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Sabina De Gregori, Shepard Fairey in arte Obey, Castelvecchi, 2011

shepard-fairey-in-arte-obey-sabina-de-gregoriLa carriera e le idee di Shepard Fairey raccolte in un volume ricco sia dal punto di vista iconografico che documentario. Con lo pseudonimo di “Obey” l’artista si è imposto in una molteplicità di campi espressivi, facendoli spesso collassare tra loro: dalla guerrilla art nelle strade alla campagna in favore di Obama, passando per stickers e T-shirts, pubblicità e attivismo. Filo conduttore all’apparente contraddizione è il famoso motto di McLuhan “the medium is the message”, concetto ribadito da Fairey sia nelle interviste che nella pratica quotidiana: ad animarlo è infatti la consapevolezza che prima del contenuto viene la modalità di diffusione, capace già da sola di generare significato, e da questo caposaldo segue una sperimentazione che permette all’artista di mescolare la street art con la pubblicità tramite simili approcci comunicativi, oppure di riconciliare l’attivismo politico e sociale dal basso con la politica istituzionale tramite le stesse spinte ascensionali, creando un cortocircuito tra linguaggio ufficiale e slang: l’importante, per Obey, è che il fruitore delle sue opere si ponga una domanda, o molte, capace di generare una riflessione, una messa in discussione. Fin dalla sua prima campagna di adesivi “The Giant”, una iconica rielaborazione del volto del lottatore André The Giant, la scommessa era sondare come la gente si sarebbe rapportata ad una immagine fuori contesto, sovversiva perché banalmente abusiva ma soprattutto perché senza senso e senza scopo, un elemento di disturbo nel panorama cartellonistico urbano, finalizzato alla promozione e al consumo. L’innovazione di Fairey è anche una questione di stile: calato nell’underground ma abbastanza colto da sintetizzare efficacemente lo slang giovanile con il costruttivismo russo, altrove con l’art nouveau o ancora con l’arte concettuale, a seconda del contesto. Uno stile il suo pronto ad adattarsi e a dar battaglia in qualsiasi campo, come dimostrano i numerosi interventi anche nel campo dell’editoria, della cinematografia e della musica. Artista dalla doppia o tripla vita, basti pensare alla continua pratica abusiva nelle strade accanto a quella professionale con la propria agenzia pubblicitaria, affiancata alla presenza in musei e gallerie d’arte, con relativo riconoscimento della critica, Fairey viene da alcuni proclamato l’Andy Warhol della sua generazione, condannato come ladro da altri, riconosciuto come provocatore da tutti.
Sabina De Gregori sa proporci un’altra volta, come a proposito di Banksy nel suo precedente libro, un organizzato e ben documentato saggio monografico su un artista operante al limite del circuito ufficiale, ne ricostruisce la storia e le idee in modo preciso e accurato, senza dimenticarsi dei precedenti e delle fonti di ispirazione, sia artistiche che filosofiche, con una scrittura accalorata quanto basta solo in punti chiave. Come una spettatrice l’autrice si mette in disparte, si propone come una organizzatrice di informazioni sparse, documenti magari poco noti che vanno a formare un corpus completo e dettagliato, preferendo spesso lasciar parlare l’artista o i coprotagonisti della sua vicenda, chiudendo il libro con una esaustiva appendice riguardante le mostre di Fairey. Forse però cede un po’ troppo il passo all’approccio biografico, tralasciando quello del critico che sulla base dei documenti potrebbe buttarsi nel dibattito con una lettura propria un po’ più forte, magari evitando di affidarsi così tanto al punto di vista dell’artista, necessariamente di parte e non per forza privilegiato rispetto ad altri più distaccati e d’insieme. Con questo non si vuol certo sminuire il lavoro dell’autrice, perché se ne coglie lo spirito “pionieristico”, ovvero il contribuire alla diffusione e allo studio di Fairey in Italia, dove è molto scarsa la letteratura a lui dedicata, con un saggio ricco di riferimenti documentari e punti di partenza per successivi sviluppi.Sabina de Gregori (1982) è laureata in Storia dell’Arte e lavora per Castelvecchi. Il suo interesse verso l’arte contemporanea si è indirizzato verso i linguaggi della strada, ai lati del sistema ufficiale, esordendo nel 2010 con Banksy. Il terrorista dell’arte per Castelvecchi.

Simone Colombo

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