manuali con dei blocchi di legno rivestiti di feltro, generando clusters e ampi scarti sonori mentre l’accompagnamento orchestrale si lancia in fragorose digressioni metalliche.

Decisamente meno interessante e condito con clichés di maniera tra il classico e il latineggiante è il Concerto per Marimba e Ensemble di Percussioni del brasiliano Ney Rosauro(1952), lavoro, benché più recente dei precedenti, legato a formule compositive per certi versi più tradizionali. Composto nel 1986 a Brasilia per marimba e orchestra d’archi, è la più popolare delle sue opere, riveduta tre anni dopo in una versione per ensemble di percussioni.

Tutt’altro stile quello del compositore statunitense Leroy Anderson (1908-1975) che diventò celebre grazie a una serie di piacevoli brani dal taglio piuttosto conciso destinati però a diventare dei grandi successi commerciali, spesso resi illustri anche dal mondo del cinema. È questo il caso di The Typewriter (1950), una brevissima composizione novelty per macchina da scrivere e orchestra (dura meno di due minuti!), immortalata nel cinema da Jerry Lewis in una celeberrima scena del film Who’s Minding the Store (1963). Anderson, che parlava ben nove lingue (durante la seconda guerra mondiale lavorò al Pentagono come interprete), oltre ad essere un abile compositore, si trovava ugualmente a suo agio al pianoforte, al trombone, all’organo e al contrabbasso dimostrandosi altrettanto esperto anche nella direzione. Un accordo della casa editrice Leroy Anderson Classic ha permesso al percussionista tedesco Peter Klemke di realizzare una trascrizione di The Typewriter per güiro/Glockenspiel (al posto della macchina da scrivere), xilofono solista e quartetto di marimba. Per rendere più realistica la trascrizione, Guido Facchin ha sostituito il güiro e il Glockenspiel, con una originale e antica macchina da scrivere Triumph, restando così fedele alla partitura originale.

Il disco si chiude con Maurice Ohana (1914-1992), compositore e pianista francese di origine sefardita, uno dei grandi dimenticati del secolo scorso. Influenzato dai microintervalli presenti nel cante jondo andalusiano, è ricordato oggi soprattutto come pioniere nel campo della microtonalità e per il largo impiego nelle sue opere di terzi e quarti di tono. I quattroÉtudes choréographiques (1955), di cui esistono due versioni (la prima, per quattro esecutori, fu sostituita da una seconda per balletto e sei percussionisti), nascono da una commissione di Radio de Hambourg per la danzatrice Dora Hoyer che suo marito, percussionista, accompagnava nelle tournées. Nato in Marocco e cittadino inglese fino al 1976, prima di dedicarsi completamente alla musica, Ohana è inizialmente orientato verso lo studio dell’architettura. In seguito sarà allievo di Alfredo Casella a Roma dove rimarrà per due anni, fino al suo rientro in Francia nel 1946 per dare vita al gruppo Le Zodiaque (1947), in contrapposizione al romanticismo della Jeune France, alla dodecafonia e alle altre correnti imperanti all’epoca.

Guido Facchin (direttore); Enrico Balboni (violino); Pierpaolo Turetta (organo); Davide Zaniolo (Marimba, Xilofono) – www.consvi.org

 

Paolo Tarsi


[1] Per gentile concessione delle Edizioni Peermusic Classical, New York – Hamburg (www.peermusic-classical.de), edizioni presso cui la partitura è reperibile.

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