5 è il numero perfetto è un film drammatico del regista Igor Tuveri, distribuito da 01 Distribution e uscito nelle sale il 29 agosto 2019

5 è il numero perfetto è una storia di vendetta. Forse, non esiste intrigo più canonico: sin dai tempi della tragedia greca, siamo abituati ai conflitti tra famiglie per storie di sangue. René Girard ha sostenuto l’idea che dietro ogni mito religioso si nascondesse una storia di vendetta e di rappacificazione. Le storie, i racconti sembrano allora essere intrecciati sempre con fili intrisi di sangue. Lo schema da lui definito è il seguente: 

  1. All’inizio, si ha un gruppo di esseri umani non meglio definito. Essi vivono insieme, senza avere delle caratteristiche ben riconoscibili. Non hanno un’identità chiara e questo provoca una crisi che Girard definisce “delle differenze”. Infatti, in questo stato iniziale, non esistono dei valori condivisi da tutti capaci di dividere, banalmente, le cose buone da quelle malvagie; 
  2. In questa crisi nascono i conflitti, nei quali ci scappa il morto. Al primo morto segue un altro morto, per vendetta. Si iniziano a definire le prime “differenze”: ogni uomo appartiene a una linea di sangue, a una famiglia. Quest’ultima, seguendo la legge del taglione, richiede per ogni goccia di sangue persa una controparte adeguata. E così via, all’infinito, a meno che non si trovi una soluzione;
  3. A un certo punto, viene trovato il colpevole di tutto il sangue versato. Non importa che esso lo sia veramente, l’importante è che sia designato e soprattutto percepito come tale. Questo “nemico” sarà ben descritto, definito, avrà delle caratteristiche peculiari. Il gruppo di uomini, infine, lo sacrificherà, scaricando su di esso tutte le colpe. Esso è il “capro espiatorio” che allontana ogni violenza perché è l’uccisione finale, quella che soddisfa tutte le parti. E intorno alla vittima sacrificale si fonda la comunità: quella vittima incarna tutto ciò che il gruppo non vuole essere. Ogni comunità, quindi, è definita in negativo. Si avvia la pace e, ora, la comunità ha dei suoi valori per i quali definire delle differenze. 

La storia di 5 è ambientata in una comunità fatta e finita: la città di Napoli. L’anno è il 1972 e il protagonista, Peppino, attraverso i suoi flashback, ci mostra le caratteristiche di questa società: seguendo il codice della guapperia, 5 non descrive un mondo fuorilegge, ma un mondo fondato su un’altra legge. L’amicizia e la fedeltà al proprio clan sono le colonne portanti di questo mondo. È forse questa una delle caratteristiche delle narrazioni criminali contemporanee più inquietanti: come Roberto Saviano ha ribadito a più riprese (si veda soprattutto ZeroZeroZero), la criminalità si fonda su regole ben precise e forse ben più rigide di quelle “normali”: a ogni “reato”, infatti, corrisponde una condanna a morte. È un mondo ben lontano da una semplicistica landa senza regole e valori. La legge di questo mondo viene descritta in un dialogo tra Peppino e suo figlio Nino: il piccolo, amante dei fumetti, venera, come tanti altri bambini, i supereroi che ammazzano i cattivi. Peppino, però, afferma che il mondo si basa sull’equilibrio, sulla compresenza dei contrari e che il bianco è visibile solo se messo accanto al nero. È un pensiero simile a quello cinese, dove in luogo dell’assoluta perfezione si va alla ricerca dell’armonia. Peppino, assassino gregario della Camorra si percepisce come una sorte di “equilibratore”: fedele alla sua famiglia criminale fino alla vecchiaia, il suo compito è sempre stato quello di uccidere tutti coloro che deviavano dalle regole della guapperia: traditori e spioni. Il mondo di Peppino è un mondo in cui le differenze sono ben marcate, percepite come necessarie al fine di mantenere l’armonia. L’assassinio, anziché essere considerato come un elemento perturbatore, è lo strumento di riequilibrio: uccidere gli elementi “devianti” permette alla guapperia di conservare il suo ordine. I cattivi sono necessari come i buoni: guai a far pendere l’ago della bilancia verso una delle due parti. Non a caso, il mondo criminale di 5 si fonda sulla contrapposizione tra due famiglie: i Lava e i Maraviglia (Peppino ha lavorato sempre per quest’ultimo clan). Eppure, nel momento esatto in cui Nino, l’amato figlio, anch’egli killer della Camorra, viene ucciso, per Peppino questo mondo in equilibrio cessa di avere senso: egli scatena una guerra contro tutto e tutti: i Maraviglia che non sono stati capaci di difendere il figlio e di reagire alla sua morte, i Lava in quanto mandanti dell’assassinio (o presunti tali). Peppino, nella morte del figlio, scopre due cose: di essere vecchio e di essere solo. Egli può contare solo su se stesso: 5 è il numero perfetto, infatti, significa proprio questo: ogni uomo può contare soltanto sulle sue due gambe, sulle sue due braccia e sulla sua unica testa. L’immagine della tartaruga, l’animale che porta su di sé la propria casa, rappresenta al meglio questo essere estremamente indipendente. Pertanto, Peppino diventa una variabile impazzita: fuoriuscendo dalla comunità per diventare una monade, egli segue solo ed esclusivamente la legge della sua volontà. La sua famiglia è morta: non è ricattabile. È vecchio: non ha più nulla da perdere. 

Per Peppino vengono meno le differenze: di fatto, in una battuta fondamentale del film, egli dichiara che i nomi, ormai, non contano più. E se non ci sono più nomi non ci sono più clan, né affiliazioni: Peppino è solo contro tutti. Neanche quel piccolo gruppo di aiutanti che lo circonda riesce a rompere la barriera della sua solitudine: egli avanza senza tregua nella guerra, gli altri sono solo soldati che eseguono i suoi ordini.Per comprendere al meglio l’importanza di questo elemento, bisogna fare attenzione ai dettagli: a momenti alterni, lo schermo mette in bella mostra madonnine e cartelloni pubblicitari. L’arcaico e il nuovo convivono in una Napoli degli anni Settanta che attraversa quel momento di passaggio che porterà l’Italia nel mondo dei consumi. Si attraversa la religione cristiana per arrivare a quella capitalistica: come ha mostrato Walter Benjamin, la nuova religione non permette più di «rimettere i propri debiti», poiché si è perennemente costretti al consumo, alla ricerca di una “salvezza” sempre rinviata. Non c’è un momento di equilibrio nel capitalismo: si è sempre mancanti, non importa quanti “beni” si possiedano. In esso non ci sono differenze: basta avere i soldi e si può avere tutto. Si può essere tutto. Così come Peppino spara a tutti in una carneficina senza fine, così l’uomo del capitalismo consuma tutto indifferentemente. Eppure, le gesta di Peppino sono ben lontane dal mettere in scena la trama della vendetta arcaica: la violenza di Peppino viene innescata in un momento di equilibrio, quando la comunità possiede un suo ordine. La crisi viene scatenata al fine di distruggere l’armonia, così da gettare ogni cosa nel caos: le continue morti tra le fila degli sgherri delle due famiglie sono un “bulimico” consumo di vite che spezza ogni confine. Di fatto, nel finale, questi ultimi vengono abbattuti: Peppino scopre che il suo migliore amico, Totò, il personaggio che lo aiuta durante tutta la vicenda, è colui che si cela dietro l’uccisione di suo figlio Nino. Totò aveva bisogno dell’ira di Nino per sconfiggere le due famiglie: il suo scopo era diventare l’unico padrone della città. Pertanto, i ruoli di amico e di nemico si fondono e si confondono. Inoltre, viene meno anche il confine tra le due famiglie: sul giornale in mano a Peppino nella scena finale, Totò viene descritto come il boss del clan Lava-Maraviglia. E così, quel mondo in bianco e nero di Peppino crolla sotto il grigiore di una Napoli “londinese”, che si avvia verso una nuova “normalità” criminale dove a contare è solo il desiderio di predominio.

L’importanza di questo film risiede nella sua azione di scavo, alla ricerca delle origini della criminalità organizzata contemporanea: 5 rappresenta il passaggio da una società legato al concetto di “sacro” a una società in cui più nulla fa la differenza. Con il termine “sacro” si intende tutto ciò che è intoccabile, e di fatto nella società della guapperia l’amicizia e il rispetto erano valori non negoziabili. Al contrario, la criminalità dell’epoca dei consumi getta le sue mani su ogni cosa: tutto è manipolabile, poiché l’unica cosa che conta è il potere, al costo di sacrificare la vita dell’amico di sempre.