Sa elevare, sa riempire l’anima, assorbire gli uomini, il loro pensiero e tutte le loro facoltà immaginative. Riempie di senso la vita e colma i giorni, ispira a tal punto da far scrivere poesie. L’amore è sicuramente il sentimento più complesso, più profondo e più meraviglioso, il più comune, ma il più ignoto e spiegare la sua natura è sempre stato interesse evidente dei più grandi, e non, scrittori, pensatori, poeti e rimatori di tutti i secoli. Lo è ancora oggi, perché sempre saprà far brillare gli occhi, talvolta non lascerà mangiare e nemmeno dormire; ma come definire le sue caratteristiche? Come definire la sua vera natura? Come descrivere il miracolo della sua nascita nel cuore di chi, poi, non può far altro che amare e vedere alterata la realtà? In questo scritto si tenterà di indagare la natura di amore, sotto diversi aspetti, anche in contrasto e in contraddizione tra loro, mettendo a confronto l’opera di Guittone d’Arezzo e Jean Racine; ovviamente si tenterà anche di spiegare perché ho voluto accostare a Guittone, il pensiero e l’opera di Racine.

Durante il Medioevo si pensava che fosse proprio la letteratura l’unica disciplina capace di spiegare, meglio di qualunque altra, l’amore e le sue caratteristiche, per questo si sceglieva di disquisire su ciò e gli autori cominciavano a dialogare tra loro, a interrogarsi a vicenda. Questo dialogo incessante e fondamentale, non permetteva solamente agli autori di incontrarsi, di conoscersi e di confrontarsi, ma permetteva alla letteratura stessa di evolversi e ai vari generi di nascere ed istituirsi, così sono apparse le prime tenzoni e i primi partimen.

La definizione di amore più accreditata in quel periodo è sicuramente quella fornita da Andrea Cappellano nel suo De Amore:

L’amore è una passione innata che procede per visione e per incessante pensiero di persona d’altro sesso, per cui si desidera soprattutto godere l’amplesso dell’altro, e nell’amplesso realizza concordemente tutti i precetti d’amore.[1]

L’amore sarebbe, quindi, una passione e, più precisamente, un desiderio che grazie agli occhi permette all’amador di conservare l’immagine di bellezza della sua amata e di portarla dritta al cuore, finché il pensiero, in maniera smisurata, lavora sull’oggetto di piacere. Stando a quanto affermato, questo sentimento sarebbe smoderato, non avrebbe né limiti né equilibrio e la mancata presenza di equilibrio è la perfetta antitesi del nobile vassallaggio e del nobilissimo servitium amoris che ogni virtuoso dovrebbe portare alla sua midons. In tutta la poesia trobadorica e negli scritti occitanici, ricorre come Leitmotiv la mezura, il cosiddetto «giusto mezzo», il pretz e il valor, tutto ciò che fa fede ad un servizio d’amore equilibrato, dettato dal celar in un luogo altrettanto celato, un servizio che, per gradi, permette a chi ama di essere apprezzato.

Amore parte dagli occhi e arriva al cuore, ce lo spiega bene anche il notaio alla corte di Federico II, Giacomo da Lentini:

Amor è un desio che ven da core

per abondanza di gran piacimento;

e li occhi in prima generan l’amore

[…]

ma quell’amor che stringe con furore

da la vista de li occhi ha nascimento

[…]

e lo cor che di zo è concepitore,

imagina, e li piace quel desio.[2]

 

Cosa porta questi autori ad essere convinti o non convinti (cfr. Jaufré Rudel), che l’amore possa o non possa derivare dalla vista, per poi conquistare la mente e il cuore? Più nello specifico, cosa porta alcuni autori, come Ovidio, Cappellano e poi Guittone d’Arezzo, a parlare di questo amore degli occhi che, però, diventa dismisura, diventa morte? L’intento moralizzatore di Ovidio, Cappellano e Guittone, deriva da un momento preciso della loro vita, una vera e propria brusca svolta, come se si leggesse una novella. Questo preciso momento, detto palinodia, consiste nel ritrattare quanto detto prima, o quanto detto in giovine età, per scrivere qualcosa di più edificante, per far affidamento su un docere più maturo, su nuovi versi e nuove posizioni, nuove idee, ma soprattutto su exempla che siano salvifici per chi legge e non solo per chi scrive, e quindi, li conosce. È comune a tutti e tre gli autori sopraccitati il momento del no, l’istante in cui quanto detto prima, cerca di essere svalorizzato e spregiato: Cappellano passa dalle teorie sul libero amore al De Amore, Ovidio dall’Ars Amatoria ai Remedia Amoris e Guittone dal Manuale del Libertino al Carnale Amore.

Guittone d’Arezzo (1235-1294) è sicuramente uno dei più influenti poeti del Duecento italiano.
Nel Codice Escorialense e nel Codice Laurenziano Rediano 9 (BML Redi9) sono conservate le sue composizioni e il Laurenziano è molto attento a suddividerle in due sezioni: le prime firmate Guitone d’Areçço e le altre firmate Fra Guitone. Questa differenza non deve passare inosservata, infatti essa vuole risaltare le discrasie tra il Guittone prima della conversione e della crisi spirituale e il Guittone post-conversione, dopo l’entrata nell’ordine dei Frati Gaudenti (1265). Il primo Guittone, apparentemente cortese e autore del Manuale del Libertino è giovane e geniale. Tramite la lettura della sua opera, ci invita a dissimulare, a non parlare (cfr. Bernart De Ventadorn), ad andare in luoghi nascosti. Tutti questi temi, questi motivi e queste isotopie, sembrano essere categorie ridondanti e ripetute, argomenti già trattati nella vastissima produzione trobadorica e non, componenti fondamentali del nobile servizio d’amore, ma Guittone è umorista e aspro allo stesso tempo per quanto riguarda quei valori cortesi da lui mai davvero condivisi, moralizza già ancora prima di allontanarsi e prima di negare tutto nella lettera a Monteandrea. Nel Guittone pre-conversione, appaiono aspetti, forse inconsci, forse no, del Guittone post 1265: il suo intento moralizzatore, l’amore già visto come qualcosa che ha sembianza e che in realtà significa e rappresenta altro, il contrasto tra la forma e il senso e l’uso di verba dicendi e verba videndi, basilari per l’argomentazione, per il discorso giuridico e il parlare suasorio; tuttavia, amore non ha ancora le caratteristiche che sappiamo assumerà poco più tardi nel Carnale Amore.

Definita da Egidi Trattato Del Carnale Amore, per i suoi intenti moralistici e la struttura suasoria e giuridica, la Corona di sonetti Del Carnale Amore, appare nel Codice Escorialense in maniera curiosa e la prima cosa che salta agli occhi è questo spazio:

Codice Escorialense

Probabilmente intenzione dell’autore stesso, questo spazio sembrerebbe essere stato riservato per una miniatura di Amore.  Ai lati, infatti, appare questo:

Qui dè essere  la figura de l’amore, pinta sì ch’el sia garçone nudo, cieco, cum due ale su le spale e cum un turcaschio a la centura, entrambi di color di porpora, cum un arco en man, ch’el abia ferìo d’una saita un çovene enamorato, cum una ghirlanda en testa, cum l’altra man porgia un’asta cum fuogo di capo, e per gli artigli sì abia le grafe de astore.[3]

Poesia per pittura, il macrotesto lirico Del Carnale Amore, passa tra le mani di un copista veneto (probabilmente padovano) e subisce anche influenze tosco-occidentali (forse pisane). L’autore non lascia a caso questo spazio, così come non sceglie casualmente di far apparire il suo lavoro come un tout se tient e sotto forma di tenzone (13 sonetti di Guittone; 2 sonetti di risposta da parte del Maistro Federigo Dall’Ambra). Le rubriche introduttive (forse pensate proprio da Guittone), non servono solo ad introdurre il lettore ai temi, ma anche a legare ogni componimento all’altro e il docere per visibilia accompagna a scoprire la natura vera di amor, che fa rima con follor, con dolor e con furor, ma mai con canoscenxa e raxion.

 

Cominçase la disposixione de la figura de l’amore e de tute le soe parti sì come potrai entendere e per la figura vedere. Ovra di Fra’ Guitone d’Areçço.

Caro amico, guarda la figura

‘n esta pintura del carnale amore;

sì che conosci ben la enavratura

mortale e dura ch’al tu fatt’à core.

[…]

ch’Amor; cum vei si pinge figurato:

è innavrato ciascuno amante

per van simblante enfin al morire.[4]

 

È con il verbo guardare che Guittone vuole farci vedere cosa sta per presentarci e si riferisce davvero a chiunque decida di leggere, non solo al tenzonante Dall’Ambra. Ognuno di noi è chiamato in causa, ognuno di noi potrebbe essere il prossimo amante ferito e ingannato dall’amore carnale, da una passione velenosa  che ha arco e frecce, che si mostra come un fanciullo, ma che, in realtà, come il demonio, possiede artigli e ali rosso porpora, segno di sangue e sacrificio, segno di una passione che danna, che ottenebra la mente e ci rende nudi, ciechi, privi, che a morte ci mena. Amore già per l’arco si mostra guerriero, ci dice Guittone, quindi, leggendo ci prepariamo ad una battaglia da vincere, guardando ciò che appare, riconosceremo quello che veramente è solo grazie alla conoscenza, all’uso della ragione. Amore senza misura è dannazione e peccato, è bramosia e non è sublimato (joy), ma, appunto, carnale (gaug). Aspetti demoniaci caratterizzerebbero, dunque, ciò che forse ci fa stare meglio o ci illude di questo e già dal nome, uccide.

 

De la disposixione de lo nome de l’amore, dicendol morte e guai’ meraveglioso.

Amor dogliosa morte si pò dire,

quasi en nomo logica sposixione:

ch’egli è nome lo qual si pò partire

en «a» e «mor», che son due divixione.

E «amor» si pone a morte diffinire

lo nome, en volgara locucione,

è con un «te» l’ «a» vene da langire,

e ‘n latino si scrive entergessione.[5]

[…]

 

Per cosa vale la pena davvero di combattere se nel nome del nostro avversario c’è già la morte? Questo è quello che afferma Guittone, con un’ontologia nominale ben precisa, mirata ad identificare e a far identificare la morte nel guaio che è Amore. Nell’amore si celano, etimologicamente e logicamente, la morte, la distruzione e la fine, una morte atroce perché ingannevole. Questo «ditto guai»,  questo «guai meraviglioso», porge doni e avvelena, è nudo perché lo saremo anche noi, ignari amanti, perciò Guittone, aspramente e librescamente, ci avverte, ci ammonisce e porta anche esempi di ex autoritate per rafforzare le sue tesi e per invitarci a vedere per conoscere, per distinguere e per non essere condotti all’Inferno, perché servendo l’amore, serviamo Satana.

 

Per che ne dè ciascuno aver timença

ed a fuggirlo meter força a scudo,

ch’ei condusse Aristotel a fallença.[6]

 

Aristotele non potrà mai essere connesso alla stoltezza, al contrario, egli è la saggezza, la conoscenza, la ragione, il potere della filosofia, eppure, Guittone qui fa riferimento all’umiliazione che il filosofo stesso ha subito nel nome del furore d’amore. Con questo, l’autore vuole dirci che, spesso, anche i savi, possono essere ingannati dall’amore e che quindi ognuno di noi rischia di perirne.

 

Ch’ei vegia che convegna per raxione

né più che su’ dixir porti avante.

E chi nol crede, gardi a Salamone.[7]

 

Salomone è un esempio biblico – esegetico; anche qui Guittone spone che il desiderio trae in inganno e fa rinunciare anche ai principi più saldi in cui credevamo, per portarci alla perversione e alla follia; non è un caso che venga selezionato un esempio dalle Sacre Scritture, non solo per l’essere diventato frate, ma anche per rinvigorire la sua tesi e portarci su un piano allegorico e divino, quello dell’interpretazione del sacro e del discernerlo, conseguentemente, dal profano o meglio, dal demoniaco. Fino alla fine, Guittone invita il tenzonante e il lettore, anche usando «ormai» nell’ultimo sonetto, dando così uno spessore di temporalità interna, ad evitare amore, perché d’amore si muore.

Tre fattori trovo in comune tra Guittone d’Arezzo e Jean Racine, di cui tratterò tra un attimo: l’aspetto chiaro ed evidente di amore mortifero, amore come morte, amore come fine e disastro, amore lontano dalla rettitudine. Inoltre reperisco:

Amore si nutre unicamente del desiderio della persona assente (di un senso di mancanza, insomma) e della brama della sua presenza. […] «Passio o ambitio», da una parte e della «cogitatio» dall’altra, che implicano un principio di interiorizzazione dell’esperienza amorosa, per altro più in accordo con la cultura «barbarica» che non con quella romana, forse sulla falsa riga della filosofia del desiderio predicata da non poche religioni orientali. Prova ne sia l’uso costante dell’aggettivo «immoderata».[8]

Come ultimo punto, così come Guittone sembra cortese, ma non lo è per ragioni già affrontate, anche Racine, portando avanti l’idea di un amore per cui si muore e che fa morire, non include alcuna venerazione o servizio cortese amoroso tra i suoi scritti.

Jean Racine (1639-1699), è stato un grandissimo drammaturgo francese e l’opera che l’ha reso uno dei più celebri, studiati ed apprezzati autori di tutti i tempi, è sicuramente Phèdre (1677). Racine studia a Port-Royal, l’antica abbazia cistercense nella valle di Chevreuse, a sud-ovest di Parigi, famosa per la comunità religiosa di orientamento giansenista che vi si sviluppò dal 1634 al 1708. Il Giansenismo, (prende il nome dal suo fondatore, Giansenio), è una dottrina molto severa, incentrata sulla forza della Divina Provvidenza, la forza che essa ha su ogni uomo, che osservando i precetti e le virtù gianseniste, spera di avere in dono la vita eterna, una vita più serena di quella terrena, disseminata di sofferenze.

Riprendendo il mito greco di Euripide, Racine costruisce un personaggio assolutamente vittima e colpevole della sua infelice provvidenza. Mentre in Guittone l’unico amore sincero e sublimato, puro e casto è quello che l’uomo riesce ad elevare fino a Dio, in Racine, l’amore è una maledizione di un dio, o più precisamente, di Venere, la dea della bellezza e dell’amore, appunto. Per averle rifiutato un tempio e per non essere abbastanza venerata, la dea scaglia, furibonda, la sua ira su Fedra, sposa di Teseo, sovrano di Trezene, padre di Ippolito. E la maledizione consiste in un amore proibito: la dea fa innamorare Fedra del figliastro, Ippolito. Enone, nutrice e «mostro esecrabile», non fa nulla per impedire a Fedra il suicidio, il suo languire e il suo soffrire per un’insana passione. Già legato ad un’altra donna, Ippolito rifiuta tutte le attenzioni morbose e mal celate della matrigna e la morte arriva senza chiedere permesso. Se nell’amore c’è la morte e nell’amore c’è il desiderio di uccidere, come può mai esserci la minima traccia di valori cortesi? Dove abiterebbe la mezura? Ecco come Fedra racconta ad Enone la sua passione di morte.

 

Atto I, scena III

Fedra, Enone

 

Fedra: Venere lo vuole: di quel sangue deplorevole muoio per ultima, io, la più miserevole.

Enone: Siete innamorata?

Fedra: Dell’amore ho tutti i furori.

Enone: Per chi?

Fedra: Stai per udire il culmine degli orrori…Amo… Rabbrividisco a quel nome fatale.

Enone: Chi?

Fedra: Quel che dall’Amazzone, lo sai, ebbe il natale, quel principe lungamente da me perseguitato.

Enone: Ippolito?

Fedra: Tu l’hai nominato!

 

[…]

 

Fedra: Atene del mio superbo nemico mi mostrò la fierezza:

lo vidi, arrossii, sbiancai per averlo veduto:

un turbamento scosse il mio cuore sperduto;

i miei occhi non vedevano, non potevo parlare;

sentivo il mio corpo raggelarsi e bruciare.[9]

 

È sufficiente che Enone nomini Ippolito perché Fedra si disperi e inizi lentamente a morire. Nel nome di Ippolito, nel nome del suo amore c’è anche la sua morte, un nome da lei perseguitato e voluto, bramato per colpa di un infelice ed infausto destino scritto dal cielo. Fedra potrà liberarsi del fardello schiacciante ed opprimente della tribolazione, che corrisponde alla sua esperienza amorosa, solo tramite la morte. Come in Guittone, anche qui, basta un nome per creare un concetto e per riconoscerlo. Non può esserci vassallaggio, né cortesia se c’è persecuzione. Gli occhi di Fedra che vedono amore, d’improvviso non vedono più, diventano ciechi, come è amore e come è chi ama nel Carnale Amore. Fedra sente i sensi venirle meno, sente dell’amore tutti i furori (anche in Guittone, amor fa rima con furor). Qui, come in Guittone, amore si vede con gli occhi e poi non si vede più niente, si diventa folli, smisurati e viziosi, ciechi, nudi e privi.

 

Fedra: Contro me stessa, infine io mi rivoltai:

incitando il mio cuore lo perseguitai.

Per bandire il nemico che idolatravo

sentimenti d’ingiusta matrigna ostentavo;

sollecitai il suo esilio; e le mie grida eterne

lo strapparono al seno e alle braccia paterne.

Respiravo, Enone; mentre lui era assente

giorni più calmi passavo innocente;

sottomessa al mio sposo celavo le mie pene

i frutti coltivando del suo fatale imene.

Vane precauzioni! Ah crudele destino!

Dal mio stesso sposo fui condotta a Trezene;

rividi il nemico che avevo allontanato:

la mia ferita di nuovo ha sanguinato.[10]

 

Fedra prova ad allontanarsi dall’oggetto di piacere, prova ad ammettere a se stessa di sentirsi meglio, ma ha un desiderio di morte per lei e per Ippolito: per lei, che ama per volere di una dea capricciosa e per lui, perché la distanza li divide e diventa il pretesto per voler uccidere.

Alcune rappresentazioni teatrali di Fedra, rispettano la volontà di Racine di eliminare le bienséances e rendono l’idea di una Fedra violenta e carnale, contro un Ippolito quasi effemminato e impotente. Quando la matrigna prova a dichiararsi ad Ippolito, lui estrae la spada (solitamente unico oggetto in scena; avrebbe simbologia fallica) e non fa nulla, finché Fedra non l’afferra, avvicinandosela al cuore dove lo implora di colpirla, lì dove, dagli occhi, ottenebrati come la mente, amore si è insinuato. Ippolito, però, si rifiuta.

In Guittone, così come in Racine, ci si distanzia quindi dai precetti cortesi, l’asperitas moraleggiante porta il poeta frate ad ammonire i suoi lettori sulla natura di amore e ad avvisarli che servire tale peccato, è onta, perché servire amore è servire il male, servire amore significa morire.

In Racine, come in Guittone, basta che il nome di amore o dell’amato venga pronunciato per sentirsi morire o per voler uccidere, le caratteristiche di amore infernale, in Racine diventano quelle di un amore mortifero che condanna chi ama, perché Fedra amando pecca, peccando ama, amando muore.

[1] Cappellano. A., De Amore, p.4.

 

[2] Da Lentini, G., Amor è un desio che ven da core. vv. I sgg, ed. Contini, I, p.90.

 

[3] Capelli. R., Guittone d’Arezzo. Del Carnale Amore, Carocci, Roma, 2007, p.77.

 

[4] Ivi, p. 72.

 

[5] Ivi, p.87.

 

[6] Ivi, p.95.

 

[7] Ivi, p. 99.

 

[8] Avalle., D’arco, S., Il Manuale del Libertino, in Id., Ai luoghi di delizia pieni. Saggio sulla lirica italiana del XIII secolo. Ricciardi, Milano-Napoli, 1977, p.59.

 

[9] Racine, J., Fedra, Bur, Milano, 1984, p.4

 

[10] Ivi, p.5.