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Societas Raffaello Sanzio, Il velo nero del pastore (prova aperta).

il_velo_nero_del_pastore_prova_apertaRegia: Romeo Castellucci

Liberamente tratto dall’omonimo racconto di Nathaniel Hawthorne

Con Silvia Costa, Diego Donna

Visto a Senigallia, teatro “La Fenice”, il 4/11/2011

 

Un’incisione sopra il sipario, EUKARIOTA – ANIMALIA – VERTEBRATA – TETRAPODA – MAMMALIA. Un segnale disturbato proviene dagli altoparlanti. Un supporto orizzontale con nove lampadine accese scende di fronte al sipario ancora abbassato. S’illuminano, una piccola elica sotto ognuna di esse inizia a girare, in un gioco di ombre.

Poi, una per volta, molto lentamente, ogni lampadina esplode. Odore di bruciato.

Una sequenza – molto lunga –, che vede susseguirsi due pannelli rotanti, uno bianco e uno nero, seguìti da alcuni effetti sonori e luminosi. Compare a un certo punto una ragazza, sotto i pannelli che continuano ad avvicendarsi. Ha due ali nere, e una benda intorno agli occhi. Ha in mano un pezzo tondo di vetro scuro.

Lo spettacolo prende l’abbrivio dall’omonima novella di Nathaniel Hawthorne in cui si narra di una pastore protestante che sceglie di nascondere il proprio viso per tutta la vita con un velo nero. Romeo Castellucci, il regista della Socìetas Raffaello Sanzio, afferma però che questo spettacolo non narra le vicende di un essere umano, come il testo di Hawthorne, ma, usando il racconto come pretesto, vuole incanalare l’attenzione proprio sul vetro scuro in mano all’attrice, «usato per riflettere e filtrare l’immagine dell’immagine». Il tema centrale dell’opera, ben lungi dal voler illustrare la storia di Hawthorne, è, secondo il regista, quello del «rapporto tra la rappresentazione e la negazione dell’apparire che, dalla tragedia attica, sostiene ogni nostro rapporto con l’immagine».

Molto giocata su effetti scenici, nei quali Romeo Castellucci è certamente un maestro, la messa in scena sa creare una certa attesa nello spettatore. Però la platea riesce a vivere ben poco di quello che accade sulla scena, e sembra scossa soltanto dalla avanzata di una locomotiva sul palco, che si avvicina fumante e minacciosa verso le prime file (e arriva fino al bordo del palcoscenico), e dalla scena finale, pezzo magistrale di effettistica in cui Castellucci sfoggia la sua grandezza.

Lo spettacolo finisce quasi senza che nessuno se ne accorga. L’ora è volata, nell’attesa che qualcosa succeda, e tutti gli spettatori pensano che ci sia dell’altro. Ma le luci in sala si accendono, ed è ora di uscire. Si tratta di una prova aperta, non completa, di uno spettacolo che sarebbe dovuto durare circa un quarto d’ora di più, e in più durante la messinscena ci sono stati alcuni problemi tecnici, come un inghippo nell’apertura del sipario a metà rappresentazione.

Chi si aspettava qualcosa di sensazionale rimane deluso, e forse anche chi ricerca la profondità e la densità della Tragedia Endogonidia. Alla fine, la musica sacra che accompagna l’ultima scena fa ricordare il decimo episodio del ciclo, Marseille, vero tripudio di effetti scenici e sonori, che si chiudeva con l’ingresso in scena di una cantante lirica che, rivolta a uno schermo vuoto, cantava uno stupendo canto sacro in latino. In quel caso il canto era estremamente evocativo, riportava alla mente il profumo della ginestra leopardiana, che si alza sopra la distruzione, «contenta di deserti». Qui invece, nel Velo nero del pastore, questa musica sembra non rimandare ad altro.

Ma proprio su questo non rimandare ad altro riposa la più intima e potente motivazione dell’opera, su questo essere impenetrabile ad ogni interpretazione, negando allo spettatore la possibilità di creare con l’immagine che appare sul palco un rapporto familiare che possa ridurre l’ineffabilità dell’immagine a diventare funzione dello spettatore.

Nel racconto di Hawtorne, il pastore Hooper si presenta alla funzione domenicale con un velo che gli copre completamente il volto, e continua ad indossarlo fino alla fine. Questo suscita inquietudine tra gli abitanti della piccola comunità di Milford, nel New England, che vedono il fatto come nefasto. Lo spettacolo della Socìetas, pur essendo, appunto, uno spettacolo, sembra non essere fatto per essere guardato, suscita un sentimento di estraneità nel pubblico, e sembra voler in qualche modo ripensare il rapporto tra spettacolo e spettatori. Esso, in ultima istanza, ci pone dinnanzi allo stesso senso d’inquietudine e spaesamento che coglie gli abitanti di Milford alla vista del velo. Un’inquietudine che ci lascia interdetti, come di fronte a uno sguardo che, pur rivolto verso di noi, categoricamente, non ci riguarda.

Lorenzo Franceschini

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