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Minimal Piano Collection (Volumes X-XX), Jeroen van Veen (piano), Brilliant Classics (2010)

«Sarebbe interessante interrogarsi sul perché così tanti musicologi e musicisti europei (ma non solo) siano così severi nei confronti della minimal music. Per quanto le sue derive commerciali l’abbiano progressivamente banalizzato e impoverito a livello di una elementare eloquenza, il minimalismo ha dato l’impulso più forte e deciso al rinnovamento della musica dopo il serialismo». Come sottolineano queste parole del pianista Emanuele Arciuli, non c’è dubbio che tra le correnti musicali contemporanee quella che si suole definire ‘minimalista’ ha dimostrato di possedere una rara vitalità. Nata all’inizio degli anni Sessanta, questa musica vive tutt’ora, con nuove sembianze, nelle numerose correnti postminimal fino al cosiddetto ‘minimalismo sacro’, di cui Arvo Pärt e Henryk Górecki sono tra i massimi rappresentanti. Nonostante lo sforzo perenne dei critici nel voler imbottigliare correnti artistiche sotto vetro e ad etichettarle con denominazioni perlopiù riduttive, spesso non riconosciute dai diretti interessati, si direbbe che più questi appellativi si diffondono e più sono rifiutati con decisione dagli artisti ai quali vengono applicati, perché uniformano compositori e movimenti che, se pure a un primo sguardo trovano caratteristiche e origini comuni, a un’analisi più attenta risultano essere molto differenti tra loro.

In questa ampia raccolta discografica più di 30 compositori vengono sviscerati dalle dita di Jeroen van Veen, accompagnato da una compagine di pianisti affiatati, in registrazioni che vanno dal piano solo a composizioni per quattro pianoforti, passando per il duo pianistico e le Multitrack recordings. Con lui Tamara Rumiantsev, Sandra van Veen, Elizabeth e Marcel Bergmann; quest’ultimo presente anche in veste di compositore (Morning TrainMidnight JourneyIncessant Bells; Boogie Mania).Se, come afferma Jean-Noël von der Weid, l’intera opera di Morton Feldman «potrebbe portare come unico titolo Piano», rappresenta al tempo stesso «una meravigliosa sintesi di spiritualismo e laicità: la musica di Feldman è spirituale non meno di una grande tela di Rothko, ma il modo di esprimere questa urgenza è delicato, intimo, quasi segreto», afferma Arciuli. Si va dalle riverberazioni parzialmente aleatorie di Intermission 6 (1953) alle partiture per più esecutori della seconda metà degli anni ’50 come Two Pianos (1957) e Piece for Four Pianos (1957) in cui ciascun interprete può stabilire un proprio tempo disegnando egli stesso la scansione ritmica della parte che sta realizzando, pur seguendo, tutti, la medesima partitura.

Ruotano attorno a un misticismo minimale anche le sequenze di quarte discendenti di Hymn to a Great City di Arvo Pärt così come i processi additivi di Philip Glass dove entrano in gioco strutture cicliche ripetitive basate sulla musica indiana. In Again Out Again (1967) è un brano in contrary motion, dove i due pianoforti esercitano una presa allucinatoria e febbrile sull’ascoltatore, conducendolo ora in una direzione, ora nel senso opposto, tra il riemergere e lo svanire, a intervalli regolari, di affascinanti pattern come fiumi carsici. Glass è ancora presente con le kafkiane Metamorphosis (II; III; IV) – la seconda delle quali costituisce il motivo tematico ricorrente della colonna sonora del film The Hours – qui proposte in un arrangiamento di Jeroen van Veen per due, tre e quattro pianoforti (sovraincisi dallo stesso van Veen). Se Glass, seguendo una nota tradizione, andò a completare i suoi studi a Parigi con Nadia Boulanger, Steve Reich trovò in California la sua guida in Luciano Berio, tra i cui allievi figurano anche Phil Lesh (divenuto poi bassista nei Grateful Dead), e Louis Andriessen (qui presente con la spigolosa The Hague Hacking per due pianoforti), mentre Piano Phase – che insieme a It’s Gonna Rain e Come Out introduce l’idea di phase-shifting nella musica del compositore americano – e Six Pianos, suggeriscono il primo bagliore di come si sarebbe evoluto lo stile di Reich.

Di particolare interesse è l’opera del compositore afroamericano (ma anche cantante, pianista e ballerino) Julius Eastman, tra i primi a combinare processi minimalisti con elementi della cultura pop. Spesso Eastman ha dato ai suoi lavori titoli provocatori con dichiarati intenti politici, come in If You’re So Smart, Why Aren’t You Rich?Dirty Nigger Gay Guerrilla, in cui viene citato l’inno luterano Ein feste Burg ist unser Gott, reinterpretando tale affermazione di fede come manifesto gay. Un inno di liberazione davvero unico nella musica contemporanea (e non solo). Gay Guerrilla fa parte – insieme a Evil Nigger e Crazy Nigger – di una serie di lavori scritti nel biennio 1978-79 per quattro pianoforti. Per Eastman, la “guerriglia” del titolo è da intendere come un segno coraggioso della volontà di scardinare un sistema politico nocivo verso la collettività e la disponibilità a sacrificare anche la propria vita per un ideale: «I use Gay Guerrilla in the hopes that I may be one if called upon to be one». La sua voce profonda ed estremamente flessibile divenne nota soprattutto grazie all’interpretazione delle Eight Songs for a Mad King di Peter Maxwell Davies, mentre come compositore suscitò l’attenzione e l’interesse del direttore d’orchestra Lukas Foss e della Brooklyn Philharmonic Symphony Orchestra. Dipendente da alcol e crack, durante gli ultimi sette anni di vita fu costretto a vivere in strada, sfrattato dal suo appartamento e senza un lavoro. I suoi affetti personali furono confiscati, partiture comprese, ragione per cui l’interpretazione della sua musica resta un compito difficile, possibile solo alle persone che hanno lavorato a stretto contatto con il compositore. Eastman morì nel 1990 completamente solo e senza aver raggiunto i cinquant’anni d’età, ricordato per la prima volta in un necrologio pubblico sul Village Voice da Kyle Gann solo otto mesi dopo la sua scomparsa.

Con The Time Curve Preludes (24 brevi brani pianistici datati tra il 1977-78), il compositore americano William Duckworth è stato l’autore della prima opera postminimalista. I suoi riff spassosi e ossessivi modellano come materia viva linee ritmiche e melodiche che lentamente si plasmano e trasformano arricchendosi di nuovi elementi armonici e percussivi (Forty Changes), viaggiando su note ribattute di stranianti tonalità parallele (Binary Images). Duckworth, prematuramente scomparso all’età di sessantanove anni nel 2012, compì i suoi studi con Ben Johnston, e fu descritto nel 1992 dalla rivista Rolling Stone come “a hip, bright, innovative teacher”.

Views from a Dutch Train dell’olandese Jacob ter Veldhuis è da ascoltare, invece, immaginando sfrecciare sullo sfondo della propria stanza le locomotive futuribili di Natalia Goncharova, Fortunato Depero e Roberto Marcello Baldessari, o le tele futuriste di Tullio Crali (eccezionale il suo Le forze della curva, 1930). Già nel 1923 Arthur Honegger aveva scaldato i motori su una partitura con il movimento sinfonico Pacific 231, prima tappa di una trilogia comprendente anche la celebre Rugby (1928), a cui si affiancarono una fortunata serie di componimenti di musica descrittiva come il Ballet Mécanique (1923–25, rev. 1952–53) di George Antheil, le Fonderie d’acciaio (1926-1927) di Alexander Mosolov e Half-Time (1934) di Bohuslav Martinu (da una partita di calcio).

Fondamentale l’ascolto delle pagine per più pianoforti di Tom Johnson (Voicings), Frederic Rzewski (Les Moutons de Panurge), David Lang (Orpheus Over and Under), così come diTotti e White di Graham Fitkin, della rapsodica Hallelujah Junction di John Adams e di Cicada, la prima composizione in stile minimalista del compositore sudafricano Kevin Volans, ispirata a una serie di opere di Jasper Johns e James Turrell. Tra le altre proposte – più o meno interessanti – in cui vi potrete imbattere acquistando questo cofanetto di 11 Cd, ilCanto Ostinato di Simon ten Holt (presentato in un arrangiamento per due pianoforti del Piano Duo Sandra & Jeroen van Veen), composizioni di Wim Mertens (4 mains), Gabriel Jackson (Rhapsody in red), Douwe Eisenga (Theme from WiekCity LinesCloud Atlas; Les Chants Estivaux), Carlos Michans (Joy), Kyle Gann (Long Night for three pianos), Michael Parsons (Rhythm Studies, Nr I&II ), Meredith Monk (Phantom Waltz e Ellis Island for two pianos), Joep Frassons (pregevole Between The Beats), Jurriaan Andriessen (Portrait of Hedwig), Tim Seddon (Sixteen), John Metcalf (Never Odd or Even), Colin Mcphee e altre ancora.

 

www.nlxl.org | www.vanveenproductions.com | www.flyingcamera.nl | www.jeroenvanveen.com | www.pianoduo.org | www.pianomania.nl | www.brilliantclassics.com

 

 

Paolo Tarsi

         

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