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Marcus Miller al Fano Jazz by the Sea 2010

millerDomenica 25 luglio 2010 le formazioni di Marcus Miller e Max De Aloe aprono ufficialmente la XVIII edizione del Fano Jazz by the Sea, il primo in un omaggio a Miles Davis, il secondo presentando un proprio progetto dalle ampie proporzioni in forma di suite.

Il Porto Marina dei Cesari di Fano è completamente pieno, la serata è percorsa da un vento fresco mentre il pubblico rivolto verso il palco sospeso sull’acqua attende l’inizio di un concerto che rimarrà nella storia della kermesse fanese. E pazienza se inizia in lieve ritardo. Quando salgono sul palco i musicisti e iniziano a suonare manca ancora lui, Marcus Miller, che non si fa attendere troppo e apre la serata con “Tomaas” brano dallo storico album di Miles Davis del 1986 “Tutu”, il cui titolo è un omaggio a Desmond Tutu, il primo arcivescovo anglicano nero di Città del Capo, in Sudafrica, vincitore del premio Nobel per la pace nel 1984.

Il concerto è infatti interamente dedicato all’album che ha visto Miller accanto a Davis in veste di compositore e produttore e per il quale suonò quasi tutti gli strumenti, scrivendone anche gli arrangiamenti dalle forti sonorità elettroniche.
Miller sul palco è supportato da quattro musicisti, due dei quali giovanissimi, ovvero Alex Han ai sassofoni alto e soprano e Louis Cato alla batteria, mentre alle tastiere (Fender Rhodes, sintetizzatore, ecc..) lo spagnolo Federico Gonzales Pena e alla tromba Sean Jones. Le sonorità sono funk, decise, incredibilmente graffianti e Miller si lancia in improvvisazioni che mettono in evidenza la sua padronanza nella tecnica dello “slapping”, in particolare nell’uso del pollice (tecnica “thumb”), che gli valgono l’appellativo di “the superman of soul”. Ma non è un monologo. Gonzales alle tastiere ricrea le sonorità di un’intera orchestra d’archi elettrica su cui poter improvvisare. La tromba di Jones emoziona per la sua musicalità, bellissime le improvvisazioni piene di groove in dialoghi alternati con il sassofonista Han, che creano un vortice sonoro quando si aggiunge Miller. A distanza di oltre vent’anni lavori come la title track, fino a capolavori come “Portia”, “Splatch” non hanno smesso di brillare, anzi rivivono di nuova luce ripresi in chiave personale dal musicista di Brooklyn che diverte il pubblico e si diverte a “scratchare” sulla tastiera del basso come un Dj e che incanta quando lascia per un momento il basso elettrico per suonare con il clarinetto basso (neanche a dirlo!) una struggente versione della celeberrima “In a sentimental mood” di Ellington, accompagnato dalle tastiere di Gonzales e dal sax di Han che, quando rimane solo a fraseggiare sul noto standard accompagnato dal vento che fischia nei microfoni, fa ritornare alla mente una performance di “Pendulum music” del compositore americano Steve Reich. Nella parte finale del concerto emerge a tratti lo swing come una reminiscenza di un’epoca del jazz ormai lontana, soprattutto dalle sonorità che hanno segnato le nuove frontiere del techno-jazz di cui Miller è uno dei padri fondatori. Quando termina l’ultimo brano annunciato, quasi increduli che il concerto sia finito, le centinaia di giovani e giovanissimi accorsi si radunano sotto il palco in attesa del bis. Peccato che sia uno solo.

Paolo Tarsi

         

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