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Terry Riley, Omaggio a Stefano Scodanibbio. XXXI Rassegna di Nuova Musica di Macerata (2013)

rileySi è concluso domenica 12 maggio con il concerto di Terry Riley “Omaggio a Stefano Scodanibbio”, la XXXI edizione della Rassegna di Nuova Musica di Macerata. E non poteva che essere dedicata al ricordo del contrabbassista e compositore originario della città marchigiana, fondatore e direttore della manifestazione dal 1983 fino alla sua scomparsa avvenuta nel gennaio 2012 a Cuernavaca, in Messico. Fino a pochi minuti prima dell’inizio del concerto il compositore californiano Terry Riley si aggira in tuta e sandali per le vie della città con il suo volto sorridente e l’andatura dinoccolata che trasmettono grande serenità. Settantasette anni portati come meglio non si potrebbe.

Tre i brani in scaletta al teatro Lauro Rossi. Si inizia con una prima esecuzione assoluta di Cartolina per Stefano (2013), trenta minuti di composizioni-improvvisazioni al piano che potrebbero trovare una altrettanto degna collocazione all’interno di uno dei principali jazz festival internazionali. Perché a differenza degli altri compositori d’area minimalista (si pensi, ad esempio, alla collaborazione tra Steve Reich e Pat Metheny o, più recentemente, a quella tra Louis Andriessen e Cristina Zavalloni) quello di Terry Riley non è solo un riferimento ai canoni tipici della musica afroamericana, il suo è proprio jazz. O meglio, lo è a tratti. Il suo pianismo è rilassato e sicuro, quasi cool verrebbe da dire (non a caso ha collaborato con il quintetto di Chet Baker per la colonna sonora del film The Gift di Ken Devey), con accenni di stride e di ragtime che sfociano nel modale, finché – sorpresa! – ai pattern jazz si sovrappongono quelli minimal con lunghe serie di arpeggi affidati alla mano destra mentre la sinistra è impegnata a ricamare disegni melodici-ritmici nella zona più scura del pianoforte. Da non sottovalutare poi le collaborazioni di Riley con musicisti provenienti dal mondo del rock come quella con Daevid Allen dei Soft Machine, senza dimenticare che dalle sue frasi reiterate hanno tratto ispirazione, inoltre, Brian Eno e Robert Fripp, o gruppi come gli Who con due brani celeberrimi quali Won’t Get Fooled Again e Baba O’Riley.

Durante la seconda parte del programma Terry Riley siede in platea per ascoltare, insieme al pubblico, i contrabbassisti del Ludus Gravis alle prese con l’esecuzione di In D (2010), una versione per ensemble variabile di contrabbassi del suo In C a cura di Stefano Scodanibbio e autorizzata dall’autore. Composto nel 1964, In C fu eseguito per la prima volta in quello stesso anno a San Francisco da Pauline Oliveros, Jon Hassell, Jon Gibson, Morton Subotnick e Steve Reich (è sua l’idea della pulsazione continua di un do nel registro acuto che dà il titolo al brano) insieme ad altri musicisti della bohème californiana, e rappresenta gli albori di quello che sarebbe poi divenuto noto come il movimento minimalista.

Il concerto termina sulle note di Raga Malkauns con l’ensemble di otto contrabbassi Ludus Gravis a sostenere e a interagire con il canto di Riley. I suoi sono disegni vocali di rara intensità, sapientemente accompagnati e descritti dai gesti delle mani, che lasciano il pubblico in un religioso silenzio al termine dell’esecuzione. Seguono attimi di esitazione prima dell’applauso finale per il timore di rompere quella profonda alchimia appena raggiunta e che si vorrebbe non finisse mai. Una magia, che il pubblico non ha avuto il coraggio di sciogliere, racchiusa alcuni istanti dopo nelle uniche parole pronunciate da Riley durante la serata: “Thank you very much”. A lei, Mr. Riley.

Paolo Tarsi

         

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