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David Lang, Child, Cantaloupe Music (2003)

41FLLCDfnIL._SL500_AA300_È oramai un dato di fatto innegabile che oggi la ‘musica di qualità’ provenga dagli ambienti stilistici più disparati, esprimendosi attraverso linguaggi sempre più diversificati, spesso ad opera di personalità dalla formazione più varia possibile. Ma se da un lato sono pochissimi gli scrittori che guardano con scetticismo stereotipato la letteratura cyberpunk di William Gibson e Bruce Sterling, o ancor meno i pittori che considerano Keith Haring un semplice disegnatore di figure standardizzate, sembra quasi surreale riscontrare ancora oggi l’esistenza di compositori e musicisti reazionari, figure quasi irreali che sembrano provenire da Naufana o Ghadis, le ultime due delle sei città della notte rossa di Burroughs, dove niente è vero e perciò tutto è permesso. David Lang e l’ensemble Sentieri Selvaggi incarnano l’esigenza di una cultura musicale che sia allo stesso tempo ‘colta’ e ‘pop’, in grado di protendersi verso l’ascoltatore invadendo lo spazio della sua esistenza urbana, dimostrandosi al tempo stesso in grado di manifestare, proprio come i dipinti di Rauschenberg, così capaci di andare oltre il piano del quadro, il disagio dell’individuo nell’uniformità delle società di consumo.

Nella sua accezione comune il termine – quanto mai convenzionale – ‘musica classica’ nasconde più insidie di quanto si possa immaginare. Un codice errato al quale l’immaginario collettivo risponde reagendo in maniera del tutto simile ai cani di Pavlov, associando i loro riflessi – questi sì, quasi irrimediabilmente condizionati – con lo stimolo dell’elemento stilistico ‘classico’ alla figura del genio irripetibile, il non plus ultra per ogni parruccone ben incipriato. «Molti pensano che comporre sia qualcosa che ha a che fare con il genio, un qualcosa di misterioso e irrazionale. In realtà la composizione si preoccupa solo dell’innovazione, e questa è una cosa completamente diversa» – afferma il compositore statunitense, in un’intervista tratta dal libro “Musica Cœlestis” di Carlo Boccadoro, che un attimo dopo ribadisce la necessità di «avere la capacità, e la possibilità, di poter creare sempre qualcosa di nuovo». E a proposito del suo ensemble, il Bang on a Can All-Stars, fondato insieme a Michael Gordon e Julia Wolfe per il festival newyorkese Bang on a Can, Lang afferma: «ci interessava molto, inoltre, far ascoltare questa musica a un pubblico che normalmente non seguiva la musica contemporanea, e tra queste persone c’erano anche i nostri colleghi scrittori, pittori, poeti. Ci eravamo accorti che la musica contemporanea non era affatto considerata da questi artisti, tutti erano veramente aggiornati su ciò che di nuovo avveniva negli altri campi artistici ma quando si parlava di musica costoro conoscevano solo la musica pop o le canzoni di Joni Mitchell».

Proprio come i romanzi di William Burroughs o i graffiti di Haring, la musica di David Lang propone un nuovo tipo di integrazione attraverso il sovrapporsi di mondi che erano fino a poco tempo prima formalmente separati, unendo la tradizione eurocolta dei secoli passati e la musica contemporanea con il jazz e il moderno pop underground, la delicatezza rococò di Sweet air con le sonorità metalliche quasi ambient di Little Eye. Combinazioni impensabili nell’era pre-Andriessen. Dalla hendrixiana Are You Experienced? (1987) alle rivisitazioni dei brani di Lou Reed – Heroin e I’m Waiting for the Man (entrambe del 2002) –, la musica di Lang, si basa su continui spostamenti di piccole cellule ritmiche, microunità che inglobano elementi di un minimalismo ricco di dissonanze in cui pulsazioni martellanti e insistenti si alternano a frame di improvvisa quiete, per riprendere poi con loop dalla violenza spesso ossessiva. Forse oggi solo il pop non è più ‘pop’.

My Very Empty Mouth / Sweet Air / Short Fall / Stick Figure / Little Eye

 

Paolo Tarsi

         

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