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Vittorio Capuzza, Giacomo Leopardi, Monaldo e l’idea della legge. Studi leopardiani su una fonte inedita dello Zibaldone (1820–1821): l’Essai di Félicité de Lamennais, Roma, Aracne, 2011

leopardi-capuzza-364x350Vittorio Capuzza, docente di diritto Amministrativo all’Università di Roma Tor Vergata e allievo di Francesco D’Agostino, giurista e professore di Teoria del diritto e Filosofia del diritto, affronta in questo saggio la teoria leopardiana del diritto e le riflessioni collaterali, su uomo, natura, destino e società espresse soprattutto nello Zibaldone.  Con questo interessante studio, pubblicato nella collana editoriale “Law and The Humanities” dedicata a Diritto e Letteratura, lo studioso propone un contribuito per la ricerca del senso del diritto, attraverso il connubio letteratura-filosofia del diritto.
Capuzza si concentra in particolare sulla ricezione di Giacomo Leopardi dell’Essai sur l’indifférence en matière de religion di Félicité de Lamannais nella traduzione del Bigoni, sul discordante giudizio di quest’opera tra padre e figlio Leopardi. Inoltre affronta il ruolo di Monaldo Leopardi Giurista e il suo intervento nella celebre causa “Sforza-Cesarini”, che fu oggetto di tre sonetti romaneschi e uno italiano di Giuseppe Gioachino Belli.
La figura di Lamennais, abate reazionario molto in voga nell’età postnapoleonica in Francia e in Italia grazie ai suoi interventi nella stampa, compare quando padre e figlio Leopardi si interrogano sul liberalismo. Il 31 maggio 1832, nel manifesto inserito nella sua rivista «La voce della Ragione», Monaldo Leopardi affermava che lo scopo di quella pubblicazione era di “confutare i sofismi e gli errori dell’empietà e dello spirito di rivolta e a propagare le dottrine della religione e della morale, dell’ordine sociale e della fedeltà”, con riferimento a Lamennais. Monaldo ne parodia un’opera, ne Le parole di un credente, come le scrisse l’abate F. De La Mennais quando era credente.
Il figlio invece desume dal testo dell’abate francese il principio della non sussistenza di un diritto naturale, oltre che le suggestioni di Hobbes e Rousseau citate dal Lamennais, ma “solamente per enuclearne a mo’ di paradigma un insieme di concetti di per sé validi”, come Capuzza sottolinea a più riprese.
Ulteriori fonti assunte dal Leopardi e citale da Capuzza per le riflessioni sul sentimento del tempo, società e diritto, furono l’edizione Giuntina di Aristotele con commento di Vettori, le riflessioni di Lodovico Di Breme sulla traduzione del poemetto di Lord Byron The Giaour ad opera di Pellegrino Rossi, Pirrone, il Seneca del De otio e De vita beata.  Giacomo consultò naturalmente tutte le fonti giuridiche in mano al padre Monaldo, che facevano parte dei 20.000 volumi della biblioteca di Monaldo, pur senza trovarsi soddisfatto. Erano il Corpus iuris canonici, i trecento Libri Legales, il Codice Giustinianeo, Della legislazione civile, regolamento del 1834 di Gregorio XVI, in base al quale vigevano anche gli statuti locali, come gliIura Municipalia, seu Statuta Recaneti (Recanati, 1608), che Monaldo possedeva.
Vittorio Capuzza dedica, infine, spazio al Monaldo giurista della Causa Celebre, dell’Appendice alla causa Celebre (1835), e riporta il raro breve testo dell’Appendice all’appendice alla causa celebre. Quest’ultimo non compare sempre nell’elenco di opere di Monaldo, a testimonianza del poco interesse riscosso, ma è citato dal Foschi (Monaldo Leopardi e gli “Annali di Recanati, Loreto e Portorecanati”, Recanati 1993) e Felici (Leopardi a Roma, Catalogo della mostra a cura di N. Bellucci e L. Trenti, Milano 1998.
Monaldo ritiene il principio dell’aequitas medievale come fondamento nel pensiero d’occidente, come sintesi della tradizione romana e delle correnti ellenico–cristiane. L’autore cita un passaggio, che si può proporre come chiave per l’interpretazione dell’intero saggio: “Noi non siamo periti nelle leggi degli uomini, ma sappiamo che le leggi degli uomini devono essere pedisseque alle leggi di Dio. Le leggi poi di Dio e quelle degli uomini sono fatte perché si dia luogo nel mondo alla verità e alla giustizia, non già perché all’ombra delle leggi l’iniquità diventi giustizia.”
Sara Bonfili
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