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L’occhio di Ismaele

L’Arlesiana di Cilea al Pergolesi di Jesi

larlesiana-vestri-golovnin-800x1199Domenica 29 settembre abbiamo visto per voi l’Arlesiana di Francesco Cilea al Teatro “Pergolesi” di Jesi. Quest’anno una riuscita iniziativa della Fondazione Pergolesi Spontini precede le rappresentazioni: si tratta de Il libretto in 30 minuti, agili ma complete introduzioni alle varie opere di questa Stagione lirica. Nelle bellissime Sale Pergolesiane, impreziosite da affreschi e manoscritti originali, abbiamo potuto assistere ad un’interessante introduzione a L’Arlesiana, utile per apprezzare appieno l’opera e la sua storia.

Un’opera tanto raramente rappresentata ha aperto la XLVI Stagione lirica di tradizione, dedicata a Franco Corelli, suscitando l’ammirazione del pubblico, grazie a un cast davvero all’altezza del compito e una regia curatissima, originale ed elegante, valorizzata da costumi sempre appropriati e luci piene di fascino. Il teatro non è del tutto pieno, ma ciò si deve al fatto che ci troviamo alla replica dello spettacolo, accolto da un tutto esaurito alla prima e da 400 giovani che hanno partecipato alla Prima ragazzi.

La trama è piuttosto semplice. Federico, giovane appassionato, è innamorato della maliarda fanciulla di Arles da cui l’opera prende il nome. Si stanno apprestando le nozze dei due, quando irrompe sulla scena lo stalliere Metifio, antico amante di lei, che mostra a Rosa e Baldassarre il carteggio d’amore tra sé e l’Arlesiana. Questo evento precipita la vicenda nel baratro: Federico vacilla, l’amore verso la giovane è tanto forte che, una volta diventato insicuro dei sentimenti di lei, il giovane appassionato inizia a dare segni di instabilità mentale e infine si suicida.

larlesiana-golovnin-sicilia-800x1168In primo piano è la figura di Rosa, la madre di Federico, che lo ama troppo: fino al punto di diventare morbosamente gelosa della relazione del figlio con l’arlesiana. Sullo sfondo resta il fratello demente di Federico, l’Innocente, messo in secondo piano da una madre che non si prende cura di lui. La mente dell’Innocente viene rappresentata da un uomo in una prigione le cui sbarre si riflettono tetre e simmetriche sul muro. Poi al ragazzo viene praticato un elettroshock, e questi rinsavisce; la sua mente viene sostituita nella gabbia da quella di Federico, folle d’amore.

L’affetto materno di Rosa ha connotazioni patologiche, ella non ci pare mai ispirata da un vero amore, anzi, quando il figlio minore torna alla regione, lei non ne gioisce: teme invece che questo possa portare disavventura alla casa, teme che qualcosa possa accadere a Federico, il figlio prediletto. Un detto popolare sostiene infatti che gli scemi in famiglia portino fortuna, e la madre teme che, curata la demenza del figlio scemo, la sventura si abbatta sulla casa, colpendo Federico, il figlio prediletto.

Il timore materno diventa presto realtà: Federico, infatti, sembra accettare l’amore della giovane Vivetta, innamorata di lui, le chiede di curarlo; lui è pazzo, ma comprende che solo l’amore tiepido e domestico di lei lo può salvare. Tuttavia, verso l’epilogo del dramma, torna Metifio, e il ricordo dell’Arlesiana si fa insostenibile per Federico, che in preda alla follia amorosa si toglie la vita.

La ragazza di Arles aleggia maliarda su tutta l’azione scenica, senza mai mostrarsi; essa è sorella delle antiche ninfe, che conducono fuori da sé le persone che le incontrano.

In generale, tutti gli interpreti sono molto bravi, sia nel canto che nella recitazione. Federico è impersonato da Dmitry Golovnin, tenore russo dalla buona pronuncia; bella la voce e ottima la presenza scenica. Metifio (Valeriu Caradja) è un baritono, la vocalità tradizionalmente propria del cattivo nel triangolo lui, lei, l’altro. Baldassarre (Matias Tosi), anch’egli baritono, è il padre affettuoso che sa amare entrambi i figli, bilanciando l’affetto malato di Rosa. Una figura molto affascinate, quella della madre, austera come un’operaia del teatro comunista pedagogico, e simile, nelle movenze, ad un’inquietante creatura di Tim Burton. La vocalità di questo personaggio, splendidamente impersonato da Annunziata Vestri, è molto esuberante, riflette fedelmente la personalità tragica che la esprime.

larlesiana_coro-antonucci-govnin-1024x683La famosa aria “Esser madre è un inferno” è cantata da una Rosa più devastata che mai, che s’abbandona in ginocchio a dondolare con calma ossessione una culla. È questo, al di là del motivo consueto della follia d’amore, il tema principale dell’opera: l’attaccamento della madre al figlio, che non le dà pace, e può portare alla dannazione, per eccesso d’amore. L’aria è come un terribile Stabat mater: la madre chiede pietà a Dio, invocando la sua misericordia e la sua protezione sul figlio, ma lo fa puntando stremata un indice minaccioso verso il vuoto. La regista Rosetta Cucchi accentua la personalità contorta di Rosa, enfatizza il rapporto perverso tra madre e figlio, e rende la figura di Rosa ancor più dura di come l’avesse immaginata l’autore, estremizzandone i contorni con una gestualità molto pronunciata, ma mai fuori luogo.

Molto suggestivo il lamento di Federico, bene interpretato dal tenore. Bella anche la scena in cui Vivetta (Mariangela Sicilia), in un estremo tentativo di conquistare l’amore di Federico, si spoglia davanti a lui, come l’onnipresente Rosa le ha consigliato: il passaggio è fastidioso, ma per nulla volgare, anzi, esprime appieno la drammaticità del momento, in cui la dignità della fanciulla viene completamente annientata dalla ritrosia dell’amato. Davanti alla ragazza, ormai coperta dalla sola sottoveste, Federico urla per lo spavento: si trova davanti a qualcosa di grande, che gli sembra assurdo, e che non comprende – e questo gli fa paura. Lei, ancora una volta respinta, si raccoglie in sé, capisce che il consiglio di Rosa era sbagliato, e piange per l’umiliante rifiuto. Vivetta non è un personaggio sensuale, è bella, ma della bellezza semplice delle campagnole, e, quando prova a sedurre, lo fa togliendosi insicura un maglione verde scuro e uno scialbo soprabito, grigio come la sua gonna, troppo sobria per ammaliare.

Le scene sono molto ben fatte, sobrie ed eleganti. La regia è davvero ottima, molto dinamica ed elegante. All’inizio dell’operal’orchestra sovrasta un po’ troppo il cantato, ma dal secondo atto suona un po’ più piano, e questo migliora anche la resa musicale della rappresentazione.

Un’opera piuttosto violenta, ma anche molto efficace e magistralmente interpretata.

 

Visto al Teatro “Pergolesi” di Jesi.

Musiche: Francesco Cilea.

Libretto: Leopoldo Marenco.

Orchestra Filarmonica Marchigiana diretta da Francesco Cilluffo.

Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”; maestro del coro: Carlo Morganti.

Interpreti: Annunziata Vestri (Rosa Mamai), Dmitry Golovnin (Federico), Mariangela Sicilia (Vivetta), Matias Tosi (Baldassarre), Valeriu Caradja (Metifio), Christian Saitta (Marco), Riccardo Angelo Strano (L’Innocente).

Regia: Rosetta Cucchi.

Scenografia: Sarah Bacon.

Costumi: Claudia Pernigotti.

Luci: Martin McLachlan.

Lorenzo Franceschini

Il Nabucco allo Sferisterio di Macerata: migranti di ieri e di oggi.

Nabucco2.Verdi_.Macerata-300x168Le aspettative, all’inizio dell’opera, non erano delle migliori. I pareri poco lusinghieri raccolti dal Nabucco maceratese alla prima non sono stati molto invitanti. Tuttavia, sia per un rinnovato cast, sia per una maggiore familiarità degli interpreti con l’inconsueto allestimento, la messinscena del 2 agosto 2013 ha soddisfatto il pubblico, che ha anche chiesto quel bis la cui mancanza alla prima ha suscitato un certo scalpore.

Quanto agli interpreti, bravissimo Giorgio Giuseppini, nella parte di Zaccaria, forse il migliore tra i solisti. Piena la sua vocalità, molto espressiva l’interpretazione, con una presenza scenica sempre all’altezza del ruolo. Ismaele (Valter Borin) è preciso, ma si sente molto poco, soprattutto all’inizio dell’opera: viene spesso coperto dal coro, sul quale non riesce ad emergere. Virginia Tola, nella difficile parte di Abigaille, esprime una vocalità ampia, con bei vibrati. Non sempre piacevole nelle note basse, mentre nei sovracuti a voce piena eccede un po’. Si riscatta pienamente delle piccole imperfezioni nel bellissimo assolo dolce e sicuro: Anch’io dischiuso un giorno. Va comunque notato che una vocalità esuberante è adatta alle parti in cui Abigaille è mossa dalla propria ambizione e tracotanza, cui certo si confà anche un cantato molto intenso. Convincente anche la Fenena di Gabriella Sborgi.

Nabucco è vestito da comandante di un esercito moderno, nella fattispecie mediorientale: s’intesse ancora di più la rete di richiami e corrispondenze tra passato e presente, in questo attualissimo allestimento, dove i Leviti portano i panni dei prigionieri di Guantanamo, e le mura di Gerusalemme sono fatte di bottiglie di plastica (allusione alle guerre del futuro, che saranno combattute per l’acqua, secondo Vandana Shiva). Potente e precisa la performance vocale di Luca Salsi, sostituto di Alberto Mastromarino nelle vesti del sovrano babilonese, che entra in scena preceduto da un uomo in sella ad un cavallo in carne ed ossa. In diversi momenti, Zaccaria, Abigaille e Nabucco sanno strappare applausi entusiasti al pubblico dello Sferisterio. Il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini” è preciso, forte e intenso. La Banda “Salvadei” Città di Macerata è impeccabile, come il direttore Antonello Allemandi.

La scenografia dell’allestimento maceratese è stata molto criticata. A noi essa è invece parsa efficace, certo coraggiosa e forse irriverente, ma efficace. Stride vedere accostati abiti antichi e maestosi a divise di militari dei giorni nostri e a vestiti di gente comune, ma il tutto è coerente alla poetica di Roberto Tarasco. Un momento di debolezza dell’allestimento ci pare, invece, quello in cui vengono proiettate delle bandiere sul muro dello Sferisterio: una soluzione a nostro avviso troppo facile per rappresentare l’armonia tra i popoli. Suggestivo il tetto di luce sopra lo splendido teatro all’aperto, durante l’Immenso Jeovah, molto apprezzato.

La regia di Gabriele Vacis ci è sembrata piuttosto statica, poco adeguata all’audace scenografia. Un esempio su tutti. Si è discussa l’opportunità, per non dire il buon gusto, di portare delle armi da fuoco (finte) sulla scena. A nostro modo di vedere, esse non sono fuori luogo, anzi, sono coerenti con le altre scelte scenografiche compiute, ma l’intenzione degli interpreti nel maneggiarle risulta un po’ fiacca, e i loro gesti non abbastanza eloquenti. La violenza degli atti viene congelata, e a rimandare ad essa restano solo le armi, armi giocattolo, sospese – più che impugnate – da mani poco convinte, protese in una posa vuota, inespressiva.

Molto ben costruito, sia dal punto di vista scenografico che registico, il momento in cui Zaccaria riceve da un Levita le Tavole della Legge. Toccante il Va’, pensiero, cantato da un coro che accende, una dopo l’altra, una costellazione sempre più fitta di torce elettriche puntate verso il pubblico, come volesse, questo coro di migranti forzati, metterci a nudo, sciorinare sotto la vista di tutti la nostra reazione di fronte al dramma di popoli che hanno perduto la propria terra. Dopo le ultime note le torce si spengono, e in primo piano compare un ragazzo dal carnato scuro, con indosso una felpa bianca, con la scritta ITALIA sul petto, ad avvicinare ancora di più l’opera verdiana ai giorni nostri. Se nell’Ottocento ci commuovevamo per la vicinanza tra la condizioni degli ebrei del Nabucco e la nostra, oggi questi stessi ebrei sono metafora di ogni migrante costretto ad abbandonare il proprio paese, verso un futuro incerto: ed è la compassione verso tale status che in questa rilettura del Nabucco ci emoziona.

Un allestimento poco dinamico, ma capace di mischiare sapientemente il registro sublime e quello umile, e capace di emozionare con una semplice felpa che, indosso a un novello italiano, sa muoverci a riflessione, se non a compassione.

 

Lorenzo Franceschini

Microstagione | terzo appuntamento della rassegna milanese ospitato dallAssociazione Amici del Loggione del Teatro alla Scala

microstagione_1-630x419-630x350Siamo lieti di invitarvi al terzo concerto della rassegna di MICROSTAGIONE, che si svolgerà il prossimo 12 giugno, ospitato dall’Associazione Amici del Loggionedel Teatro alla Scala in Via Silvio Pellico 6, Milano. MICROSTAGIONE DI MUSICA CONTEMPORANEA è l’incontro e la ricerca di chi scrive e  interpreta musica oggi: una pluralità di linguaggi e forme d’espressione libere che, dalla carta allo strumento, incontrano l’ascoltatore in concerto. Laboratorio nato nel 2012 su iniziativa di giovani autori, interpreti e musicologi attivi sulla scena milanese, culmina nella rassegna a cui oggi vi invitiamo. Al concerto del 12 giugno seguirà un momento di dialogo dove i compositori, gli interpreti e il pubblico – non per forza addetto al settore – si confronteranno sulla musica ascoltata.

Progetto in costante crescita, sta dando vita a Microensemble, un vero e proprio organico stabile. Fin ora è stato completamente autoprodotto ma i costi fissi in cui lo spettacolo dal vivo incorre (Siae e agibilità), ci hanno portato a cercare risorse alternative: abbiamo lanciato un appello su www.produzionidalbasso.com/pdb_2317 tramite cui chiunque può dare il suo contributo al progetto.

Il simbolo di Microstagione è l’International Klein Blue, un particolarissimo punto di blu concepito e realizzato dall’artista Ives Klein negli anni ’50: un simbolo di libertà. È la libertà che anima ogni progetto nuovo; il senso di libertà che spinge a scrivere, ad ascoltare, a proseguire il discorso musicale e culturale. Parlando di colori (e di arte visiva) per una rassegna di musica contemporanea (arte sonora) – parlando di libertà e di intensità, il Klein Blue non è semplicemente un pigmento o una tinta: il colore di Microstagione ne è soltanto una citazione ideale. Il blu di Klein è una precisa tecnica di  preparazione e di stesura, e per questo non può essere riprodotto, va osservato dal vivo; l’intensità è data anche dalla forte unicità di ogni singola campitura, e la sua vista dona all’occhio e alla mente sensazioni forti e impreviste. È l’assoluta irripetibilità dell’esecuzione, il teatro in cui trova spazio il più delicato pezzo di musica, che non vivrebbe di una registrazione. Rappresenta la complicata melodia di timbri che è un concerto, nella sua totalità. È l’enorme laboratorio che c’è dietro una manifestazione culturale e la sinergia di molti elementi, personaggi e capacità che culminano nella performance.
Per maggiori informazioni:

http://microstagione.eu
http://facebook.com/micro.stagione
http://twitter.com/@Microstagione

 

mail: info@microstagione.eu

 

Argo – Redazione musica

 

 

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