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Daniel Libeskind, Breaking Ground, Sperling & Kupfer Editori, 2005

14-87«Un grande edificio, proprio come la grande letteratura, la grande poesia o la grande musica, racchiude in sé la storia dello spirito umano». In questo libro nato dalla collaborazione con Sarah Crichton l’architetto Daniel Libeskind traccia il suo percorso umano e artistico raccontando la genesi di alcuni dei suoi lavori più significativi, dal Museo ebraico di Berlino e la Felix Nussbaum Haus fino alla Memory Foundations, il progetto che sorgerà a Manhattan sopra le ceneri del World Trade Center. Daniel Libeskind nasce a Łódź, in Polonia, nel 1946. Dopo aver trovato rifugio in Israele, dove vive tre anni in un kibbutz con i suoi genitori, sopravvissuti entrambi allo sterminio nazista, nel 1959 si trasferisce nuovamente, questa volta negli Stati Uniti, nella città di New York, per ottenere all’età di diciannove anni la nazionalità americana.

«Mia moglie Nina è convinta che i miei blocchetti per appunti preferiti siano i tovaglioli e gli asciugamani di carta, o qualsiasi altra cosa mi capiti a portata di mano. Ma si sbaglia. In realtà prediligo la carta da musica per la geometria delle linee». Una scelta di certo non casuale dato che Libeskind ha sfiorato una brillante carriera da fisarmonicista. «Tutti si aspettavano che sarei stato musicista» – si legge in questa sua autobiografia, Breaking ground. Un’avventura tra architettura e vita – «e in effetti ero una sorta di bambino prodigio, un suonatore di fisarmonica così bravo da ottenere una borsa di studio dalla prestigiosa America-Israel Cultural Foundation (AICF). Conservo tuttora la recensione di un recital tenuto in una sala da concerto di Tel  Aviv in cui suonai accanto a un giovane Itzhak Perlman». Le sue doti erano talmente notevoli da spingere il grande violinista russo Isaac Stern a consigliargli di passare al pianoforte dato che aveva già esaurito tutte le possibilità tecnico-espressive della fisarmonica. Purtroppo la sua condizione di apolide gli impediva di dedicarsi a uno strumento così difficile da trasportare, favorendo la scelta verso uno strumento decisamente più maneggevole. Inoltre i suoi genitori temevano che se li avessero visti trasportare nel loro appartamento un pianoforte sarebbero potuti diventare un facile bersaglio degli antisemiti. Ma presto Daniel decide di mettere da parte la sua passione per la musica quando si manifesta in lui un forte interesse per l’architettura, un coinvolgimento tale da portarlo a dedicarsi completamente allo studio di questa disciplina.

Negli anni Ottanta Libeskind elabora una sua teoria che lo conduce a rivolgere la sua attenzione verso una critica dei codici convenzionali dell’architettura, arrivando così all’elaborazione di un linguaggio del tutto personale. Nelle sue opere la storia sarà sempre presente in vari modi, costituendo ogni volta un elemento essenziale nella fase della progettazione di un nuovo lavoro. L’obiettivo dichiarato di Libeskind è quello di parlare il linguaggio dei nostri tempi nel rispetto del passato: «cerco di costruire ponti verso il futuro fissando il passato con occhi limpidi». È convinto, infatti, che la prima immagine che ci viene in mente nel momento in cui pensiamo a un determinato periodo storico o a una civiltà, sia quella di un’opera architettonica, con il suo bagaglio di tensioni, attese e speranze che riflettono il tempo in cui è stata costruita.

Libeskind si impone all’attenzione del grande pubblico nel 1988 con la sua partecipazione alla mostra “Deconstructivist Architecture” al MoMA di New York, quando la sua architettura sposa definitivamente il linguaggio del decostruttivismo. Per la prima volta, in questa mostra si afferma perentoriamente questo nuovo movimento architettonico, che trae origine dal pensiero del filosofo francese Jacques Deridda. Decostruendo ciò che è costruito prendono vita volumi deformati, forme decomposte, disarticolate, fatte da frammenti, l’oggetto viene smembrato e le sue parti sono scomposte per poi essere assemblate secondo nuove regole, alternative rispetto a quelle convenzionali: si decostruisce per ricostruire. «Il mio lavoro prende il via da alcune considerazioni insanabili tra il metodo, l’idea e il desiderio» – spiega l’architetto – «è come avere un milione di pezzi di mosaico che non compongono la stessa figura, che non potranno mai essere assemblati e costituire un’unità, poiché non provengono da un insieme unitario. Non si tratta di costruire nel senso cubista del termine, vale a dire di mettere insieme elementi omogenei, bensì di costruire nel senso di assemblare cose eterogenee».

Libeskind è chiamato a progettare edifici per grandi istituzioni culturali e per privati, musei e sale da concerto, fino a centri congressi, università, residenze, hotel, centri commerciali e ville. Realizza anche scenografie per opere liriche di Wagner e Messiaen – il Tristan und Isolde e il Saint François d’Assise –  dando vita inoltre a un Dipartimento di ricerca di Industrial design. Nel 1986 fonda a Milano “Architecture Intermondium”, un istituto privato per l’architettura e l’urbanistica, di cui sarà direttore per i primi tre anni. Numerosi i riconoscimenti da tutto il mondo tra cui il Berlin Cultural Prize, l’American Academy of Arts and Letters, la Goethe Medal, l’Hiroshima Art Prize e il Dottorato Onorario all’Università di Toronto.

 

Paolo Tarsi

         

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