TUTTAVIA ASSIEME ALL’AMORE. Intervista a Chijioke Amu-Nnadi | Marco Bini

Su richiesta del poeta Chijioke Amu-Nnadi e per augurarvi un nuovo anno ricco di poesia, pubblichiamo l’intervista realizzata da Marco Bini per Argo – Annuario 2015 – Poesia del nostro tempo

Chijioke Amu-Nnadi, questa è la sua prima intervista per il pubblico italiano, dopo una prima apparizione di suoi testi in traduzione sul sito di Atelier nel gennaio 2015. Proviamo a conoscerla meglio: qual è il suo percorso di scrittore? Quali sono stati i momenti più importanti?

Sono uno scrittore nigeriano, e scrivo soprattutto poesia. Non mi piace definirmi un poeta nigeriano o africano, perché non c’è niente che sminuisca di più l’arte che il circoscriverla in un singolo luogo, o in un paese, o in un periodo storico. L’arte trascende le categorie della geografia, del tempo e del genere. Ho amato moltissimo Ovidio quanto Neruda; e allo stesso tempo apprezzo molto le poesie di una giovanissima nigeriana, non ancora diciassettenne, Hauwa Nuhu Shaffii, o quelle di Shade Olaoye. Sono due voci delle quali si sentirà parecchio parlare un giorno. Per dirla in modo semplice, mi considero un poeta che vive e scrive in Nigeria, un paese del continente africano. Ci tengo a esordire così, perché mi è capitato in molti posti, in Europa, America e persino in Africa, una categorizzazione dell’arte strisciante e pervasiva proprio lungo queste direttrici; così facendo, si sminuisce dell’arte il carattere universale, e se ne sminuisce l’ispirazione. Sono arrivato alla scrittura in modo quasi casuale. Quando ero al primo anno all’università ebbi la fortuna non frequente di seguire corsi assieme a un gruppo di giovani amanti della poesia. Non avevo mai studiato letteratura, e per me si trattava di una novità la frequentazione di persone che traevano grande felicità ed entusiasmo dalle parole. Però li osservavo da lontano. Una notte uno di loro mi disse che senza poesia ero come un morto, che non ce l’avrei mai fatta se non fossi andato incontro alla grazia, all’eleganza e alla nobiltà delle parole. La presi come una specie di sfida. E così, anche se un po’ tardi nella mia formazione, mi interessai alla poesia e ne ricercai lo spirito e le fonti.
Scoprii una forma di seduzione molto più esaltante persino del sesso. Visto che non avevo una cultura letteraria mi tuffai nei libri. Libri di poeti africani, europei, antologie. Libri facili e libri difficili che mi fecero sudare, come quelli di William Faulkner e Wole Soyinka. Fu più che un periodo di studio, si trattò di un rito di passaggio. Le poesie di Dennis Brutus, J. P. Clark, Leopold Sedar Senghor, Christopher Okigbo e molti europei come Keats mi ammaliavano. Divoravo letteralmente le pagine, i libri divennero i miei compagni di corso, la poesia la mia insegnante.
Poi una notte mi svegliai assillato dalle mie prime parole. Le scribacchiai e poi mi rimisi a dormire. La mattina dopo guardai quelle parole e mi sentii esultare: avevo scritto la mia prima poesia. I miei amici avevano proprio ragione! Avevo appena scoperto un mondo pieno di magia e parole che aleggiavano come fate, dotato di vita propria.
Quello fu l’episodio decisivo nel mio percorso di poeta. Negli anni seguenti ho avuto molti altri momenti memorabili. Una volta andai a trovare il grande Chinua Achebe e trovai in lui un interlocutore attento e paziente. Insegnava ancora nella mia università e io ero un cucciolo da svezzare. Sfogliò le mie prime poesie, mi disse che erano interessanti e mi fece promettere di continuare. Poi ne pubblicò una nel giornale che dirigeva, «Okike». Fu la mia prima pubblicazione, su una testata importante, diretta da niente di meno che Chinua Achebe. Mi diede una grande spinta per lavorare sulla scrittura, per migliorare le mie capacità.
Il mio primo libro, the fire within, venne pubblicato nel 2002 e lo stesso anno vinse il premio per la poesia dell’Association of Nigeria Authors. Fu un passaggio molto importante e mi spinse a scrivere ancora. Due anni dopo venne pubblicata la mia seconda raccolta, pilgrim’s passage, che negli anni successivi fu finalista sia al premio
dell’Association of Nigeria Authors che all’appena nato Nigeria Prize for Literature.
Mi ci è voluto un po’ di più per scrivere through the window of a sandcastle, la mia terza raccolta che l’anno scorso ha vinto il Glenna Luschei African Poetry Prize. In effetti avevo avvertito l’esigenza di rendere la mia voce più forte, di trovare un tono nuovo che potesse colpire. Uno di quei momenti speciali è stata la scoperta di Pablo Neruda. Nella sua opera ho capito che la poesia poteva essere un’attività intellettuale e allo stesso tempo una festa. La sua poesia mi risuonava dentro e pensai, avendo io un animo disposto all’amore ed essendo un amante dell’amore, che potevo esprimere ciò che provavo senza essere presuntuoso o affettato. Me ne innamorai.
Così per me è diventato possibile celebrare la morte di mio padre o parlare di mia moglie e farlo sempre in versi. sandcastle mi ha portato fortuna, e mi ha anche permesso di viaggiare in Europa e America, dove sono stato ospite del Centre for Black Literature, alla City University di New York.
Sono felice del mio percorso di poeta, anche se devo pagare dazio al mio lavoro quotidiano di dirigente nel settore pubblico, un mestiere a tempo pieno che richiede attenzione. Mi sono adattato a scrivere per lo più di notte, e anche stare sveglio per lunghe ore non è più così difficile come all’inizio. Amo profondamente la poesia, e ho deciso di dedicarle tutto ciò che posso.

Quali poeti hanno contato di più per la sua formazione letteraria? E quali sono i poeti da leggere della poesia nigeriana e africana in generale?

Alcuni nomi li ho già fatti. Però potrei ribadire quanto siano stati importanti per me lo stile semplice e profondo di Dennis Brutus, l’immaginazione selvaggia ma ricca di pensiero di Christopher Okigbo, l’eleganza e la delicatezza di Neruda e Leopold Sedar Senghor, il fraseggiare scatenato e articolato di Tchicaya U’Tamsi e Gabriel Okara, e la musicalità della poesia tradizionale della mia gente, in particolare nei lamenti funebri. Quando ho incontrato la poesia ho trovato molte voci stimolanti nell’antologia Poems of Black Africa curata da Wole Soyinka. È stata per me quasi un testo sacro o un reliquiario la quale tornavo costantemente per innalzarmi e crescere spiritualmente. A parte la poesia, sono stato illuminato dalla scrittura di William Faulkner, Patrick White e Gabriel García Marquez. Anche se scrivono in prosa, le loro opere risuonano di poesia, ricchissime di metafore e immagini. Trovo la prosa scritta con elementi tipici della poesia davvero affascinante e se mai avrò la diligenza per completare la mia raccolta di racconti dovrò certamente prendere ispirazione da loro. Comunque non è il mio stile che richiama certi libri o certi poeti. La poesia è un viaggio nel quale il percorso è pieno di sentieri e svolte.
Ogni viaggiatore ne trova uno che si addice alle sue aspettative e al suo temperamento, e nel mio viaggio di scoperta quelli che ho citato sono i nomi che più mi hanno ispirato a scrivere. Naturalmente ci sono molti ottimi poeti che stanno producendo in questo momento.

Sul sito atelierpoesia.it, nel gennaio 2015, sono apparse tre sue poesie in traduzione italiana. Chi le ha lette ne ha apprezzato lo stile pieno di immaginazione, di metafore ricche e sognanti, e la mancanza di punti fermi e lettere maiuscole. Può spiegare qualcosa sulle sue scelte stilistiche e linguistiche?

Mi ha fatto davvero piacere quella pubblicazione. È stata la seconda volta che mi hanno tradotto, dopo alcune versioni in russo. Si ritiene normalmente che la maniera dell’originale, le sue sfumature e il suo spirito non possano salvarsi in traduzione, e che il testo ne esca sminuito – e per me ciò che è intrinseco e meno evidente in una poesia è importante tanto quanto ciò che è più evidente. Tuttavia essere letti da un pubblico sempre più ampio è il sogno di ogni scrittore. Ho sempre desiderato di vedere le mie poesie viaggiare per il mondo e quelle traduzioni sono state come un paio d’ali che glielo hanno permesso.
Scrivo rinunciando a lettere maiuscole e punti, ma non solo. Rifiuto che il mio nome e le fotografie siano associate alla mia poesia – e per fortuna il mio editore capisce questa mia fissazione, se vogliamo chiamarla così, che per me è qualcosa di più profondo di una semplice fissazione. Come raccontavo, la mia prima poesia è iniziata nel sonno. Questa non è un’esperienza solo mia, perché ho conosciuto tanti altri poeti a cui è capitato. Con l’esperienza ho accettato che non tutto ciò che scriviamo è sotto il nostro controllo, ma è come un dono. Mi chiedo: se posso sentire voci, ricevere messaggi e trarre ispirazione mentre dormo o mentre sono semi-cosciente, come posso definire, in tutta onestà, come completamente mio ciò che scrivo? Posso dire “la mia poesia”; ma questa è solo in parte la verità. È mia, ma non mi appartiene. Quindi uso solo il mio cognome, quello che mi sopravvivrà, che mi è stato passato e che io passo ai miei figli, e che loro passeranno a chi li seguirà e così ancora per molto dopo che non ci sarò più. Non uso fotografie che mi ritraggono perché troverei narcisista e arrogante utilizzarle (NdR: per questa intervista abbiamo voluto pubblicare la foto del poeta, che spero ci scuserà).
Il nostro aspetto non c’entra con ciò che scriviamo. Invecchiamo e sbiadiamo, mentre l’arte è eterna, non invecchia mai perché lo spirito che la genera è senza età. E quindi cosa siamo? Siamo piccole barche, pianticelle fragili che si rompono facilmente attraversate dalla linfa della creatività. Facciamo arte perché siamo persone fragili. La vita ha reso i nostri cuori e le nostre anime campi arati, innaffiati e pronti alla semina, dalla quale vedremo crescere i diversi generi artistici e le tante forme espressive: poesia, prosa, musica, pittura, danza, magari anche il silenzio.
Per questo le mie poesie non hanno punti e maiuscole. Anche i titoli dei libri sono privi di maiuscole. Anche il cognome è senza maiuscola all’inizio. L’arte è vita, flusso ininterrotto senza inizio e senza fine. Non sappiamo da dove viene e dove andrà a sbattere, possiamo solo farci trascinare da lei, con lei per lei, raffigurandone i momenti in parole, forme e immagini che durino. Credo che quello che facciamo in quanto artisti sia il lavoro profondamente “missionario” di onorare il precetto divino di andare per il mondo e moltiplicarci, in quanto quel comando riguarda sia la procreazione che la creazione in senso metafisico. Come posso mettere un punto alla fine di una frase, con tutti i significati e gli echi di cui può farsi portatrice? Come posso decidere che una parola deve portare la maiuscola quando non sono nulla? Sono solo una penna in balia di uno spirito che posso anche chiamare musa.
Questo è ciò in cui credo, e questo è il modo in cui ho scelto di scrivere. Con il mio stile cerco di unire arte e spiritualità e assicurarmi che la mia scrittura trascenda tutto, ogni definizione geografica, culturale e storica decisa dall’arroganza, dalla pomposità e dalla presunzione dell’uomo. Perché finché ci sarà un uomo in grado di respirare, Leonardo Da Vinci non morirà, e neppure William Shakespeare. E neppure Frank Sinatra o Michael Jackson. Sono promemoria eterni della grandezza dello spirito umano e divino, che insieme creano una metafora immortale della vita. È pensando a questo che trovo la mia lingua, semplice e senza pomposità. Chissà, forse anche ingenua.

La Nigeria ha donato al mondo alcuni grandi scrittori. Potrei citare come esempio Wole Soyinka, Chinua Achebe, Ben Okri e Ken Saro-Wiwa. Ritiene che la Nigeria sia un paese devoto alla letteratura? E come sono i rapporti tra gli scrittori che vivono in Nigeria e i molti autori suoi connazionali che invece vivono all’estero?

La Nigeria è artisticamente molto attiva, ma più a livello individuale che a livello di collettività. Abbiamo avuto la fortuna di dare i natali a grandi uomini e donne come Wole Soyinka, Chinua Achebe, J. P. Clark, Odia Ofeimun, Ben Okri, Gabriel Okara, Christopher Okigbo, Flora Nwapa, per dirne alcuni, in parte già citati. Ma ce ne sono altri che non sono stati menzionati come Esiaba Irobi, Lola Shoneyin, Uche Nduka, Afam Akeh, Femi Osofisan, scrittori di uguale talento.
Ci sono così tanti giovani autori che stanno cercando di emergere e trovare il loro posto. Ma come in molte società, scriviamo più per la passione che nutriamo che per il supporto reale dello stato o di qualche privato. Ci sono, è vero, diversi premi che servono a dare una spinta all’industria editoriale, come il Nigeria Prize for Literature, considerato il terzo premio più importante al mondo. La Association of Nigeria Authors si dà molto da fare, come stanno facendo molti che lavorano sodo impegnati in piccole ma importanti iniziative per dare più visibilità a ciò che si scrive.
Tuttavia il fuoco della letteratura è individuale, non è una caratteristica delle nazioni, è una cosa che ogni singola persona cerca di ravvivare con il proprio impegno. Siamo tutti molto presi dai nostri obiettivi ed è terribile vedere come tanti autori facciano la fame senza riuscire ad ottenere un aiuto. Ho il sospetto però che non sia un fenomeno
solo nigeriano. Ho incontrato tanti artisti in difficoltà anche a New York, e con alcuni di loro ho condiviso il palco durante le letture. In fin dei conti speriamo di scrivere opere abbastanza buone da attirare l’attenzione su di noi.
Nonostante queste difficoltà, gli scrittori nigeriani in patria e all’estero sono in contatto e condividono esperienze e ciò che scrivono in diversi modi. L’era dell’elettronica ha divelto ogni barriera, e non ci sono più confini nazionali o tra i continenti, e dunque si è creata una sorta di fratellanza letteraria transnazionale. Si tratta di relazioni
molto coinvolgenti e tutti impariamo qualcosa l’un dall’altro. Le voci importanti stanno crescendo in numero e qualità, e vogliamo continuare a crescere e nutrire i nostri legami, far crescere la qualità di ciò che scriviamo sia su base individuale che “nazionale”. E vediamo dove questo lavoro ci porterà.

Lei ha vinto il Glenna Luschei Prize for African Poetry l’anno scorso per la sua ultima raccolta di poesie, through the window of a sandcastle. Pensa che le sue opere siano rappresentative di ciò che si va scrivendo in Africa oggi? E quali sono le cose più interessanti che oggi accadono sulla scena poetica del continente?

Non sono molto informato in realtà di che cosa accada oggi nella poesia africana. Scrivere è una passione che coltivo, ma non è il mio primo lavoro.
È sempre stata più un’esperienza spirituale e intellettuale che accademica o professionale. Leggo molto però, e leggo molta poesia da tutta l’Africa su diverse piattaforme. Queste letture mi insegnano molto, mi fanno crescere. E vedo che l’Africa è un fiorire di talenti per lo più non valorizzati, che chiedono attenzione. L’Africa è quel che è. Lavoriamo in situazioni complicate, di povertà infrastrutturale e istituzionale. Per questo opportunità come questa intervista o premi come il Glenna Luschei sono davvero
importanti. Al di là della questione economica, un fattore importante è il riconoscimento internazionale, perché ci permette di raccontare le nostre storie al mondo e di trasmettere ciò che in esse può essere peculiare e interessante. E questo ci incoraggia a scrivere sempre meglio. Penso in questi anni di aver affrontato la poesia come una personale escursione nella quale ho avuto la buona sorte di poter invitare a camminare con me volenterosi compagni di viaggio amanti della scrittura. Ma quello che scrivo è prima di tutto mio. Non è la storia di un continente e non voglio che gli sia affibbiata un’etichetta. Credo si rivolga più a ciò che è umano che a ciò che è africano. Credo che nella definizione di “poesia africana” risieda un’arroganza di classe e sociale. Prendiamo ad esempio la mia poesia. In alcuni casi è stata paragonata a quella di Pablo Neruda:
un uomo da un altro tempo e da un altro continente. E quindi cos’è la mia poesia? Una parabola letteraria tutta africana o umana in senso globale?
E da questa domanda ne deriva un’altra: perché il paragone con Neruda e non con Wole Soyinka? Se esistesse una cosa come la “poesia africana”, allora il termine di paragone dovrebbe essere quest’ultimo. Se il parallelo dovesse essere temporale, allora i riferimenti potrebbero essere Tupac Shakur o Denise Duhamel. Tra me e Neruda c’è un oceano di mezzo, e un’epoca intera. Ma quello che ci lega, credo, è lo spirito di una poesia che supera ogni confine, e anche il modo in cui a piena voce cantiamo l’amore, un amore personale e universale, il modo in cui una cosa viene detta custodendo altri significati, in cui la poesia si fa viva.
Per questo non faccio distinzioni tra esperienza umana e africana, e credo che ciò che scriviamo oggi qui è globale, senza confini. Rappresenta l’animo umano, le aspirazioni, l’angoscia, la fame, il desiderio, i sogni, le speranze e il brulicare di cuori delle nostre città. Tutti ci riconosciamo nelle nostre esperienze, in ciò che vediamo, sentiamo, in ciò che ci accade e in ciò di cui scriviamo. Nelle difficoltà e nelle sfide tanto quanto nelle gioie e nelle speranze.

Le notizie che ci arrivano dalla Nigeria raccontano un paese conflittuale. Quali sono le maggiori difficoltà che uno scrittore che vi abita oggi deve affrontare? Pensa che la poesia possa avere un ruolo in una società in conflitto?

Quale paese non si trova in uno stato di conflitto? Che cos’è un conflitto? Ogni società si è definita ed è sorta da conflitti, sia nazionali che individuali. Il conflitto delle relazioni personali, conflitti di religione e culturali, il conflitto generato dalle scoperte e da nuove conoscenze, il conflitto insito nella povertà e negli indici e fattori che la descrivono o causano. Anche le semplici prese di posizione di Galileo generarono conflitto. La poesia di Ovidio fu causa di fastidio e conflitto nell’antica Roma. Salman Rushdie è diventato un bersaglio, persino. E poi c’è invece la guerra, che è la manifestazione conflagrante di un conflitto o di una combinazione di diversi conflitti. Come fu del resto la Prima guerra mondiale. O il conflitto che si sta sviluppando dalla rivolta di Boko Haram e le manifestazioni analoghe in ogni parte del mondo, in particolare nel Medio Oriente. Dipende da che tipo di conflitti si sta parlando.
Tuttavia assieme all’amore, società instabili e disperate hanno nell’arte, in particolare la poesia, la loro risorsa più potente. Quindi scriviamo ciò che scriviamo. Scriviamo della nostra vita e delle nostre esperienze. E facendo così non ci limitiamo a registrare gli umori e il momento particolare di una società, stiamo incidendo la sua coscienza nei nostri cuori e nelle nostre menti. Facciamo domande che ci premono e speriamo che la società presti l’orecchio e faccia attenzione. Speriamo che dalla scrittura e dalla celebrazione dell’amore e di ciò che conta davvero, la società possa trarre un segnale e diventare amorevole, qualcosa di cui valga la pena far parte. Ci auguriamo che le nostre voci aiutino a forgiare una società all’altezza delle nostre aspettative. Ci auguriamo che la società sopravviva non solo al conflitto, ma che ci offra l’opportunità di sopravvivere a nostra volta e di allargare il nostro interesse per l’umanità.

Quali sono i suoi prossimi progetti riguardo alla poesia?

Sto terminando una nuova raccolta di poesie, che si intitolerà a field of echoes. Credo che si noteranno progressi rispetto a through the window of a sandcastle, me lo hanno detto anche molti che hanno letto il materiale nuovo; ne dicono cose lusinghiere e mi riferiscono che le poesie nuove sono migliori e scritte meglio di quelle in sandcastle. Sarà una raccolta voluminosa, credo che conterrà circa duecento poesie su tanti temi per un totale di più di trecento pagine. Ci sono poesie d’amore, di angoscia, filosofiche, persino teologiche. Ci sono poesie che parlano di luoghi specifici che ho visitato negli ultimi anni, ad esempio New York. Accanto a questa nuova raccolta ho già iniziato a prendere appunti e a ragionare sul libro che verrà dopo. Sarà un viaggio avventuroso attraverso l’amore, con tutte le sue esaltazioni e le sue depressioni, e sarà un lungo poema che parlerà della Nigeria vista attraverso alcune sue città, alcuni momenti della sua storia, alcuni suoi monumenti, alcuni monti e fiumi emblematici, insomma i luoghi simbolo del mio Paese.

Traduzione dall’inglese di Marco Bini
da attraverso la finestra di un castello di sabbia / through the window of a sandcastle

ashes

i kick up ashes
looking for that last stubborn flame
it hides beneath waste
beneath memories of what we have shared
and killed
it flares at the air
exposed as nostrils
splutters and dies

the ash on my feet is fitting
we mark ourselves
with ghosts of our feasts

for
everything goes to waste
everything dies
everything is buried beneath
the ash of moonlight
and all we do is kick
kick and raise nothing
but dust

everything becomes dust
even our last stubborn flame

ceneri

sposto ceneri col piede
guardando quell’ultima fiamma ostinata
che si nasconde fra i rimasugli
sepolta tra i ricordi di quel che ci siamo dati
e abbiamo ucciso
divampa nell’aria
esposta come un paio di narici
crepita e muore

la cenere mi riveste i piedi
ci facciamo un segno di croce
con gli spiriti al nostro banchetto

perché
tutto si disperde
tutto muore
tutto è sepolto lì sotto
alla cenere del bagliore di luna
e tutto ciò che facciamo è spostare
spostare col piede e non alzare
altro che polvere

tutto quanto diventa polvere
anche la nostra ultima fiamma ostinata

pool

sitting
by the pool of your smile
i see light rise in our eyes
reveal all prisms of joy
and i hear you breathe
hear love whisper as the breeze
that nuzzles the pines into tenderness

you ripple as the waters
grow as waves into tempest
you grow too into something delicate
and intimate
into something to behold and bite
you are berries and all fruits of endearment
your lips full, pursed
for the kiss that seals our treachery

i pick your smile and pop into my mouth
you are this pomegranate, this tangerine
you are sweet and tangy
multilayered like a river
with drops of translucent joy

the glass bowl of your eyes
reveals many idioms and tongues of fire
you are full of liquid pleasure
full of sweet turns of phrase, piquant
and juicy

stagno

seduto
presso lo stagno del tuo sorriso
vedo luce che sprizza dai tuoi occhi
che rivela un intero prisma di gioie
e sento il tuo respiro
sento sospiri d’amore come brezza
fruscio tra i pini che intenerisce

scappi mentre l’acqua
sale in onde di tempesta
e anche tu sali e diventi delicata
e intima
diventi una cosa che si guarda e si morde
sei le bacche e ogni frutto dell’affetto
le tue labbra, contratte pronte
al bacio che sigilla la nostra infedeltà

prendo il tuo sorriso e me lo schiocco sulla bocca
tu sei questa melagrana, questo mandarino
sei dolce e pungi
hai molti strati come un fiume
con gocce di gioia traslucida

la coppa vitrea dei tuoi occhi
svela molti idiomi e lingue di fuoco
sei piena di liquida voluttà
piena di dolci giri di frase, speziata
e sugosa

Da una distesa di echi / a field of echoes

the road to princeton

america spreads her wings,
there on her star-tangled feathers
too many sins awaken her guilt
of indulgence, fill some quills
with blood to pen her memorial,
on her face the shame of one caught
lying about the size and splendor
of her goods and garbled gift

naked thighs grip, stripping me
of autumn naivete, they lay me bare
like peeled yam poised for heat,
through the mouth of a kettle
steam escapes, whistling like a cop
bearing granules of mad deceit,
mine the folly of too many balloons
buoyed with aerated dreams

landscape after bare landscape
pellets of breath run away from me
without ten toes, like an ostrich
neither taken to air nor grounded,
my fowled wings are broken, alas!
weighed down by leaded notions,
on veined leaves, transparent dew
taking selfies of a sodden sky

what leaves us empties us, what empties
us, leaves us gathering as spilled grocery
what is left of fantasy and the purity
of belief, leaves us with too little ink
to pen a memoir with faded clouds
or recreate with stanzas, like a railroad
track, the limitless line of hope
the boundless, princely expanse of dream

la strada per Princeton

l’america spiega le sue ali
qui sulle sue piume annodate di stile
troppe colpe ne destano il rimorso
d’indulgenza, intinge qualche penna
nel sangue per incidersi il monumento,
sul volto la vergogna di uno colto
a mentire su misure e splendore
dei suoi averi e dei suoi confusi doni

cosce nude si stringono, spogliandomi
di ingenuità autunnale, mi lasciano nudo
come un tubero pelato pronto a bollire,
dal beccuccio di un bollitore
fugge vapore e fischia come una sirena
assumendo folli in imbrogli in granuli,
mia la pazzia di troppe mongolfiere
ancorate da sogni in bolle

paesaggio dopo nudo paesaggio
il respiro in palline se ne fugge da me
senza dieci dita, come un’ostrica
lasciata senz’aria né seppellita,
ah, spezzate le mie ali di pollo
appesantite da nozioni piombate,
su foglie venose, rugiada trasparente
scatta foto di un cielo fradicio

ciò che ci abbandona ci riempie, ciò che
ci riempie ci abbandona come merce rovesciata
ciò che rimane della fantasia e del puro
credere ci abbandona con poco inchiostro
per scrivere memorie di nuvole sbiadite
o ricreare in strofe, come una ferrovia,
l’infinita linea della speranza
senza confini la principesca estensione dei sogni

Chijioke Amu-Nnadi è uno dei più importanti poeti della Nigeria. Ha pubblicato the fire within (vincitore dell’Association of Nigeria Authors’ Prize for Poetry nel 2002) e pilgrim’s passage (finalista del Nigeria Prize for Literature nel 2005); through the window of a sandcastle ha ricevuto – tra i molti – l’entusiasta plauso del poeta Chris Abani e, oltre a essere il vincitore del 2014 Glenna Luschei Prize for African Poetry Book, è stato finalista del Nigeria Prize for Literature 2013, vincitore dell’Association of Nigerian Authors Prize for Poetry 2013, vincitore del 2013 ANA Poetry Prize nel 2013.

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