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Giovanni di Iacovo, La sindrome dell’ira di Dio, Zero91

copertina_la_sindrome_dellira_dio_400x600-400x350Liebe è una squillo, ha un occhio solo e non sa come ha perso l’altro: una porzione giovanile della sua vita, un rapimento, è caduta nell’oblio dei non ricordi. Magloire è una strega haitiana, ma anche una diva televisiva britannica, detentrice del Quarto segreto di Fatima: l’antidoto all’HIV, inciso nel suo cranio dalla Dea Erzulie. La Repubblica Democratica di Victor Lockwood è una micronazione londinese, fondata sul principio vitale della biodiversità, patria di anormali, freaks, omosessuali, trans, e “deviati” di ogni genere; Whiteford è una micronazione in suolo statunitense, votata al principio fondamentalista della normalità (bigotta, bianca e ipocrita), fondata dal creatore dell’HIV (nome in codice: Sindrome dell’Ira di Dio, perché pensata per colpire i peccatori, gli “anormali”).
 Liebe è alla ricerca del suo passato, un passato che a quanto pare coinvolge Victor Lockwood in persona, che in una lettera si rivolge a lei come a l’unica donna mai amata; la comunità da lui fondata la accoglierà in modo ambiguo, e la coinvolgerà nel recupero del cranio della defunta Magloire, preziosissima risorsa per tutti i malati di Aids, trafugato a Whiteford. Tra personaggi assurdi da freak show (dietro i quali si possono benissimo nascondere celebrità in declino), ambientazioni esagerate e carnevalesche, o all’opposto, paesani normali oltre il limite dell’ottusità, abitanti di una cittadina costruita senza la minima verve, Liebe ritroverà se stessa e il proprio ruolo, incontrando finalmente l’amato Victor impegnato nel più grande esperimento sessual-scientifico di tutti i tempi.
Quasi una fiaba, se non fosse così “underground”. Quasi comico, se non fosse così grottesco. Quasi pulp, se non fosse così surreale. La sindrome dell’ira di Dio è un romanzo agile, spassoso quanto può esserlo nella sua crudezza e geniale nella capacità di mescolare generi, di far collassare realtà e finzione: l’assurdità della vicenda viene continuamente messa in dubbio dalle note a piè pagina, riportanti informazioni di approfondimento, spesso strampalate ma a volte di una serietà disorientante. Giovanni di Iacovo non si risparmia dal coinvolgere la pop-sfera, defraudando a piene mani lo showbiz dei suoi protagonisti, riciclando star dello spettacolo come Paris Hilton o Robbie Williams, coinvolgendole loro malgrado nel calderone ipercolorato del suo romanzo. Capitoli brevi (con tanto di brano musicale consigliato), repentini passaggi dalla prima alla terza persona, cruda nonchalance nel trattare le assurdità sono i tratti distintivi di un romanzo che ha la portata di un cult e la vocazione di un manifesto.
Giovanni di Iacovo (1978) è vincitore di numerosi premi, ricercatore in Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università di Pescara, direttore del Festival Adriatico delle Letterature. Tra i suoi scritti: Sognando una cicatrice (Castelvecchi, 2000), Sushi Bar Sarajevo (Palomar, 2007), Biancaneve e i sette operai Thyssenkrupp (Neo, 2008), Tutti i poveri devono morire (Castelvecchi, 2010). La critica lo ha definito “figlio illegittimo di Palahniuk e Ballard”.
Simone Colombo
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