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Peter Sculthorpe, The Making of an Australian Composer, University of New South Wales Press, 2007, pp. 752

Peter Sculthorpe è probabilmente il compositore australiano vivente più noto, tra i più celebri accanto ai nomi di Malcolm Williamson (1931-2003), Richard Meale (1932-2009), Nigel Butterley (1935) e Anne Boyd (1946). Nato a Launceston, in Tasmania, nel 1929, è membro della Tasmanian Composers Collective, fondata nel 2005 dal compositore Matthew Dewey. I suoi lavori sono intimamente legati alle caratteristiche fisiche della  regione del Pacifico australiano, con influssi della musica asiatica, in particolar modo dal Giappone e dall’Indonesia. Molte delle sue opere, infatti, trovano ispirazione nel gamelan balinese e negli antichi riti della musica di corte giapponese (Piano Concerto, Music for Japan) accanto al recupero delle tradizioni della sua terra d’origine attraverso la musica e la cultura dei nativi australiani, gli Aborigeni. 

L’autore di questa biografia autorizzata è il musicologo Graeme Skinner, allievo di Sculthorpe e suo assistente musicale negli anni Novanta. Skinner ha compiuto gli studi presso l’Università di Melbourne, dedicandosi in particolar modo alla storia della musica australiana e al canto piano europeo dei primi secoli. Sebbene questo libro sia presentato come una biografia, riguarda solo una parte dell’attività compositiva del musicista australiano, abbracciando un periodo che va dagli esordi al 1974. Il volume si presenta ad ogni modo copioso, con ben 652 pagine di testo (e altre 40 tra note e indice), affiancandosi così a un altro libro, “Sun Music: Journeys and reflections from a composer’s life” (ABC, Australian Broadcasting Commission), uscito nel 1999 ad opera di Michael Hannan, Deborah Hayes e lo stesso Sculthorpe. Attraverso la sua documentazione Graeme Skinner permette di dare una visione chiara delle origini della famiglia di Sculthorpe, narrando il percorso del compositore fino a risalire ai suoi antenati nella lontana Inghilterra, ripercorrendo al tempo stesso la storia sociale di una nazione e di un periodo storico, a partire dagli anni di formazione del giovane artista, trascorsi tra Launceston Church Grammar School, Univerity of Melbourne e Wadham College ad Oxford. Il libro include inoltre un eccezionale resoconto di mentori, collaboratori e amici del musicista australiano, come i coreografi Laurel Martyn e Robert Helpmann; i direttori Bernard Heinze, John Hopkins e Eugene Goossens; i critici Roger Covell e Curt Prerauer; i pittori Russell Drysdale e Sidney Nolan; il designer Kenneth Rowell; il cineasta Michael Powell; i commediografi Catherine Duncan e Tony Morphett; gli scrittori Patrick White, Alan Moorehead e George Johnson; i poeti James McAuley e Chris Wallace-Crabbe; gli attori Barry Humphries, Ruth Cracknell, Max Oldaker e Helen Mirren e altri ancora. Peter Sculthorpe ha avuto negli anni Sessanta un ruolo unico nella creazione del modernismo musicale australiano, in un’epoca importante per la cultura musicale del Paese. Ma Sculthorpe non è soltanto un compositore australiano, è soprattutto un compositore della Tasmania. L’identificazione sottolineata a più riprese della sua musica con il paesaggio australiano, in un linguaggio caratterizzato da semplicità formale e chiarezza tecnica che non sovraccarica gli ascoltatori di informazioni eccessive, secondo una visione in contrasto con le avanguardie europee, non riducono certo l’opera di Sculthorpe entro i confini di un ristretto vocabolario musicale, limitato o locale. Nei suoi lavori prende forma il suono del pianeta Terra, la cui intonazione l’astronomo Keplero faceva oscillare tra il Sol e il La bemolle, raccogliendone il lamento causato dalle azioni spesso sconsiderate che guidano la mano dell’uomo nei confronti della natura.

Paolo Tarsi

         

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