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Marco Benedettelli, La regina non è blu, Gwynplaine 2012

copertina-benedettelli-definitiva-689x1024Era ancora l’inizio dell’estate, quasi sei mesi fa, quando lessi “La regina non è blu” e ora non trovo più nemmeno il libro. Questo sarebbe un altro argomento, quello che sta succedendo tra me e i libri, libri che ho amato a partire dall’adolescenza, che mi hanno fatto compagnia e mi hanno indicato mille possibili esperienze di vita e ora si allontanano.

Amo i libri, o meglio le storie, amo meno l’industria, l’editoria e il tagliare un albero per sputarci sopra macchie d’inchiostro autentiche come le lusinghe del tabacco. Spero solo che con la diffusione degli eBook reader qualcosa cambi: vorrei tornare a reperire con facilità e senza dilapidarmi buona letteratura. Essenziale e nutriente.
Questa è una recensione, lo specifico, perché mi è chiaro la cosa potrebbe non essere evidente. Divago perché? Perché recensisco perché leggo, leggo perché amo le storie. Più sono autentiche e intense e più le amo (l’autenticità non esclude la narrazione dei territori del sogno). Recensisco “La regina non è blu” perché ho conosciuto Marco Benedettelli ai tempi in cui lavoravamo assieme ad Argo, rivista d’esplorazione, del mondo ma anche delle nostre possibilità.
Ora lavoro, con le parole scritte, ma non c’è una trama, una ricerca esistenziale. Almeno lavoro però, e, considerando che ho cominciato quando la crisi iniziava a farsi sentire, lo considero un colpo grosso, ma i sogni?
La regina l’ho letta sei mesi fa, sopratutto un pomeriggio di sole in cui ho fatto un giro in bici. Mi ricordo la dolcezza dei sogni, la tensione verso l’uscita della “caverna”, la spinta a superare le descrizioni della realtà che imprigionano molte vite in schemi predefiniti. Andare oltre la visione terrificante degli argini spigolosi, freddi e ottusi: l’omicidio, la tortura, la sofferenza muta dopo la guerra idiota. Infine la presa di conoscenza che la mente è arginata ma può essere ri-aperta.
Non me la sento di entrare nello specifico del libro dopo tutto questo tempo e senza poter rinfrescare la lettura. Una cosa però si è sedimentata nella mia esperienza personale, nella mia riflessione quotidiana sul cosa va fatto e sul cosa no. Dopo sei mesi posso scriverla, finalmente: perché Marco ha pubblicato una raccolta di racconti? Perché non ci ha concesso il piacere di accompagnarci con dei personaggi che avrebbero attraversato una storia di un centinaio di pagine? Perché ci ha costretto a leggere dei germogli, delle storie allo stato embrionale? Allo stato di slancio? Con tutta la considerazione per i grandi scrittori di racconti, secondo me si è trovato tra le mani dei testi brevi perché la fiducia era altrove.
Non certo per mancanza di capacità, di immaginazione, di tenerezza e di onestà. Marco non ha avuto fiducia, secondo me pure a ragione, in quello che stava scrivendo. Detto meglio: non ha avuto fiducia nella possibilità che quello che stava scrivendo sarebbe mai stato pubblicato. Tale fiducia non c’era in lui se non come flebile speranza che ha determinato il formato di questi brevi slanci adatto a reading, a contributi per riviste e blog. Tantomeno la fiducia è piovuta da un editore illuminato e paterno nel senso sacrosanto, del buon padre che passa un mestiere, non di quello che non passa il testimone e rende bebè. Ancor meno è piovuta da una editor sexy e stimolante che lo abbia seguito, caricandogli l’autostima, fino a persuaderlo di essere un grande scrittore pronto ad esplodere. Perdonate l’ennesimo scivolone.
Provo a tornare definitivamente sul punto, sul sedimento: Marco secondo me non ha avuto fiducia nel tentare una stesura unitaria che lo avrebbe tenuto impegnato per anni, perché non ha trovato un accesso comprensibile all’editoria, non ha creduto in fondo che un’opera più “salda” valesse il rischio, perché la possibilità di incontrare un editore ben disposto era risibile. La mediazione tra lettori e stampatori è una dea bendata e un uomo che deve scegliere come usare le energie a sua disposizione farà bene ad usarle per obiettivi realistici. Io la penso così.
La conseguenza è che una persona sana di mente non produrrà la narrazione di questi anni, almeno non come romanzo. Avanzeranno solo nevrosi stampate, di chi aveva il talento ma non la lungimiranza di capire che stava rischiando troppo o di chi non rischiava nulla e più che nevrosi ci lascia cliché. Poi ci saranno case editrici a “filiera corta” che stampano roba buona, però non sono la regola e non sono nemmeno ben distribuite da quello che so. Eccezioni fortunate, cui immagino rientri quella che ha permesso la stampa della regina.
Le domande fatali: perché investire quotidianamente tempo senza la certezza di venire pagati per il proprio lavoro? Come faccio a farlo a cuor leggero se devo pensare a non gravare sulle spalle di qualcun altro? Qui c’è un rischio che può permettersi o chi è talmente confuso da mettere a rischio la propria sopravvivenza per la realizzazione di un’opera materiale, per quanto di natura ambigua e tendente a qualcosa di psichico, di elettrico come gli impulsi celebrali; oppure chi ha un patrimonio che toglie le preoccupazioni immediate e concede il tempo di lavorare senza essere pagati. Oppure, perché non son tutti bivi, ci saranno anche tanti bravi scrittori fortunati che rientrano in eccezioni patafisiche.
In questi anni è la fiducia che è venuta a mancare e ora, sempre secondo me, è il momento di prendere per bene atto di quello che è accaduto, e, determinati e autarchici, spero tanto nel giro di un paio d’anni saremo parte di una nuova, ricca, sterminata, prateria pullulante di romanzi elettronici da leggere e scegliere al volo su questo sconosciuto, l’eBook reader, acquistandoli a un prezzo accessibile, come per i prodotti dei gruppi d’acquisto solidale, senza intermediari che s’ingrassano. Io amo acquistare le verdure dai contadini. Spero presto farò la spesa di storie, che ne so, il sabato pomeriggio, sulle bancarelle online dei singoli scrittori/ delle singole scrittrici.
Un mercato librario ben fatto, tipo Facebook solo che saranno tutti scrittori che mettono opere in vendita dandone assaggi e mostrandone immagini e suggestioni. Per ora all’orizzonte vedo solo scintille come quelle dei racconti contenuti ne “La regina non è blu”, ma scrivo dall’Alto Adige e chi lo sa, magari oltre il profilo delle montagne in realtà qualcosa si sta già muovendo, o meglio incendiando, visto che di scintille si parla. Una nuova letteratura piromane, pardon per l’ennesima volta, no, senza scherzi: un’opera più viva della vita. Questo ci auguro, altrimenti rimango qua.

Andrea Marcellino

         

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