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Violoncello and | Mario Brunello (violoncello) | Egea, 2009

violoncello170x170-75Violoncello and continua la serie di dischi dedicata da Egea al grande violoncellista Mario Brunello, già protagonista dei lavori di Bach (Sei Suites a violoncello solo), Vivaldi (Concerti per violoncello), e di altri progetti raccolti nel ciclo Brunello Series. L’album è composto da tre opere di tre compositori contemporanei – Giacinto Scelsi, Peter Sculthorpe e Giovanni Sollima – estremamente diversi tra loro, ma uniti da una comune ricerca musicale volta all’Oriente.

Peter Sculthorpe è probabilmente il compositore australiano vivente più noto, tra i più celebri accanto ai nomi di Malcolm Williamson (1931-2003), Richard Meale (1932-2009), Nigel Butterley (*1935) e Anne Boyd (*1946). Nato a Launceston, in Tasmania, nel 1929, è membro della Tasmanian Composers Collective, fondata nel 2005 dal compositore Matthew Dewey. I suoi lavori sono intimamente legati alle caratteristiche fisiche della  regione del Pacifico australiano, con influssi della musica asiatica, in particolar modo dal Giappone e dall’Indonesia. Molte sue composizioni trovano infatti ispirazione nel gamelan balinese e negli antichi riti della musica di corte giapponese (Piano Concerto, Music for Japan), accanto al recupero delle tradizioni della sua terra d’origine attraverso la musica e la cultura dei nativi australiani, gli Aborigeni. Ma Sculthorpe non è soltanto un compositore australiano, è soprattutto un compositore della Tasmania. L’identificazione sottolineata a più riprese della sua musica con il paesaggio australiano, in un linguaggio caratterizzato da semplicità formale e chiarezza tecnica che non sovraccarica gli ascoltatori di informazioni eccessive, secondo una visione in contrasto con le avanguardie europee, non riducono certo l’opera di Sculthorpe entro i confini di un ristretto vocabolario musicale, limitato o locale. Nei suoi lavori prende forma il suono del pianeta Terra, la cui intonazione l’astronomo Keplero faceva oscillare tra il Sol e il La bemolle, raccogliendone il lamento causato dalle azioni spesso sconsiderate che guidano la mano dell’uomo nei confronti della natura. Il Requiem (1979) proposto da Brunello  si compone di sei parti (Introit – Kyrie – Qui mariam – Lacrimosa – Libera me – Lux aeterna) e vede la partecipazione della Schola Gregoriana del Monastero di Bose, nella cui chiesa è stato registrato l’intero album.

L’Oriente, sia detto senza malizia, era molto in voga tra gli intellettuali americani degli anni Cinquanta e, negli anni immediatamente successivi, tra gli esponenti del minimalismo a stelle e strisce a cui Sollima si richiama seguendo il regressus ad infinitum che caratterizza molti compositori post-minimal. Dietro l’operazione di immagine di Giovanni Sollima (*1962) volta a ‘svecchiare’, se vogliamo in maniera un po’ velleitaria, l’immagine del compositore colto con abiti informali e una musica aperta a ogni tipo di contaminazione, c’è meno fumo di quanto ci si possa immaginare. Almeno in questo caso. Il Concerto Rotondo nasce da I Canti, un lavoro ispirato a rituali sacri e profani, con suggestioni metropolitane e rurali di area mediterranea. Una sorta di Raga secondo l’autore, a cui si affianca l’elettronica di Michael Seberich e di cui dal 1997 vengono realizzate diverse versioni, sia per violoncello solo (con e senza electronics), sia per violoncello e ensemble di violoncelli, che per violoncello e archi. Del terzo movimento, Yafù, esistono inoltre una versione per violoncello e pianoforte (1997) e la trascrizione per sax baritono e pianoforte di Mario Marzi e Paolo Zannini (2000).

Se dovessimo trovare un collegamento tra la musica di Sollima e quella di Scelsi potremmo individuarlo nella comune ricerca di tecniche strumentali arcaiche e comunque non occidentali, che intervengono sia sul timbro che sulla stessa accordatura dello strumento. «La musica non può esistere senza il suono, mentre il suono può benissimo esistere senza la musica», scriveva Scelsi nel 1953. Forse, per molti, il primo incontro con la musica di Giacinto Scelsi (1905-1988) ha coinciso con la visione di Shutter Island, il film del 2010 diretto da Martin Scorsese, dove, per la prima volta in una colonna sonora, trovano spazio due lavori del compositore italiano, oramai figura di culto nel panorama internazionale della musica contemporanea: Quattro pezzi (su una nota sola) (1959) e il terzo movimento da Uaxuctum – La leggenda della città Maya distrutta da essi stessi per ragioni religiose (1966). I funerali di Carlo Magno (1976), eseguiti con l’accompagnamjento di Maurizio Ben Omar alle percussioni, fanno parte di un trittico – Riti o Marches rituelles – comprendente le opere del 1962 I funerali d’Achille, per quartetto di percussioni, e I funerali di Alessandro Magno, per organo elettronico, controfagotto, tuba, contrabbasso, percussionista (grancassa, timpani, tam-tam).

Solamente un cerchio, una “O” sottolineata, segno zen raffigurante il sole che sorge e tramonta, la sua firma. Come sottolinea Quirino Principe, quella di Scelsi è una modernità mistica e parnassiana, «ora matematizzante à la Xenakis, ora trasfigurata à la Messiaen», che «nel momento stesso in cui sembra balenare d’Oriente, esalta i procedimenti più tipici della tradizione occidentale», anche rinnegando duemila anni della sua storia, riuscendo a sfuggire alla rete spazio-temporale e «dimostrandosi molto più rivoluzionario di qualsiasi avanguardia musicale del XX secolo, affidando alla musica l’atto sacrificale in onore degli dei». Nella musica di Scelsi dal concetto di nota si passa a quello di suono riconosciuto come forza cosmica primigenia, creatrice dell’universo: l’essenza del suono in sé è più importante della sua organizzazione, dimostrandosi così materia sonora che vibra e si muove, vivendo un “moto nell’immobile”. Le sue esplorazioni volte ad esaminare la vita interna del suono, inoltre, si rivelano anticipatorie e determinanti per il movimento spettrale, influendo significativamente sui suoi esponenti. Come nota Tristan Murail, nei Riti la musica «cerca, più che di evocare, di essere una ricostruzione onirica delle musiche antiche. L’altrove non è solo geografico, ma anche cronologico».

Giacinto Scelsi, che fu anche autore di poemi surrealisti in lingua francese, come testimoniano le raccolte Le Poids net et l’Ordre de ma vie (1945), L’Archipel Nocturne (1954) e La conscience aïgue (1962), crebbe in Irpinia, nel decrepito castello dei Conti d’Ayala Valva seguendo un’educazione medievale, con un precettore che gli insegnò il latino, gli scacchi e la scherma. E proprio gli scacchi della poesia Ajedrez di Borges, metafora dell’esperienza temporale insieme ai Robayyāt di Omar Khayyām, ci ricorda con le parole di Quirino Principe che «siamo come le pedine sulla scacchiera dell’Essere: uno dopo l’altro, rientriamo nella scatola del Nulla». Il compositore, che abitava al numero 8 di via Teodoro a Roma, appassionato di esoterismo e significato occulto dei numeri, cessò ogni comunicazione con il mondo esterno il giorno 8 agosto 1988 (ovvero 8.8.88) per spegnersi nella mattina del giorno seguente.

 

Paolo Tarsi

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