Press "Enter" to skip to content

Frederic Rzewski – John Adams, Piano Works | Stradivarius 2006 | Emanuele Arciuli (pf)

51MRHL-ZNGL._SL500_AA280_Un compositore granitico, sonorista. Aperto a forme di teatro collettivo e a episodi di improvvisazione orgiastica. Avanguardia e postmoderno. Poetiche gestuali e sfoggio del virtuosismo. ‘People’ process in cui ogni musicista abita il suo tempo accanto ad alchimie languide e spregiudicate. Beethoven+Monk+Steve Lacy(+?). Tutto questo è Frederic Rzewski. Roma 1966. Da una collaborazione tra compositori americani stabilitisi in Italia nasce Musica Elettronica Viva. Compare una nuova generazione di compositori-esecutori di musica elettronica dal vivo, per la prima volta riuniti in un collettivo. Nuove implicazioni del live electronics di cui si fanno portavoce accanto a Rzewski, Richard Teitelbaum, Alvin Curran e Allan Bryant. 

Come Rzewski, anche John Adams si muove nell’alveo delle sperimentazioni elettroniche esibendosi nelle librerie, in vecchi magazzini, nelle soffitte e nei cunicoli sotterranei di San Francisco. Musica, neanche a dirlo, decisamente undergroundFour Pieces e Phrygian Gates, due opere del 1977, entrambe con effetti timbrici di experimental ‘dripping’-music, che con il graduale accavallarsi delle frequenze in gesti-macchie di Action-‘Playing’ si allargano su superfici sonore dalle dimensioni sempre più ampie creando una musica che si fa “spazio”. Ecco cosa accomuna i Four Pieces di Frederic Rzewski con i Phrygian Gates di John Adams.

Four Pieces sono un polittico in quattro movimenti, una sorta di sonata in cui i singoli tempi ritraggono delle composizioni autonome, degli assemblaggi a sé. Affiorano motivi popolari andini, echi di Schoenberg qua e là (in particolare dall’op. 11 e dall’op. 23), reminiscenze della Première Sonate pour Piano di Boulez – Rzewski, non dimentichiamolo, è stato un eccezionale interprete delle più complesse pagine pianistiche non solo di Boulez, ma anche di Stockhausen e Anthony Braxton –, accanto a pulsazioni ritmiche implacabili e ossessive unite a schegge di violenza percussiva che inonda, ad intermittenza carsica, l’intera estensione della tastiera (o si dovrebbe dire le tastiere?) in modo vertiginoso e febbricitante. Certo, benché lontani dalla moltiplicazione dei pentagrammi di alcune composizioni tastieristiche di Xenakis (quali Gmeeoorh o Khoaï), l’interprete ideale potrebbe comunque rivelarsi una divinità indù a più braccia. Una Kali o uno Shiva danzante ad esempio. Una terza mano sembra essere proprio indispensabile anche secondo il pianista-compositore americano David Burge.

Considerata ufficialmente l’“opera prima” di John Adams, la composizione di Phrygian Gates prese il via in un minuscolo cottage vicino alla spiaggia californiana, dove Adams aveva trasportato un vecchio pianoforte in stato d’abbandono. Insieme a China Gates, “il suo gemello più breve”, Phrygian Gates segna l’iniziazione di John Adams al minimalismo più fluttuante. Ma un passo indietro. Chuggah, chuggah, chuggah. Rapidi colpi d’archetto reiterati avevano rimbalzato nell’inverno del 1976 all’interno della Site Gallery, la piccola galleria d’arte di San Francisco affacciata su Mission Street. Le corde dei tre violini avevano creato in Wavemaker – come ricorda lo stesso Adams – qualcosa di simile a “onde estatiche di energia allo stato puro”. In seguito Wavemaker fu riadattata per sette strumenti ad arco (e successivamente anche per orchestra d’archi), fino a trasformarsi in Shaker Loops. «Incominciai a pensare ad altri modi in cui tradurre la mia fascinazione per la metafora delle onde» – si legge in Hallelujah Junction, l’autobiografia di John Adams – «immaginai che ciascuna mano del pianista, indipendente dall’altra, fosse una generatrice di onde».

In realtà le “onde” erano estesi motivi ripetuti su vaste strutture architettoniche che cambiavano forma al procedere della musica. Un ostinato di figurazioni ondeggianti che contempla lo spirito hippie in perfetto stile West Coast, l’irriverenza underground di un Robert Crumb, In C di Terry Riley, Howl e On the Road di Ginsberg e Kerouac, il jazz e i ritmi insistenti e martellanti del rock e l’essenzialità del suo linguaggio armonico. Cancelli frigi di onde acustiche su lunghe sequenze riproposte mentre un turbine di particelle atomiche si muove avanti e indietro dal modo lidio a quello frigio, tra linee elettriche che ricordano i cablaggi difettosi della musica elettronica di fine anni Settanta, circuiti – gate, appunto – e periodi interstiziali in cui l’accesso all’interprete può essere, come spiega Arciuli, «strettissimo e talvolta invisibile, ma poi – una volta entratoci – lo spazio si rivela confortevole».

 

Paolo Tarsi

         

Condividi