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Ascanio Celestini, Appunti per un film sulla lotta di classe, 05.02.2007

Teatro della Corte, Genova, 5.05.2007

 celestini-600x350Un uomo spettinato e dal pizzetto chilometrico entra in sala preceduto da un violoncello, una fisarmonica e una chitarra. Attaccherà a parlare come posseduto dal demone del precariato per fermarsi solo due ore dopo, alla fine dello spettacolo. Ascanio Celestini si nasconde dietro le storie di un operatore in un “call center” anestetizzato dal suo lavoro meccanico e spersonalizzante.

«Io» annuncia «so passare attraverso i muri». I muri della società odierna, quelli di cemento che cingono le villette, che proteggono le banche e la sicurezza dei cittadini, i muri che ostruiscono la vista e rendono ciechi gli uomini.

E come in una filastrocca demoniaca racconta del suo impiego retribuito a cottimo (parola maledetta, bandita persino dagli statuti del sindacato): guadagna 30 centesimi lordi per il primo minuto di telefonata, 60 per il secondo, 80 per 2 minuti e 40 secondi, dopodiché, che la telefonata duri un’ora o un anno, il guadagno resta fisso a 80 centesimi. Ecco perché, magicamente, durante le chiamate dirette ai “call center”, trascorsi 2 minuti e 40, di solito, cade la linea.
Il palcoscenico è spoglio, la scenografia consiste unicamente nella sedia sotto quest’uomo che, con il suo tono ironico e accusatore, narra l’inutilità del “call center” alternata a immagini di vita dell’operatore: le telefonate notturne da parte dei maniaci, la depressione di sua madre che trascorre le giornate pulendo un pavimento pulito, il gatto che non ha mai prodotto feci in vita sua. Tante storie che alimentano la crisi d’identità del protagonista, dei protagonisti, i lavoratori precari di tutta Italia.
Tra un racconto e l’altro stacchi musicali essenziali e il solito ritornello, «Io so passare attraverso i muri»: in queste poche parole sopravvive l’ultima speranza degli oppressi, che silenziosi e minacciosi attraversano i muri dell’indifferenza. Uno spettacolo ipnotizzante in cui, tra una risata e un sorriso amaro, tra una canzone e un racconto frutto delle ricerche dell’ultimo anno, Celestini disegna la condizione del lavoratore precario e invia al mondo il suo messaggio di avvertimento: la lotta di classe è viva e presto tanti uomini usciranno dall’ombra attraversando i muri di tutto il mondo e nessuno potrà fermare la loro avanzata.

Silvia Righini

         

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