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Mostra Piero della Francesca e le corti italiane, fino al 22.07.2007

Fu Piero studiossimo dell’arte e si esercitò
assai nella prospettiva, et ebbe buonissima
cognizione d’Euclide in tanto che tutti i
miglior giri tirati ne’ corpi regolari, egli meno
che altri geometra intese, et i maggior lumi
che di tal cosa ci siano, sono di sua mano…
Giorgio Vasari, Vita di Piero della Francesca,
1568

 

Troppo semplice citare Vasari, troppo scontato trovare come prima opera esposta all’interno della mostra un’antica edizione delle Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti. Ad Arezzo si esagera: sono ben due le edizioni presenti, di secoli differenti, aperte sul ritratto inciso che nel lessico vasariano indica l’inizio della biografia.
Il Museo di Arte Medievale e Moderna di Arezzo ospita la sede principale della mostra dedicata a Piero della Francesca e le corti italiane. Dico la sede principale perché è un mostra itinerante, cioè dislocata in diverse sedi, ognuna delle quali conserva le opere di Piero. La Cappella Bacci nella chiesa di San Francesco è facilmente raggiungibile a piedi, perchè poco distante dal museo, mentre per poter raggiungere Sansepolcro e Monterchi, due paesi della provincia a pochi chilometri da Arezzo, l’organizzazione della mostra pone a disposizione un pulmino. In poche parole, si possono vedere opere quali gli affreschi della Leggenda della Vera Croce (nella Cappella Bacci), la Madonna del parto a Monterchi e laResurrezione di Cristoil Polittico della Madonna della Misericordia, il S. Giuliano e il S. Ludovico nel Museo Civico di Sansepolcro. Sono opere pregevolissime le quali chi volesse farsi un’idea dell’iter artistico di Piero della Francesca non può non conoscere dal vivo.
Bene! La mostra finisce il 22 luglio, non c’è quindi bisogno di fare i salti mortali per andare a vederla; anche perché gli affreschi in linea di massima non si possono spostare, poi, per giunta questi sono anche stati restaurati da pochi anni, in modo eccelso, – e non credo abbiano intenzione di staccarli o strapparli – e gli altri dipinti stanno in quei paesi da secoli e dovrebbero rimanerci ancora per diverso tempo. La novità però c’è: il prezzo è più alto.

I curatori sono Carlo Bertelli, Giangiacomo Martinez e Antonio Paolucci, quest’ultimo Soprintendente del Polo Museale Fiorentino. Bertelli, coautore dei manuali di storia dell’arte editi dall’Electa, da cui tutti abbiamo studiato, non hanno bisogno di presentazioni, mentre Martinez è il Soprintendente BAPPSAD di Arezzo. Queste firme sono il certificato di garanzia della mostra.

Domenica 3 giugno andiamo a vederla, è stata inaugurata già da un po’ (31 marzo) e se ne parla bene. Su l’Art e dossier si legge “la mostra presenta oltre un centinaio di opere, tra capolavori di Piero della Francesca, con una serie di importanti prestiti da musei stranieri, accompagnando il visitatore in un viaggio ideale alla scoperta delle corti del Rinascimento che Piero visitò e che furono fortemente influenzate dalla sua opera, da Sansepolcro a Perugia, da Firenze a Ferrara, a Rimini, Roma, Urbino”.
Questa è quindi una di quelle mostre che vanno ben oltre l’attività dell’artista, non troveremo solo ciò che ha effettivamente realizzato (dipinti e, in questo caso, la sua produzione teorica), ma le opere a cui si è ispirato, quelle che ha studiato per formarsi, quelle che in generale ha incontrato nella sua vita e nei suoi viaggi.
Il percorso dell’esposizione è organizzato in modo tale che si ricostruisca l’ambiente artistico conosciuto da Piero. Ad ogni sala corrisponde un città frequentata dal nostro artista. Quindi ‘virtualmente’ seguiamo la vita per le corti d’Italia di Piero della Francesca.
Nasce a Borgo Sansepolcro intorno al 1412, si trasferisce a Firenze per poter fare il suo apprendistato nella bottega di Domenico Veneziano, dove è attestato nel 1439; il Battesimo di Cristo, conservato alla National Gallery, è il risultato degli studi e delle esperienze fiorentine. nel capoluogo toscano conosce gli affreschi del Carmine di Masaccio e la prospettiva, dopo di che viaggia per l’Italia: è a Ferrara, ma le opere di questo periodo sono andate perdute, è a Rimini, in cui affresca nella chiesa di San Francesco, meglio conosciuta come Tempio Malatestiano, Sigismondo Malatesta che venera il santo patrono e realizza il Ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta del Louvre, presente nella mostra. Nel 1952 per volere testamentario del ricco speziale aretino Baccio di Magio inizia a dipingere nel coro della chiesa di San Francesco ad Arezzo la Leggenda della Vera Croce, l’antologia dell’arte di Piero, dove la sua maestria prospettica si unisce al colorismo luminoso che i recenti restauri ci hanno restituito in tutto il suo splendore. La mostra, come ho già detto, permette di accedere alla Cappella Bacci con un piccolo supplemento e solo venti persone per volta; è meglio perciò prenotare con un certo anticipo, onde evitare di non trovare i biglietti, cosa alquanto probabile.
Sarebbe davvero un peccato non riuscire a vederla!
All’incirca degli stessi anni, poiché vicina stilisticamente al ciclo della Vera Croce, è la Madonna del parto nella cappella del cimitero di Monterchi, paese natale della madre di Piero alla quale era legatissimo, e quest’opera dolcissima e naturalissima è, appunto, ispirata e dedicata a lei.
Dell’ottobre 1458 e dell’aprile 1459 ci sono rimasti solamente alcuni documenti della Camera Apostolica che attestano il suo lavoro “nella camera della Santità di Nostro Signore il Papa”, ma niente è rimasto del suo periodo romano.
La corte che maggiormente frequentò è quella di Federico da Montefeltro, che aveva sede nel “palazzo a forma di città o città a forma di palazzo”, se vogliamo dirla alla maniera di Baldassare Castiglione. A Urbino l’arte di Piero ha il suo periodo più fecondo: realizza il Dittico dei duchi degli Uffizi, la Flagellazione, la Madonna di Senigallia e la Sacra Conversazione di Brera, ultima opera pittorica nota del nostro artista voluta da Federico da Montefeltro per la nascita del figlio Guidobaldo. Negli anni ’70 del XV secolo diverrà completamente cieco si dedicherà ai suoi testi, primo tra tutti il De prospectiva pingendi, su cui si formeranno generazioni di artisti.
La mostra si conclude con due pannelli computerizzati che ci spiegano storia, prospettiva e ipotesi di due tra le più belle pale di Piero, la Flagellazione e la Sacra Conversazione, che non sono presenti ad Arezzo. In realtà, altro non sono che una sorta di consolazione alla mancanza di opere capitali che ci si aspetterebbe in un’esposizione di questa portata. IlBattesimo, la Flagellazione, la Sacra Conversazione, il San Girolamo di Berlino sono i grandi assenti in questa mostra, un’assenza non facilmente giustificabile; ci sarebbe piaciuto ammirarli dal vero in questa retrospettiva che voleva spiegarci con prestigiosi prestiti dall’estero l’attività di Piero nell’Italia delle corti, ma che in realtà ci ha lasciato anche qualche cosa in sospeso e di incompreso…

 

Laura Simbula

         

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