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Andy Warhol Music Show, Bianca Martinelli, Castelvecchi, 2011

andy-warhol-music-showIn Andy Warhol Music Show (Castelvecchi, 16 euro) ritroviamo raccolta tutta la produzione “musicale” firmata dal genio della Pop Art, dalla storica banana del celeberrimo Lp dei Velvet Underground & Nico, fino all’artwork dedicato ai Rolling Stones di “Love You Live”, passando per immagini meno note come quelle create per Loredana Bertè e Miguel Bosè, o per nomi del jazz del calibro di Thelonious Monk e Kenny Burrell, arrivando fino ad Aretha Franklyn e John Lennon.Secondo l’architetto olandese Ben van Berkel tutta la produzione di Andy Warhol, l’esponente di punta della Pop Art americana considerato ancora oggi tra i più celebri artisti del XX secolo, è legata all’astrazione dei suoi quadri di Rorschach. Per il principale esponente di UNStudio «se si riesce a comprendere bene queste opere, si può capire tutta la sua produzione, perché ha rappresentato la finzione dell’immagine: è un evento che emerge, succede, accade, come per caso, come un incidente». Una finzione dell’immagine che intende offrire uno spunto di riflessione sulla comunicazione di massa e sul ruolo dell’arte nella società. Opere come gli Space Fruits, i Carton Box, i Flowers e le famose Campbell’s Soup Cans ben rappresentano questo spirito e trasmettono quel principio della Pop Art secondo il quale anche l’oggetto artistico deve essere trattato come un bene di consumo.

E a queste opere si affiancano certamente i numerosi ritratti-icona delle personalità politiche e del mondo artistico degli anni Sessanta e Settanta, da Mao Zedong a Marilyn Monroe, da Lenin a Liza Minnelli, così come la progettazione delle numerose copertine musicali di Warhol a cui è dedicato questo libro di Bianca Martinelli. Anche se il testo presenta comunque alcune imprecisioni proprio di carattere musicale – Carlos Chávez viene erroneamente descritto come un musicista jazz (è stato in realtà uno dei principali compositori messicani improntato a una sorta di futurismo musicale socialista), mentre Il lago dei cigni e Daphnis et Chloé, non sono due opere liriche ma due balletti su musiche, rispettivamente, di Tchaikovsky e Ravel – questa pubblicazione si presenta come un lavoro originale, piacevole da sfogliare, in cui le immagini sono accompagnate da ampie didascalie, il tutto arricchito da una dettagliata introduzione.

La prima copertina realizzata da Warhol risale al 1949, mentre l’ultima è del 1987, l’anno della prematura scomparsa dell’artista, in una progettazione che abbraccia tutto l’arco della sua vita e che avvalora l’ipotesi – come osserva la giovanissima autrice – di una effettiva presenza di un’evoluzione stilistica all’interno di questa produzione, un vero e proprio «filone artistico qualitativamente completo e complesso». Sfogliando queste pagine si ritrovano copertine che hanno fatto la storia di questo genere, come quella per il disco del 1953 della NBC Symphony Orchestra diretta da Arturo Toscanini e dedicato all’Overture del Guglielmo Tell di Gioachino Rossini in cui un’abbagliante mela rossa viene trafitta da una freccia nera, fino ai fotogrammi ripetuti in serie dei Fab Four per la cover di “Hard Day’s Night”, il terzo album dei Beatles, o quella di “Sticky Finger”, l’album del 1971 degli Stones, che nella sua versione originale presentava un paio di blue jeans con tanto di chiusura lampo che, una volta tirata giù, metteva in mostra un paio di mutande, quelle del modello Joe Dallesandro. Lo stesso modello, poi, sarà ritratto da Warhol sulla copertina dell’album d’esordio degli Smiths. E continuando nella lettura si scopre che altre ancora figurano sui dischi di Count Basie o dei Notturni di Chopin (nell’interpretazione del pianista polacco Jan Smeterlin), arrivando fino agli anni Ottanta, quando il lavoro di Warhol si caratterizzerà per le contrapposizioni cromatiche, una tendenza anticipata già nel ‘76 per l’album “The Painter” di Paul Anka.

«Sull’esempio di Warhol – scrive l’autrice – molti altri artisti tentarono la strada della Cover Art come veicolo efficace alla diffusione della propria arte ma, se per la maggior parte di questi artisti l’incursione nella discografia rappresentò solo una parentesi del proprio percorso artistico, per Warhol è più corretto parlare di una produzione a tutti gli effetti parallela a quella più propriamente destinata alle gallerie. Nel corso di quasi quarant’anni di attività i risultati furono copertine che godettero di un’eco vasta, al punto che, ancora oggi, informano il nostro immaginario collettivo». Conquistando, certamente, ben più dei famosi quindici minuti di celebrità.

 

Paolo Tarsi

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