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Isang Yun, Werke III: Early Orchestral Pieces | International Isang Yun Gesellschaft e.V. – IYG 003, 2004

CD31“Io vivo con quel che è prezioso, il cuore, il paesaggio, l’antica cultura, vivo dei vecchi ricordi della mia giovinezza. La mia fonte musicale sgorga di lì. In questo senso la Corea è così lontana e tuttavia così vicina”. Con queste parole Isang Yun (1917-1995), il più illustre tra i compositori coreani nonché uno dei principali protagonisti della seconda metà del Novecento, descrive l’essenza poetica della sua musica: le radici nella sua terra d’origine, il rapporto con la natura, l’universo dei suoni e la filosofia orientale.

Cresciuto all’ombra del duro scontro con l’imperialismo nipponico, lottando per la difesa dell’identità del proprio popolo Yun matura una forte coscienza politica che diventa ben presto un dato imprescindibile sia nelle sue scelte di vita, sia in quelle artistiche. Fu proprio durante il suo periodo di permanenza in Giappone, dove si era recato per approfondire lo studio della musica occidentale, che sentì, di fronte all’oppressione subita dai numerosi coreani deportati, la necessità di un impegno politico.

Nel 1955 lascia la Corea per studiare in Europa, prima a Parigi, poi a Berlino, dove apprende le tecniche dodecafoniche da Josef Rufer. Sospettato di essere una spia della Corea del Nord, nel 1967 fu rapito dagli agenti del regime sudcoreano di Chung Hee Park scontando due anni e mezzo di detenzione, torture e una condanna all’ergastolo per la quale fu graziato solo in seguito alle proteste internazionali e al massiccio intervento di eminenti musicisti e intellettuali, per rientrare in Germania nel 1969 come rifugiato politico. L’attività compositiva continuò anche in carcere dove proseguiva i suoi studi sulle tecniche compositive occidentali riflettendo allo stesso tempo sulle implicazioni che il Tao, concetto cosmologico fondamentale della filosofia asiatica, comportava nella sua musica.

Bara (1960) è il primo lavoro orchestrale composto da Yun in Europa. Prende il nome da uno strumento a percussione coreano (bara o para). Seguono Symphonische Szene (1960) per grande orchestra, Colloïdes sonores (1961) per orchestra d’archi e Loyang (1962) per complesso da camera. Come in Colloïdes sonores, anche in Fluktuationen sono in primo piano idee compositive extramusicali prese a prestito dalla chimica. Il compositore coreano iniziò a lavorare a Fluktuationen – suo quarto lavoro orchestrale – nel 1963 concludendo la partitura a Berlino nel marzo del 1964.

In Réak (1966), che trova ispirazione da un cerimoniale coreano, Yun riproduce il suono dello Sheng (o Saeng), il caratteristico organo a bocca dell’estremo Oriente, strumento tipico della tradizione  e del Gagaku, noto in Giappone con il nome di Shō. All’organo europeo Yun dedica due brani solistici Tuyaux sonores (1966) e Fragment (1975), includendo inoltre lo strumento in Vom Tao (1972/1982), An der Schwelle (1975) e in Dimensionen (1971). Qui tre mondi sonori fluiscono come immagini di cielo (secondo la mitologia orientale l’organo è l’autentico rappresentante del cielo), terra e uomo (delineato dalle sonorità dei legni), in cui il suono degli archi è simbolo di purezza, mentre quello dei timpani e degli ottoni ritrae l’aspetto demoniaco e distruttivo.

Il testo di Namo (1971) per tre soprani e orchestra è basato su formule di preghiera del Buddhismo Mahāyāna. I tre soprani colpiscono i tamburi come monaci buddisti o come sciamani durante una cerimonia. Il titolo è un termine sanscrito che significa ‘saluto’ e deriva dalle preghiere del Buddhismo Mahāyāna – Saddharmapunḍarῑka, Mahāyānasῡtrasamgraha, Sādhanamālā – impiegate liberamente come base testuale. Il breve testo fa riferimento a differenti periodi di sviluppo del Buddhismo unendo, in una forma leggermente variata rispetto i testi canonici, formule di saluto, mantra e stra.

 

Paolo Tarsi

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