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Ivan Vandor, Linee d’orizzonte (VDM Records, 2010)

Liriche con o senza voce abbracciano, in un arco di ben quarantatre anni (dal 1966 al 2009), le opere contenute in questa registrazione effettuata a cura della Produzione Radio Rai di Roma nel febbraio 2010 e di cui Ivan Vandor firma anche la copertina (aquarello 1964). Canzone di addio (1966), su testo del monaco buddista Rihaku, qui nella traduzione inglese di Ezra Pound, è «un lavoro di squisita gracilità, sommesso e sospeso, e altrettanto penetrante in profondità come un haiku», scrive Mario Bortolotto nelle note di copertina, in cui il canto, costituito di due sole note, entra dopo un’assenza di 33 battute. «L’isolamento delle singole entrate, i punti (del pointillisme) mostrano un’evidenza anche superiore al modo compositivo dello strutturalismo, divenuto già arcaico, o archeologico» (Bortolotto). 

Schwebende Sterne (1995) e Im Kristallbecken (2009) ruotano invece, rispettivamente, attorno ad otto versi di Goethe tratti da “Auf den See” e una citazione da Nelly Sachs, poetessa tedesca già fonte di ispirazione di alcune importanti composizioni di Isang Yun (Teile dich Nacht, 1980; O Licht…, 1981; Sinfonia n. 5, 1987). E non mancano due importanti complaintes: Epistolario incrociato (2004) scritto in memoria del compositore Francesco Pennisi (1934 – 2000) e In memoriam Tadeusz Moll (2007), ragazzo polacco della borghesia ebraica suppliziato in maniera atroce ad Auschwitz per essersi addormentato durante i lavori forzati.

«Si direbbe che questa musica quasi rituale accolga in sé anche motivazioni o suggestioni grafiche – pensiamo all’idea di tocco nella pittura: qualcosa che è meno evidente delle maniere tradizionali (punti, linee, colature), qui anche ridotte, quantitativamente, per acquisire un’intensità segnica che è anche più fonda. [..]. L’attenzione che tal musica richiede all’ascoltatore è senz’altro estrema: per cogliere l’individualità degli istanti e, pressoché magicamente, l’insorgente fraîcheur de crépuscule» (Bortolotto).

Nato nel 1932 a Pécs, una delle più antiche città dell’Ungheria, Ivan Vandor si avvicina alla musica a sei anni, quando inizia lo studio del violino, abbandonato due anni più tardi per il pianoforte e la composizione fino ad essere, dai 15 ai 22 anni, sassofonista jazz nella “Seconda Roman New Orleans Jazz Band” di Carlo Loffredo, dove suonerà il sax tenore. Ripresi gli studi della composizione, inizialmente con Guido Turchi, si perfezionerà in seguito all’Accademia Nazionale di S. Cecilia di Roma con Goffredo Petrassi. Dalla metà degli anni Sessanta fa parte dei gruppi d’improvvisazione “Nuova Consonanza” accanto a Franco Evangelisti (pianoforte), Roland Kayn (organo Hammond, vibrafono e marimba) ed Ennio Morricone (tromba), e “Musica Elettronica Viva” (MEV) che comprendeva musicisti come Alvin Curran, Richard Teitelbaum, Frederic Rzewski, Allan Bryant, Carol Plantamura, Steve Lacy e Jon Phetteplace.

All’attività di compositore Vandor affianca anche quella di etnomusicologo, pubblicando diversi articoli e un libro, “La Musique du Buddhisme tibétain”  (Paris: Buchet/Chastel, 1974). Nel 1971 si laurea in Etnomusicologia all’Università della California di Los Angeles (UCLA), tiene corsi universitari in Italia e negli U.S.A., compiendo inoltre ricerche e studi nelle regioni dell’Himalaya sulla musica del Buddismo tibetano. Nel 1993 rientra in Italia insegnando composizione nei Conservatori di Bologna e di S. Cecilia a Roma, città dove vive tuttora.

L’interpretazione delle pagine di Ivan Vandor contenute in questo disco sono affidate al Contempoartensemble diretto da Mauro Ceccanti e composto dai musicisti Renzo Pelli (flauti), Carlo Failli (clarinetti), Leonardo Consoli (corno), Andrea Secchi (pianoforte), Maurizio Benomar (percussioni), Duccio Ceccanti (violino), Paolo Lambard (violino), Edoardo Rosadini (viola), Alice Gabbiani (violoncello) e Vladimiro Buzi (mandolino) a cui si affiancano le voci di Keiko Morikawa (soprano) e Yael Ranaan-Vandor (contralto).

 

 In penombra (2001) per flauto, viola e violoncello / Schwebende Sterne (1995) per soprano, flauto, pianoforte e violoncello / In Memoriam Tadeusz Moll (2007) per flauto/flauto contralto, clarinetto/clarinetto basso, corno, violino, viola e violoncello / Im Kristallbecken (2009) per soprano, contralto e quartetto d’archi / Linee d’orizzionte(2003) per clarinetto, pianoforte, violino e violoncello / Canzone di addio (1966) per voce femminile, flauto, pianoforte preparato, mandolino, percussioni e viola / Epistolario incrociato (2004) per flauto, clarinetto, pianoforte, 2 violini, viola e violoncello

Ivan Vandor, Linee d’orizzonte  – 2010, VDM Records (è possibile acquistare il CD online sul sito dell’etichetta: www.vdmrecords.com); © Edizioni Suvini Zerboni-SugarMusic S.p.A.

 

Paolo Tarsi

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