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Il sogno spagnolo / Claudio Napoli (2012)

«Quant’è bello… Piccoletto, col fegatino sporgente di chi beve un po’ troppo rosso, ma quant’è bello davanti al suo ristorante… Con quel gorilla corazzato di fronte e i manifestanti dietro, che lo guardano come fosse l’ultima loro speranza. Tranquillo e inflessibile, con le braccia serrate dietro. Bello come un dio greco, come una statua. La statua della democrazia» pensava Marco, guardando su internet una foto di Casillas che si opponeva ai poliziotti durante i disordini di Madrid. Tutto il contrario di suo padre, che era ristoratore pure lui, ma che differenza! Gobbetto e flaccido, i manifestanti li avrebbe presi a fucilate per non farli entrare: «Me spaventano i clienti, me rompono a robba!»…

Lui, Marco, non era così. Sin da quando stava al liceo sognava di fare qualcosa di bello per la gente, si era rotto di vivere in una città di furbetti ed egoisti che faceva solo schifo! E un giorno questo sogno divenne realtà… Aveva dovuto sostituire al ristorante suo padre, malato. Erano le nove di sera e in città c’era casino: erano sorte delle proteste spontanee per gli scandali alla Regione Lazio e certi gruppi erano andati in giro a spaccare tutto. Da lui c’era calma, perché il ristorante era fuori mano, ma ad un tratto si videro i lampi delle sirene. E poi un inferno di voci, urli, bestemmie. Uscì col cuore in gola: la polizia aveva isolato un gruppo di ragazzini usciti giusto a curiosare e li stava massacrando di botte. «Mmerdde!» pensò Marco rabbioso, e si sentì urlare: -Ragazzi qui, entrate qui!
-Aò, questo vo’ fa’ come o spagnolo! Imbucàmo!
I clienti non ne furono entusiasti: avevano paura. Un botrillo barbuto strillò all’angolo: -A stronzo, così ce fai bève pure a noi che nun c’entramo niente!
La massa dei ragazzi non rimase dietro a Marco, come lui avrebbe voluto. Un fregnetto con gli occhi da faina urlò come un dannato: -Io qua ciò magnato, dietro ce sta na porta de servizio, annamo!
Una ventina di ragazzi si precipitò dietro ar Faina, rovesciando sedie, piatti, bicchieri. Marco si trovò davanti cinque poliziotti incazzati neri: -Vòi fa’ l’eroe, stronzze’?
-Moderi le parole, disse Marco con dignità, le braccia serrate dietro. -Questa è proprietà privata e i ragazzi che lei vede sono miei clienti. Ha forse un mand…
Un dolore lancinante gli esplose nello zigomo destro: -Aahhh! Mortacci tua, nun ciai diritto! Raga’, dateme na mano!
Ma i pochi ragazzi rimasti non ci pensavano proprio ad aiutare Marco. Approfittando del fatto che i poliziotti lo stavano pistando, svicolarono veloci e sparirono dietro l’angolo.
-Ma in finale l’ha fatto pe noi!
-E sti cazzi! Ha voluto fa’ l’eroe, mo so cazzi sua!
Queste furono le ultime parole che Marco sentì prima di svenire per le gran botte.
I poliziotti distrussero il locale. Perquisizione anti-terrorismo, dicevano. Tanto i clienti, che non volevano rogne, e il personale in nero, che odiava il padre di Marco, confermarono che erano stati i pischelli. Qualcuno si era pure inculato una trentina di bottiglie da mostra. Non erano cascate, perché non c’erano i cocci, se le erano proprio che inculate: «Cento euro a boccia, li mortacci loro!» diceva il padre di Marco, con la bava alla bocca.
Dopo due mesi chiuse l’attività: tra i danni e le cause sue e del figlio (evasione fiscale, aggressione a pubblico ufficiale ed impedimento delle pubbliche funzioni, mica cazzi) andò fallito. Marco invece andò di matto. Andava in giro con la divisa lercia da ristoratore, sventolando una bandiera spagnola e sputando rabbioso ai piedi dei passanti: -Basshtarrddi, infami, gente de mmerdda!
La gente lo chiamava «Er matto» e gli rideva dietro. Le più spietate erano le ragazze, perché lo trovavano brutto come la morte. «Quant’è bbrrutto… Anvedi, manco se toje o scatàro dalla barba! Ammazza quanto è bbrrutto!» dicevano.

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