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L’Antigone di Valeria Parrella

antigone_foto-francesco-squeglia_dsc_5885-476x350Ci sono miti, tramandati da millenni, che continuano a parlarci, depositari di un mistero irriducibile, che ancora ci interroga. Uno di questi, forse il più famoso e rivisitato, è quello della coraggiosa Antigone, che seppellì il proprio fratello Polinice contro la legge della propria città, Tebe. Il divieto, stabilito da Creonte, inflessibile tiranno della polis, ordinava che il corpo del giovane (come quelli di altri ribelli) restasse insepolto, per punirlo di aver combattuto contro la propria patria.

Nella rilettura di Valeria Parrella, non è l’inumazione la materia del contendere, ma l’eutanasia. Polinice è in stato vegetativo da tredici anni, e l’audace sorella vuole “staccare la spina”, ma il Legislatore (Creonte) glielo vieta. Il lavoro di Parrella conserva una certa libertà rispetto all’originale, tuttavia, le varie licenze che l’autrice si concede non deformano l’opera, ma la rendono effettivamente più attuale, senza retorica né conformismo.

In questa rilettura la caratterizzazione semiseria della Guardia stona forse un po’ con quella del Legislatore (Creonte), il quale, al suo confronto, risulta quasi troppo inflessibile e severo. La Guardia di Sofocle è seriosa, in alcuni tratti la sua parte è persino drammatica; suo è il compito di descrivere il momento in cui Antigone compare, dopo una tempesta di sabbia, di fianco al corpo del fratello, a offrirgli triplici libagioni. Diversamente, nell’opera di Parrella, la Guardia annuncia che qualcuno ha staccato il tubo dell’alimentazione artificiale di Polinice, e la sua interpretazione tende al comico. Questa comicità, se da una parte stona un po’ con il resto del dramma, dall’altra può essere letta come un inserto umoristico vòlto a richiamare la presenza di commedie durante le Grandi Dionisie, le feste in cui le tragedie venivano messe in scena, nell’antica Grecia.

Molto interessante la reinterpretazione dello status del coro, che l’autrice pone in una condizione fortemente degradata. Nel primo stasimo esso entra di nascosto: non esiste più, o esiste di soppiatto. Il coro nelle tragedie di Sofocle contava quindici elementi; in questa rivisitazione esso è invece composto da due sole persone: hanno lanciato un appello, dicono, per raccogliere coreuti, ma nessuno ha risposto. Si legge in questa scelta drammaturgica la dissoluzione della società intesa come comunità ermeneutica, costituita da persone che affrontino insieme un problema, discutendone. Nell’antica Grecia il coro portava sull’orchestra il popolo, con le sue opinioni, e con le sue reazioni ai drammi che sul proscenio si consumavano, o venivano descritti. Negli spettacoli contemporanei, specialmente quelli televisivi, questa funzione è stata come depotenziata: è prevista ancora la presenza del pubblico all’interno degli show, ma essa è funzionale all’intrattenimento – penso al “pubblico in studio” che nelle trasmissioni televisive serve a far immedesimare il “pubblico da casa” nelle persone che si vedono dall’altra parte dello schermo, facendo sentire i telespettatori maggiormente partecipi allo spettacolo. In questo senso il pubblico oggi è morto, o perlomeno imbelle, non ha più il ruolo di attivo commentatore delle vicende che commuovono e feriscono la società.

allegato-di-posta-elettronica_2-1024x696Un Tiresia molto effeminato, ben lungi dall’indagare il futuro nelle viscere degli uccelli, riflette sull’eutanasia, affermando che il Legislatore ha commesso l’errore di aver esteso l’ambito della legge a cose che devono essere fuori da essa. Il corpo di Polinice, ricorda l’indovino, è un enigma irrisolvibile, e tale deve restare. Il problema non è la scienza, ma il discorso intorno ad essa.

Gli attori sono tutti molto bravi; Gaia Aprea (Antigone) è impeccabile, recita con maestria una parte molto difficile, tra ferrea determinazione e sentimento. La regia di Luca De Fusco è impeccabile, tutta giocata su un’interessante sovrapposizione tra la presenza degli attori sul palco e la loro immagine proiettata sulla scena. All’inizio la musica, scritta da Ran Bagno, è piuttosto convenzionale, poi nuove sonorità complicano il tutto, dando spessore e profondità all’azione scenica. I costumi, curati da Zaira de Vincentiis, sono bellissimi, in particolare quello di Antigone, il cui panneggio è sapientemente valorizzato dalle luci di Gigi Saccomandi.

Gli attori, calato il sipario, escono per ben cinque volte a raccogliere applausi davvero entusiasti. Alla fine dello spettacolo, ci si ritrova a parlare, davanti al teatro e altrove, delle tematiche toccate dalla tragedia. Questo testo, che tanto insiste sulla mancanza di una comunità ermeneutica, è capace di portare i suoi spettatori a ricreare questa comunità, a ritornare cioè come un coro tragico, che davanti ai problemi, ai drammi della vita, insieme li interpreta, costruendone il senso.

 

Visto il 23 novembre 2013, al teatro Le Muse di Ancona.

Di Valeria Parrella

Regia Luca De Fusco

Con Gaia Aprea (Antigone), Paolo Serra (Il legislatore), Anita Bartolucci (Tiresia), Gianluca Misiu (Emone), Giacinto Palmarini (Corifeo), Dalal Suleiman (Corifea), Alfonso Postiglione (Il guardiano), Nunzia Schiano (Detenuta).

Scene: Maurizio Balò. Costumi: Zaira de Vincentiis. Luci: Gigi Saccomandi. Musiche originali di Ran Bagno.

         

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